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SIAMO AD UN TORNANTE DELLA STORIA

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Uno Raffone

Che cosa rappresenta questa cartina che ha caratterizzato il XX secolo?

Un’area geografica che riflette la percezione delle potenze europee (Francia e Inghilterra) che per risolvere precedenti ondivaghe definizioni per convenzione storico-politica l’hanno denominata Medio Oriente comprendendo i territori e i popoli dell’Asia occidentale, del Nord Africa (Egitto), e del Vicino Oriente Antico (quello spazio linguistico culturale che era abitato dagli Assiri, dai Sumeri, dai Fenici e dai popoli dell’altopiano anatolico). In quest’area i gruppi etnici dominanti sono arabi, persiani e turchi che condividono lo spazio con altri popoli, significative minoranze di curdi, azeri, ebrei, assiri, armeni, circassi, berberi. Le tre principali religioni abramitiche sono sorte proprio in quest’area (ebraismo, cristianesimo, Islam). Nonostante la dominazione e le influenze francesi e inglesi, i gruppi etnici arabi e turchi hanno potuto costituire degli Stati autonomi mentre i persiani hanno conservato sostanzialmente gli spazi già persiani nello Stato dell’Iran. Tra le minoranze, solo gli armeni hanno potuto conservare un proprio Stato quasi mono etnico in uno spazio geografico ridotto. Invece, nel quadro della geopolitica mondiale del tempo, dominata dall’Unione sovietica e dal blocco anglo-americano, gli ebrei e gli arabi palestinesi hanno combattuto una guerra civile che nel 1949 si concluse con “armistizi separati”, che per gli ebrei costituirono l’affermazione della “guerra d’indipendenza” e per gli arabi “la catastrofe”, dando luogo alla nascita dello Stato d’Israele. Il Medio Oriente, nonostante varie guerre tutto sommato locali o regionali, è rimasto così inquadrato fino a quando l’equilibrio e la deterrenza tra le grandi potenze di riferimento geopolitico è esistito. L’ultimo atto di quell’epoca fu la guerra del Golfo condotta dagli americani nel 1991 per difendere il Kuwait dalle mire espansionistiche dell’iracheno Saddam Hussein. Lo stesso anno, Ramzi Yousef, un kuwaitiano nato in Pakistan, affiliato all’organizzazione sunnita-salafita Al-Qaeda fondata dopo il ritiro sovietico dall’Afganistan (1989) dal principe saudita Osama bin Laden in opposizione alla permanenza delle truppe americane nel suo paese, iniziò a pianificare attacchi terroristici contro gli Stati Uniti. Gli ultimi anni del secolo XX hanno visto l’attentato al World Trade Center a New York (1993) e quelli alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania (1998).

Il secolo XXI è iniziato con gli attentati di Al-Qaeda nel 2001 al World Trade Center a New York, al Pentagono a Washington e in altre località americane. La risposta degli Stati Uniti è stata la nuova dottrina di sicurezza e difesa incentrata sull’antiterrorismo (War on Terror) con numerosi interventi militari (tra i quali Afganistan, Iraq e Siria).

Paesi e territori inclusi nelle definizioni di MENA:

  Quasi sempre inclusi

  A volte inclusi

  Raramente inclusi

due raffone

Che cosa rappresenta questa cartina MENA che caratterizza il XXI secolo?

Forti della nuova dottrina dell’antiterrorismo successiva al settembre 2001, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno costruito una narrazione che sostiene l’applicazione del MENA (Middle East North Africa) sia in ambito di sicurezza e difesa sia in quello economico, commerciale e finanziario. Una forzatura concettuale anglo-americana (e di comunicazione strategica) che ha provocato l’immediata dislocazione dell’Europa continentale e mediterranea marginalizzandola rispetto ad un’area transcontinentale che solo le “global power” possono abbracciare. Un terremoto geopolitico (ma anche culturale e sociale) che prevede l’azzeramento del Medio Oriente come spazio geopolitico – e quindi dei paesi del Mediterraneo che tradizionalmente insistevano su quella regione – diluendolo a “territorio dipendente” dalle forze e dagli interessi che interagiscono con il MENA/WANA (West Asia North Africa).

Con l’invasione americana e di alcuni paesi NATO in Iraq nel 2003, il Medio Oriente viene incorporato in MENA (Middle East North Africa). Mentre nei testi ufficiali dell’ONU (dalle rappresentazioni regionali ai geoschemi) la definizione MENA non esiste, sono le agenzie dell’ONU (Banca Mondiale, FMI, FAO, Unicef, ecc…), e soprattutto le grandi corporations e i fondi finanziari, che hanno adottato l’acronimo MENA. La definizione dell’acronimo (nonché le sue diverse denominazioni) resta piuttosto vaga, fumosa e ambigua sul piano geopolitico.

