
di Antonino Macrì Pellizzeri
1 Il sogno di Xi Jinping
Deng Xiaoping, a buon diritto il fondatore della Cina contemporanea, usava dire “evita la luce, coltiva l’oscurità”. In ossequio a questi dettami la Cina, tenendosi defilata agli occhi del mondo, aveva impostato e cominciato a realizzare la sua crescita tumultuosa che l’ha portata oggi ad essere la seconda potenza economica mondiale. Xi, all’inizio del suo mandato, si trovò nella necessità di assumere quel ruolo che i suoi predecessori avevano cercato di rinviare finché possibile, e lo fece in grande stile fin dai primi giorni. Egli si mosse su due direttrici: anzitutto la “rinascita del popolo cinese che, a suo dire, porterà la Cina a diventare leader mondiale in un contesto multipolare e multiculturale in concomitanza col centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (2049). Il secondo aspetto, che analizzerò in questo articolo, tenta di definire una delle basi della sua strategia di crescita.
Dunque, nella primavera del 2013 Xi lancia il programma “one belt, one road” (oggi ufficialmente chiamato Belt and Road Initiative”, BRI). Pochi mesi dopo annunzia la “one belt, one road marittima” e successivamente ne delinea le linee guida operative, lancia il fondo economico e successivamente nel gennaio 2016 istituisce l’Asian Infrastructure Investment Bank – AIIB – che ne fa da complemento finanziario e di cui parleremo più avanti.
Da un punto di vista storico-culturale la BRI stabilisce nella fase iniziale i collegamenti commerciali col mondo mediterraneo e con la grande cultura occidentale. In Occidente si fatica a comprendere la svolta epocale che questa strategia vorrebbe imprimere alla struttura stessa del mondo del futuro e si tende a considerarla solo da un punto di vista meramente politico e militare. Ciò è, lasciatemelo dire, una visione basata sulla nostra cultura e visione del mondo, mentre essa ha per i Cinesi, a mio avviso una valenza essenzialmente economica e prova a cambiare sia la Cina e la sua struttura interna non più isolazionista, come pure il fulcro del mondo, muovendosi in un campo assai più congeniale al suo Paese.
L’economia del mondo antico era per noi basata sul bacino del Mediterraneo. Le nostre linee economiche e culturali si muovevano al suo interno. Solo l’impero romano, nel suo periodo di massimo fulgore, si era spostato ad est, nella parte vicina dell’Asia. Pochi audaci si avventuravano a commerciare con un mondo lontano e sconosciuto, l’India. La Cina, a parte la storia di Marco Polo, fu sostanzialmente sconosciuta fino al XVI secolo. La scoperta dell’America segnò nel 1492 un primo grande spostamento del fulcro economico e in seguito politico del nostro mondo. I commerci si spostarono nell’Atlantico, preceduti e seguiti dagli eserciti, prima verso l’America meridionale, e poi in Nord America con lo stabilirsi delle prime colonie, embrioni dei futuri Stati Uniti. Altre potenze emersero, e poi decaddero: la Spagna, il Portogallo, fino all’affermarsi dell’Inghilterra che dominò gli oceani e fondò il suo impero globale. Le guerre mondiali segnarono la decadenza delle potenze europee e l’affermarsi degli USA che con la loro forza militare prima, e con il piano Marshall dopo, stabilirono la loro leadership economica, politica, e militare sul mondo intero. Nasce a questo punto, nel 1989, l’APEC, cooperazione economica Asia-Pacifico, che ingloba i Paesi dell’anello dell’oceano Pacifico. Esso segna l’affermarsi dei Paesi che si affacciano sul Pacifico nella politica e nell’economia globale e include i tre grandi, USA, Cina e Russia. Con l’APEC il fulcro economico del mondo si sposta nell’Oceano Pacifico. Il Mediterraneo e l’Europa tutta diventano periferiche. Se andiamo con la mente ai nostri anni di scuola ricordiamo tutti, sulla parete dietro la cattedra, un gigantesco planisfero. In centro troneggiava il Mediterraneo, in alto l’Europa e in basso l’Africa: era il nostro mondo. A destra l’Asia, l’Oriente, e a sinistra le Americhe. Esso rifletteva la nostra concezione del mondo. Se osserviamo lo stesso planisfero in Cina ed anche in California, il globo è rappresentato in maniera diversa. Al centro l’oceano Pacifico a destra ci sono le Americhe, a sinistra l’Asia e nell’angolo in altro a sinistra l’Europa, una penisola, o se vogliamo un subcontinente della grande Asia, come del resto è l’India e imporrebbe una corretta, imparziale analisi geografica.
