
Il conflitto in Israele sta diventando sempre più una guerra che coinvolge i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
Secondo indiscrezioni tre navi della Marina spagnola hanno lasciato Cadice dirette verso il Mediterraneo orientale dopo aver attraversato lo Stretto di Gibilterra.
Le tre navi sono la nave di assalto anfibio Classe Juan Carlos I-class, ESPS Juan Carlos I (L61), la nave da trasporto anfibio classe Galicia, ESPS Castilla (L52) e la fregata ASW Classe Santa Maria, ESPS Numancia (F83), più o meno il meglio che hanno gli spagnoli.
L’aspetto più interessante è che la nave d’assalto anfibio è capace di 1.500 marines, che sicuramente non sono in gita di piacere e non sono destinati a rimanere a prendere il sole sulle navi.
Per ora non con i soldati, ma con dichiarazioni pesanti, si muove anche la Francia. Macron ha detto di voler proporre che la coalizione anti Isis combatta anche Hamas.
“Voglio proporre ai nostri partner della coalizione anti-Isis in Iraq e Siria – ha detto Macron – che si costruisca una coalizione internazionale e regionale per combattere Hamas e i gruppi terroristici che ci minacciano tutti”.
Che le cose stiano volgendo verso un showdown lo indica anche lo scontro tra Israele e l’Onu, ormai sempre più chiaramente ente inutile.
Il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen, che si trova a New York per il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha detto: “Non incontrerò il segretario generale dell’Onu. Dopo il 7 ottobre non c’è spazio per un approccio equilibrato. Hamas deve essere cancellato dal mondo”.
Più chiaro di così è difficile essere.
Eli Cohen ha poi aggiunto che il segretario generale dell’Onu, nel suo intervento al Palazzo di Vetro, ha detto che è “importante riconoscere che anche gli attacchi di Hamas non sono arrivati dal nulla. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione. Guterres ha affermato che le sofferenze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas. E quegli attacchi spaventosi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese”.
“Il segretario generale dell’Onu, che mostra comprensione per la campagna di sterminio di massa di bambini, donne e anziani – ha scritto su X l’ambasciatore di Israele all’Onu, Gilad Erdan – non è adatto a guidare l’Onu. Lo invito a dimettersi immediatamente. Non vi è alcuna giustificazione né senso nel parlare con coloro che mostrano compassione per le più terribili atrocità commesse contro i cittadini di Israele e il popolo ebraico. Semplicemente non ci sono parole”.
Scaricato l’Onu, è del tutto evidente che Israele si sente le mani libere per attuare un piano di eliminazione di Hamas e, come è sempre più probabile, anche di Hezbollah.
Difficile pensare che, al di là dei proclami, l’Iran possa intervenire militarmente, data la consistenza delle sue forze e, soprattutto in ragione delle crisi interna che è sempre più forte, sia economicamente, sia socialmente.
Stando alle informazioni di chi è attento a quanto succede in Persia, il popolo si chiede per quale motivo si continui a finanziare le milizie proxy quando è in agguato la povertà per gran parte della popolazione.
In ogni caso, fino ad ora, la strategia dell’Iran si basa sulla guerra asimmetrica e sul contrasto agli interessi e alle strategie USA nel quadrante del Golfo, in tutto il Medio Oriente e in Asia Centrale, tutte aree primarie per Teheran. I missili sono, e saranno in futuro, l’asse strategico della “dissuasione costrittiva” della dottrina iraniana.
Le forze armate contano su circa 500mila soldati, organizzazioni paramilitari, missili, caccia, navi d’attacco e droni.
L’esercito conta 350.000 tra ufficiali e soldati, la marina militare di Teheran opera con 18.000 elementi, l’aviazione con 52.000 militari. Le Guardie della Rivoluzione, i famosi Pasdaran, sono in totale 120.000. Ci sono anche i Basij, una struttura paramilitare controllata direttamente e unicamente dai Pasdaran, che è un’organizzazione di massa.
Tra i Paesi del Golfo, l’Iran è l’unico ad avere una brigata per la cyberwarfare, con sedi a Isfahan e a Zanjan.
