
di Bruno Chiavazzo
La storia dello stato ebraico è piena di eventi spaventosi che spesso vengono rimossi, sviliti, accantonati dall’opinione pubblica occidentale in nome di una cultura della pace e del progresso o della mano tesa al popolo palestinese. Quello che è accaduto sabato scorso in Israele non è un fatto nuovo, gli atti di terrorismo contro Israele sono una costante ma, per il mondo occidentale, pacifista da una parte e spaventato dall’altra, l’unica, perseverante, linea di condotta è l’opportunismo, del tutto inutile, ma che consente di salvarsi l’anima e mettere la testa sul cuscino la notte.
La strage di innocenti compiuta dai macellai di Hamas in nome del popolo palestinese nel Kibbutz di Kfar Aza, non è stata un’operazione “militare”, bensì una spietata mattanza: duecento israeliani sono stati uccisi nel sonno, massacrati nelle loro case, tra di essi 40 bambini e neonati decapitati (gli hanno mozzato la testa con dei machete), da settanta miliziani al grido di “Allah u Akbar” (atti disumani che forse necessitano di conferma, ma che comunque non sono mancati sotto altre altrettanto feroci forme ndr). Come se Allah avesse espressamente chiesto la testa di quei bambini per permettere loro di vincere.
Niente di nuovo neanche qui: le SS di Hitler facevano lo stesso (in modo meno cruento per la verità, loro erano “scientifici” e asettici, usavano il gas), al grido di “Gott mit uns!”. Agli inizi degli anni 2000, Edhud Barak, primo ministro di Israele, insieme a Bill Clinton offrirono ad Arafat un progetto di pace e la costruzione di uno Stato palestinese che andava oltre ogni programma fino ad allora definito, oltre gli accordi di Oslo, un progetto che avrebbe consentito l’attuazione dello slogan che ancora si ode oggi nelle manifestazioni della Cgil: due popoli due stati.
Arafat rifiutò e si aprirono cascate di sangue sugli autobus, nei ristoranti di Tel Aviv e Gerusalemme con terroristi suicidi che fecero migliaia di vittime per ordine dell’Olp e di Hamas. Allora come oggi Israele reagiva con bombardamenti e raid aerei, il mondo applaudiva per un paio di giorni e poi ricominciava a suggerire, con petulante insistenza, come si doveva comportare Israele, invocando una pace che, per primi, non vogliono i capi palestinesi e quelli siriani, iraniani, libanesi e tutto il Medio Oriente a seguire.
L’aggressione di Hamas è come quella dei russi in Ucraina, rappresenta plasticamente un arco di forze legate l’una all’altra. L’Iran, dove vengono impiccati donne e uomini agli angoli di strada, rifornisce di denari, armi, uomini e “intelligence”, Hamas, Jihad islamica e Hezbollah, così come rifornisce la Russia di droni e munizioni per colpire scuole, asili e ospedali in Ucraina. L’azione di Hamas rappresenta, a mio giudizio, la quintessenza della minaccia che pesa ogni giorno sul mondo pacifista, progressista, terzomondista, che ancora crede che il “processo di pace” sia ancora un’opzione possibile. Non lo è, bisogna prendere atto della realtà e comportarsi di conseguenza. Ovvero, difendersi.