Che cosa propone oggi la Cina? Niente di meno che riportare indietro in Eurasia il fulcro del mondo. È questo il vero sogno su cui si fonda il concetto originale di “one belt, one road”. Se poi consideriamo che il Pacific Rim resta comunque una realtà imprescindibile, e mettiamo insieme i due concetti, arriviamo a delineare alla fine una Cina come “ombelico del mondo”: a sinistra l’Eurasia e a destra le Americhe. Questo dovrebbe essere, nei sogni di Xi Jin Ping, il nuovo ordine mondiale, destinato a cambiare per prima cosa la Cina stessa (la rinascita cinese) e poi il mondo intero, globalizzato e multiculturale.
E’ un concetto realistico? un’utopia impossibile? una reazione di estrema debolezza della Cina prima del collasso finale come dicono alcuni? Il riposizionamento al centro del mondo delle grandi culture storiche (mediterranea e cinese) come dicono altri, non contestando comunque il ruolo economico ed essenzialmente militare che continueranno ad avere gli USA, in un sistema però multi centrico che metterebbe da parte l’eredità della seconda guerra mondiale? Mah! Ogni opinione è possibile.
Gli USA hanno storicamente considerato la Cina come un gigante continentale, ripiegato su se stesso e alla fine del suo ciclo storico. Dopo la crisi delle tigri asiatiche, nel 1997, quando i Cinesi ebbero un ruolo fondamentale nel bloccare la corsa alla svalutazione competitiva e la crisi mondiale, gli USA si resero conto che il nano politico stava diventando un gigante economico, ma pensarono di poterlo integrare sotto il capace ombrello americano che regolava l’ordine mondiale. Obama si rese conto che non era così, ipotizzò per un attimo un G2 e subito dopo lanciò la politica del “pivot to China” e la politica di contenimento.
Come la Cina guardava a Occidente, così la Russia guardava a Oriente, alla sterminata distesa dell’Asia centrale che prima faceva parte dell’Unione Sovietica, l’impero dissolto come neve al sole, ma a cui Putin non aveva mai rinunziato. All’inizio di questo secolo, infatti, Putin lanciò la Comunità Economica Euro Asiatica, embrione di quella che sarebbe diventata qualche anno dopo l’unione Economica Euro asiatica (UEE). Quest’ultima, senza entrare in troppi dettagli, si può considerare ispirata all’Unione Europea, con qualche differenza che vale la pena evidenziare. I Paesi membri (Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia, Kirghizistan, e, come osservatori, Tagikistan e Uzbekistan) sono integrati “a diverse velocità ” come è oggi di moda dire in Europa, Per esempio esiste già un’unione doganale fra Russia, Bielorussia e Kazakistan. L’altra differenza fondamentale con l’Europa è l’assoluta sproporzione fra i partner: la Russia è il Paese dominante economicamente, militarmente e politicamente e questo è chiaramente riflesso nei trattati. La sua strategia è di proporsi come ponte fra l’Europa e il confine Orientale dell’Asia, creando una grande unione Euroasiatica centrata sulla Russia.
Non a caso, nel 2013 Xi Jin Ping lanciò BRI proprio da Astana, capitale del Kazakistan, e Putin dovette affrontare un grande problema: mettersi in competizione con il ricchissimo vicino cinese, oppure trovare una via di cooperazione. La Russia poteva vantare le enormi risorse energetiche di cui la Cina aveva estremo bisogno, la presenza di basi militari sparse in Asia Centrale (per esempio in Kazakistan dove, pochi lo sanno, è localizzato il cosmodromo di Baikonur, la più celebre base spaziale Russa), e la rete di oleodotti e gasdotti della Gasprom. Le basi per una cooperazione equilibrata c’erano, anche se i due Paesi hanno sempre diffidato uno dell’altro.
La Cina si muove velocemente. Diventa rapidamente il primo partner commerciale dei Paesi dell’area e mette in campo fondi più che doppi di quanto è in grado di fare la Russia. Nel 2014 poi diventa il primo partner commerciale della Russia stessa e sono stipulati accordi in campo petrolifero fra le russe Novatec e Rossneft e la cinese CNPC.
Alla fine, nel maggio 2015 Putin, anche a nome nei suoi partner della UEE decide di cooperare con la BRI per la creazione di una grande Eurasia. Qualche risultato immediato si deve vedere, e infatti il fondo “one belt, one road” entra ufficialmente nel finanziamento del mega progetto del gas di Jamal; un investimento gigantesco da un punto di vista finanziario ed estremamente innovativo da un punto di vista tecnologico in considerazione anche delle condizioni ambientali estreme. Fondi cinesi contribuiscono anche alla linea ferroviaria ad alta velocità Mosca – Kazan destinata a proseguire fino a Pechino.
Le difficoltà ovviamente sono enormi anche a causa della grande diffidenza reciproca, i soldi affluiscono in maniera molto più ridotta di quanto ipotizzato, ma la saldatura esiste. Un interesse comune li unisce, legato alla strategia di creare un nuovo ordine economico mondiale non più legato alle vecchie strutture economiche e finanziarie costruite sotto l’egida americana.
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