Gli effetti di questa nuova “visione” del mondo si sono installati anche in Europa. Non è un caso che, ad esempio, nel 2021 l’Unione europea addirittura riconosce che “ha avuto relazioni con i paesi del MENA dal 1979” (sic!) e ha nominato un responsabile media per l’intera regione[1]. Nel 2022, lo Strategic Concept della NATO fa riferimento a WANA (West Asia North Africa) come area di “priorità strategica degli alleati”. Si noti che nel WANA sparisce persino la menzione di Medio Oriente che è sussunta in uno spazio ancor più ampio. Tuttavia, il documento della NATO chiarisce che “la nostra sicurezza e quella del Medio Oriente e del Nord Africa sono strettamente interconnesse. Le sfide interconnesse in materia di sicurezza, demografia, economia e politica nella regione sono aggravate, tra l’altro, dall’impatto dei cambiamenti climatici, dalla fragilità delle istituzioni, dalle emergenze sanitarie e dall’insicurezza alimentare”[2].

Nelle intenzioni americane, la forzatura geopolitica MENA/WANA prevedeva la risoluzione delle questioni lasciate aperte per decenni dalla precedente concezione mediorientalista. Tra queste, le due più importanti erano l’Iran e Israele. Secondo quelle intenzioni, l’isolamento e le sanzioni all’Iran avrebbero condotto ad un “addolcimento” della leadership iraniana che sarebbe stata più disponibile ad attuare riforme in senso occidentale e a ridurre le ostilità regionali, soprattutto con le monarchie del Golfo e con Israele. Inoltre, Israele avrebbe rafforzato la propria posizione egemonica regionale mettendo così fine alle questioni di vicinato e soprattutto alle rivendicazioni dei vari gruppi palestinesi. Strumentale per ottenere questi risultati era la cooperazione economica sotto l’ombrello protettivo della deterrenza americana. Non è un caso che gli Accordi di Abramo (2020) si fondavano proprio su questo approccio economicista con implicazioni, ad esempio, che alla vecchia teoria mediorientalista “due popoli due Stati” si sostituisse un allargamento dello Stato etnico-confessionale ebraico che avrebbe dislocato le rivendicazioni statuali palestinesi in un sistema di discriminazione legale ben compensata economicamente anche con il sostegno dell’Arabia Saudita. L’amministrazione Biden ha continuato a perseguire questi obiettivi – ad esempio, con il progresso del riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita, ma anche con l’ossessiva insistenza contro l’Iran (“il maligno”) – senza minimamente prendere in considerazione quanto avveniva ad opera di altri attori globali, Cina e Russia. L’allargamento dei BRICS ad Arabia Saudita, Iran ed Egitto, avrebbe dovuto svegliare i piloti automatici degli apparati. Gli abili negoziati cinesi andati in porto con il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran, ma anche con la risoluzione della questione armena in Azerbaijan, erano chiari segnali che la forzatura MENA/WANA scricchiolava a favore di soluzioni alternative. Infine, la serie di colpi di stato da Est a Ovest della fascia africana del Sahel avrebbero dovuto segnalare che oltre alle retoriche anti-francesi costituivano anche una plastica rappresentazione di una cintura di contenimento dei progetti MENA/WANA.

In questo paradigma è tragicamente caduta anche l’Unione europea e molti dei suoi Stati membri hanno mostrato accondiscendenza e giubilo. E’ sufficiente rileggere le dichiarazioni di soddisfazione al G20 tenutosi in India dove è stato annunciato l’ambizioso progetto politico-infrastrutturale del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (Imec), sponsorizzato proprio da Washington anche in funzione anticinese e che coinvolge Gerusalemme e Riyad. L’accordo definitivo tra Israele e Arabia Saudita doveva essere in questo senso una pietra angolare per ogni articolazione geopolitica Est-Ovest. Il porto di Haifa in Israele e quello greco del Pireo, dove peraltro i cinesi sono attivi da anni, dovevano diventare la nuova porta delle “vie del cotone” in competizione – pardon, “complementarità” – con le cinesi “vie della seta”.