L’aviazione e la missilistica sono quasi integralmente sotto il controllo delle Guardie Rivoluzionarie e sono in buona efficienza: 16 Embraer 312 Tucano, aerei da addestramento e da attacco leggero, 10 Toofan, elicotteri da combattimento integralmente prodotti in Iran, 4 Ilyushin da trasporto strategico adattati al combattimento in aria, 10 Antonov da trasporto di fabbricazione sovietico-ucraina, nome in codice NATO “cooler”, 2 Dassault “Falcon” 20F, aerei da trasporto leggero usati comunemente per business e rappresentanza, 9 Harbin cinesi da trasporto leggero, circa 40 elicotteri da trasporto materiali e truppe Mil Mi-17, sempre di fabbricazione russa. Le forze aeree dispongono di venti basi, con sedici squadre aeree fornite di F14, MiG 29, F5 e F7 e Fokker F27.
Teheran ha anche a disposizione i russi Sukhoi Su30MKM, supersonici ad altissima manovrabilità, i J10 cinesi e i JF17 multiruolo, sempre cinesi. Tutti sono armati da missili aria-superficie a lunga gittata.
Ben cinque sono le tipologie di velivoli senza pilota, tutte di fabbricazione iraniana: l’Ababil, per riconoscimento-sorveglianza a medio raggio; le varie tipologie di Mojaher, che spia le installazioni militari e le posizioni nemiche; il Karrar da combattimento, con missile-UAV ad alta velocità; lo Shahed 129, altro UAV da riconoscimento-combattimento che può stare in azione per oltre 24 ore continue; lo ScanEagle, un UAV della Boeing a corto raggio.
Le forze missilistiche, tutte sotto l’egida dei Pasdaran, si basano, per quanto riguarda i propellenti solidi, su tre classi di armi: il Fajr, il Naze’at, con gittata da 100-130 chilometri, e lo Zelzal, con tre tipologie che colpiscono obiettivi rispettivamente a 150, 200 e 210 chilometri. Si tratta di missili costruiti tutti con il supporto della Cina, ma attualmente la Repubblica Islamica Iraniana è del tutto autonoma da Pechino per la gestione e la manutenzione di tutti i missili con propellente solido. Per quelli a combustibile liquido, i classici SCUD B e C, Teheran oggi può produrli autonomamente. Ci sono anche missili a corto raggio con propellenti solidi, il Tondar 69, di fabbricazione cinese, progettato sul modello del terra-aria S-75 sovietico e il Fateh 110, con raggio di 200 chilometri.
La missilistica a lungo raggio è il punto di forza presente e futuro dell’Iran: Teheran oggi possiede lo Shahab 3, basato sul Nodong nordcoreano, che nella sua versione MBRM può raggiungere obiettivi distanti 1.930 chilometri ed è dato in armamento standard a ben sei brigate missilistiche iraniane. Vi sono inoltre: il Ghadr 110, missile da 1.800-2.000 chilometri di distanza; l’Ashoura, un MBRM a due stadi, tecnologicamente evoluto, a propellente solido, probabilmente progettato in proprio; il Sejil, a combustibile solido, che andrà a rimpiazzare gli Shahab; il Bina, con guida laser utilizzabile sia per azioni terra-terra che terra-aria, con testata a frammentazione e alta precisione; il Simorgh, missile intercontinentale per lancio di satelliti che è, ovviamente, dual-use.
La marina militare di Teheran è una forza di attacco: almeno tre sottomarini di fabbricazione russa classe Kilo, 10 Houdong 021, navi leggere da attacco missilistico di fabbricazione cinese, molti sottomarini classe Ghadir, basati sulla classe Yono nordcoreana, navi per lancio di missili classe Joshan, alcune fregate leggere e corvette oltre a sottomarini nucleari. La marina opera da sedici basi.
(I dati sono relativi al 2018, fonte Babilon, Marco Giaconi).
Intanto resta alta la tensione anche al confine tra lo Stato ebraico e il Libano, dove il movimento sciita libanese filo-iraniano Hezbollah continua ad attaccare il nord di Israele con razzi e missili, a cui le forze israeliane rispondono con l’artiglieria, i carri armati e i droni, il ché fa pensare ad un allargamento del conflitto nell’area del Libano.
Durante la visita di Macron, il presidente israeliano ha voluto sottolineare che se Hezbollah deciderà di entrare in guerra, dovrebbe essere chiaro che il Libano ne pagherà il prezzo. “L’Iran sta giocando con il fuoco” in Libano, ha aggiunto Herzog, sottolineando: “Siamo impegnati a battere e a distruggere i nostri nemici. La situazione è estremamente complicata e fragile”.
Sempre più sembra di capire che si sta andando verso uno showdown, anche con l’uso di militari sul terreno.





