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ISRAELE-PALESTINA. JE T’AIME,…MOIS NON PLUS

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Era il 1967 quando Serge Gainsbourg scrisse la nota canzone per Brigitte Bardot. Una lirica d’amore sulla disperazione per l’impossibilità dell’amore fisico. Lo stesso anno si consumava in sei giorni la guerra che con l’occupazione israeliana del Sinai egiziano e dell’egiziana striscia palestinese di Gaza mise fine ad una storia fisica senza amore che durava dal 1949. La relazione disperata e impossibile del “io ti amo, …neppure io” ha continuato nei decenni successivi ad aggravarsi portando la relazione fisica tra ebrei israeliani, arabi siriani e palestinesi ad una disparità di forze misurabili sin da subito nei pianti per l’uno a fronte dei venti per l’altro. Una relazione disperata e impossibile che si concluse con l’occupazione israeliana delle alture del Golan siriano, del lato occidentale del fiume Giordano (la West Bank giordana inclusa Gerusalemme Est). La nota canzone di Gainsbourg uscì con una copertina stampigliata “vietato ai minori di 21 anni”. La realtà macabra e ciecamente violenta che si è imposta dopo il ’67 dovrebbe essere stampigliata con “vietato all’umanità”. I padrini di questo matrimonio impossibile hanno promosso più volte la coesistenza senza amore in una grande famiglia allargata. Ma i fratelli disperati dei due amanti fisici si sono occupati sistematicamente di vendicare la memoria, l’ingiustizia e la sempre più evidente disparità.

I versi di un’altra canzone, Bonnie and Clyde, scritta per ricordare la fine della spaventosa potenza dell’inseparabile coppia di criminali, fa pensare ai fatti brutali, orrendi e ingiustificabili del 7 ottobre 2023 e alla successiva schiacciante potenza della crudele reazione. Una storia di amanti impossibili in fuga! Ciascuno vuole perpetuare la propria leggenda secondo le proprie foto di famiglia. Sembra il copione del film “Tu vivi una sola volta”. Invece, è arrivato il momento di riattualizzare il copione del film” Io voglio vivere”! Questo deve essere il copione che i padrini del disperato, impossibile e fallito matrimonio seguono per evitare un finale più tragico del suo inizio. Non si può vivere nella nostalgia della leggenda di Bonnie and Clyde.

Il rapido dispiegamento di grandi navigli militari e l’immediata missione di altissimo livello politico diplomatico degli Stati Uniti, al di là della retorica, è funzionale a rassicurare l’offeso per contenere, almeno temporaneamente, l’uso immediato e sproporzionato della schiacciante potenza di reazione per vendicare le atrocità ma soprattutto per rispondere alla sfida strategica ricevuta. Una buona mossa di uno dei padrini che doveva essere seguita anche dal secondo padrino la cui disponibilità era stata annunciata. Invece, l’incomprensibile veto posto dagli Stati Uniti alla risoluzione umanitaria presentata dal Brasile al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, benché in linea anche con le necessarie condizioni di applicazione della dottrina militare israeliana, seguita dall’astensione del Regno Unito e poi della Russia (che avrebbe voluto accenti più espliciti di condanna anche per Israele), ha vanificato il voto favorevole di ben 12 (tra cui la Francia) dei 15 Stati membri. Un passo indietro che mette in difficoltà le forze armate dispiegate (israeliane, americane, e insurrezionali) e i rispettivi governi e autorità.

Chiedere negoziati diretti tra Israele e le autorità del gruppo militare, paramilitare e terroristico Hamas, è una pia illusione. Non ci saranno negoziati diretti tra Israele e Hamas, nemmeno per quanto riguarda gli ostaggi. Israele lascerà che alcuni paesi negozino, ma non interferirà. Per quanto riguarda l’offensiva di terra, è imminente. Sarà enorme e lunga. Come potrebbe essere altrimenti? Quello del 7 ottobre è stato l’attacco terroristico più grave della storia in termini di vittime civili. Con 1.200 o più morti, è come se gli attentati del 13 novembre a Parigi avessero ucciso più di 8.000 persone o gli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti ne avessero uccisi più di 40.000. Come possiamo pensare che la risposta israeliana non sarà massiccia ed estremamente brutale? Le parole del presidente Biden auspicando che Israele non commetta gli errori americani successivi all’11 settembre, sono cadute nel vuoto e suonano piuttosto come autoassoluzione ad uso di politica interna in vista delle imminenti elezioni presidenziali. Infatti, nella successiva conferenza stampa congiunta del primo ministro inglese Sunak e Netanyahu si è arrivati (all’assurdo) di equiparare Hamas al nazismo.