E’ sorprendente che i paesi europei che da millenni conoscono i popoli del Medio Oriente e che con essi intrattengono fitte relazioni culturali ed economiche abbiano così facilmente creduto alla narrazione del “nuovo Medio Oriente” di Netanyahu, rilanciata da Jared Kushner (genero di Trump e negoziatore degli Accordi di Abramo) e sostenuta da Daniel Shapiro, ex ambasciatore americano a Tel Aviv, che oggi è braccio destro di Biden nei rapporti con Israele sul dossier iraniano. Secondo Shapiro, la pace in Medio Oriente tra Arabia Saudita e Israele avrebbe prodotto un effetto domino e spinto altri attori della macroarea orientale – come Indonesia, Malesia e Mauritania – a stringere patti con Israele. Il paradigma MENA/WANA avrebbe così dato vita a una vasta e diversificata regione di paesi uniti dalla convinzione di tutelarsi gli uni con gli altri sotto l’ombrello securitario a stelle e strisce. L’obiettivo era di permettere agli Stati Uniti, con l’approvazione del Congresso, di siglare una larga intesa regionale sul modello dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico).

Tutto cambia

tre raffone

Il 7 ottobre scorso il “vecchio” Medio Oriente ha tremendamente e tragicamente dimostrato di non essere stato sepolto. “Il punto di partenza per il nuovo Medio Oriente sarà una rioccupazione israeliana della Striscia di Gaza, non un’ambasciata israeliana a Riyadh”, ha scritto Steven Cook su Foreign Policy.

L’apparente speranza di Netanyahu che i palestinesi possano essere messi da parte in un quadro regionale più ampio sembra più ingenua che mai, soprattutto perché i vicini di Israele vedono nella crescente violenza la prova della causa principale: l’assenza di un processo per dare ai palestinesi il proprio stato o uguali diritti politici.

“Hamas ha dichiarato nel modo più chiaro, doloroso e omicida possibile”, ha scritto Meron Rappaport nella pubblicazione di sinistra in lingua ebraica Local Call, “che il conflitto che minaccia la vita degli israeliani è il conflitto con i palestinesi, e l’idea che possano essere aggirati attraverso Riyadh o Abu Dhabi, o che i 2 milioni di palestinesi imprigionati a Gaza scompariranno se Israele costruirà una recinzione sufficientemente elaborata è un’illusione che ora viene infranta con un terribile costo umano”.

“Gli eventi del 7 ottobre potrebbero chiudere temporaneamente la porta al Nuovo Medio Oriente, e la sua riapertura potrebbe dipendere dal percorso che Israele sceglierà per quanto riguarda la questione palestinese”, ha concluso Murat Yesiltas su Daily Sabah, una pubblicazione turca filo-governativa.

Anche gli Stati Uniti vengono ora richiamati in Medio Oriente.

“Se gli Stati Uniti venissero coinvolti più direttamente nei combattimenti, potrebbero invertire quello che era stato visto come il desiderio delle amministrazioni Trump e Biden di ritirarsi dalla regione a favore di una maggiore attenzione alla Cina e, con la guerra in Ucraina, alla Russia”, hanno scritto Mathew Burrows e Robert Manning dello Stimson Center, in una nota che ha evidenziato l’arrivo di un “nuovo, ‘nuovo’ Medio Oriente”.

Nella loro analisi, la regione non sarà definita solo dalla competizione e dalla conciliazione tra Stati che sembrava rimodellare il Medio Oriente negli ultimi mesi, ma da una rete di attori canaglia non statali che non scompariranno – anche se “la nostra attenzione si è spostata”.

“I vincitori del nuovo Medio Oriente incarnano una mentalità transazionale che potrebbe ancora renderli più ricchi”, ha spiegato l’Economist il mese scorso. “I suoi perdenti ci ricordano che in un mondo con meno regole e principi, nessuno viene in soccorso”.

L’Unione europea, in questo frangente, non tocca palla. L’UE e i suoi Stati membri non hanno idee, proposte e capacità negoziali. Sono più che assenti, ma si mostrano al mondo divisi su tutto e litigiosi fino al paradosso. Intanto, all’apertura del forum dei BRICS a Pechino, la Cina si schiera con i paesi arabi e con la causa palestinese (non con i movimenti politici e insurrezionali che pretendono di egemonizzare il popolo palestinese). Gli europei neppure questo sono riusciti a dire. Anche la Chiesa Cattolica, trovandosi stretta nei suoi difficili passaggi interni sinodali, si limita a chiedere il rilascio degli ostaggi. Eppure quasi sessant’anni fa, era il 1964 e la situazione non era più incoraggiante di oggi, papa Paolo VI fu il primo pontefice a visitare la Terra Santa dal tempo degli Apostoli.

 

[1] https://www.eeas.europa.eu/eeas/middle-east-and-north-africa-mena_en

[2] https://www.egic.info/nato-new-strategy-for-the-south

Autore

  • Redazione

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