La “dottrina militare israeliana” applicata dall’IDF (forze armate di Israele) è nota e si basa, tra l’altro, sulla “dottrina Dahiya” elaborata dal generale Gadi Eisenkot, capo di stato maggiore generale dal 2015 al 2019 (e, inoltre, ardente difensore di una pace a due Stati, di un approfondimento della democrazia e di una maggiore separazione dei poteri…). Dahiya si basa sul concetto di guerra rapida asimmetrica che comporta la distruzione delle infrastrutture civili dei regimi ritenuti ostili, per impedire ai combattenti nemici di usarle, e l’uso di un potere “sproporzionato” per annientare le forze avversarie.

In realtà, Dahiya non fa altro che sintetizzare quella che è sempre stata la strategia dello Stato ebraico: mantenere la superiorità strategica e tattica in ogni momento e in ogni circostanza al fine di garantire la sopravvivenza di Israele. Qualsiasi potenziale avversario deve sapere che pagherà un prezzo “enorme” e “irragionevole” se attaccherà il paese. Ipso facto, ciò significa che ogni atto ostile deve essere accolto con una risposta immediata e travolgente. L’obiettivo qui è mostrare al nemico che non può sperare di vincere. In questo caso, le perdite di Hamas dovrebbero essere infinitamente maggiori (numericamente parlando) di quelle subite da Israele (questo è l’aspetto “non proporzionale” della dottrina).

Se gli americani avessero pensato di “contenere” Israele avrebbero dovuto votare la risoluzione del Brasile al Consiglio di Sicurezza, agganciando cosi’ il sostegno anche della Russia e della Cina. Non avendolo fatto, la loro ingombrante (e potente) presenza militare navale è vista da Israele come una “graziosa” garanzia ad evitare che dal Nord (Libano e Siria) possa aprirsi un fronte al quale il comando dello stato maggiore israeliano ha già fatto sapere di non essere interessato. Ma poiché la situazione è fluida e può evolvere rapidamente l’IDF ha già pianificato per essere all’altezza della situazione.

Il tempo stringe. Molto dipenderà anche dall’annunciato raggiunto accordo per far entrare dall’Egitto dei convogli umanitari per la popolazione civile di Gaza. Tuttavia, l’annuncio americano che dovrebbe materializzarsi venerdì 20 prevede solo l’ingresso di alcuni camion tra le centinaia in attesa in Egitto. Non si tratta quindi di una delle quattro condizioni della dottrina IDF per l’offensiva di terra, cioè “aver istituito uno o più corridoi umanitari per l’evacuazione della popolazione civile”. Le altre tre condizioni sono ad oggi soddisfatte: “Ammassare truppe, materiale pesante e logistico per avere una forza schiacciante 3-5 volte rispetto all’avversario”; “Essere certi che le forze impegnate al fronte non impediranno la protezione del resto del territorio”; “Avere pieno sostegno politico nella società israeliana”.

Intanto, la Turchia, in triangolazione con Arabia Saudita e Iran, ma anche con il discreto sostegno di Russia e Cina, ha proposto di “istituire un sistema di garanzia per Israele e Palestina” nel caso in cui si raggiunga un accordo sulla soluzione dei due Stati. Secondo il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, ciò comporterebbe la nomina di più paesi, tra cui la Turchia, come garanti per garantire che entrambe le parti rispettino l’accordo. Ha sottolineato che i garanti, in particolare per la Palestina, dovrebbero provenire dalla regione del Medio Oriente.

E’ assordante l’assenza dell’Unione europea che, dopo le pesanti spaccature tra i vertici delle sue istituzioni e quelle politiche nel Parlamento europeo, è ancora alla ricerca di una posizione comune sulla guerra tra Israele e Hamas. Domani, venerdì 20 il presidente Biden ha “convocato” Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Il messaggio che il presidente Biden veicolerà ai due convocati sarà cristallino e chiaro. Ne sentiremo l’eco nel previsto discorso alla nazione che Biden terrà alcune ore dopo dall’evocativo studio ovale, toccando sicuramente sia la guerra in Ucraina che quella in Israele. Così l’Unione europea non avrà l’imbarazzo di dover pensare.

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  • Redazione

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