
“Per i risvegliati (εγρηγορóσιν)
c’è un cosmo unico e comune,
ma ciascuno dei dormienti
si involge in un mondo proprio”.
(Eraclito, Fr. DK 22B89).
Un libricino edito da Bollati Boringhieri contiene due scritti di C.G.Jung: “Anima e morte” e “Sul rinascere”. Il primo è del 1934 e la sua attenta lettura ci dà le chiavi per comprendere come il green (verde) sia assurto a colore e simbolo dell’alienazione e a costume di vita degli alienati.
“Il terreno da cui trae alimento l’anima – scrive Jung – è la vita naturale. Chi non la segue rimane disseccato e campato in aria”. Poche righe sopra, Jung scrive che “il corpo vivente è un sistema di finalismi che tendono alla propria realizzazione”.
Abbiamo qui due affermazioni di estrema importanza. La prima è che la vita va vissuta pienamente in rapporto con la natura e, quindi anche con la corporeità.
La seconda è che il corpo vivente è un sistema di finalismi, la qual cosa implica che il corpo vivente abbia dei fini. Quali?
Tra i molteplici fini dei quali è possibile discutere, quello che trovo interessante, in questo periodo che prelude all’Equinozio d’Autunno, punto di enantiodromia, ossia di conversione nell’opposto, è l’inversione successiva alla raggiunta maturità.
“Si riscaldano le cose fredde, le calde si raffreddano; diventano secche le cose umide, le aride si inumidiscono”. (EraclitoFr. DK 2B126).
Vale per gli esseri umani, vale per le civiltà, vale per ogni realtà soggetta alla trasformazione.
Scrive Jung che “molti uomini s’inaridiscono con l’età: si volgono indietro, con una segreta paura della morte nel cuore. Si sottraggono, almeno psicologicamente, al processo vitale, simili alla mitica statua di sale si rivolgono vivacemente ai ricordi della giovinezza, ma perdono ogni vivente contatto col presente. Nella seconda metà dell’esistenza rimane vivo soltanto chi, con la vita, vuole morire. Perché ciò che accade nell’ora segreta del mezzogiorno della vita è l’inversione della parabola, è la nascita della morte”.
Se il Solstizio d’Estate è il punto enantiodromico nel quale la crescita di converte nel declino, l’Equinozio d’Autuno è il punto enantiodromico nel quale si passa dalla luce all’oscurità.
L’Equinozio d’Autunno è la nascita della morte.
Il tema che si presenta alla riflessione è la morte. Ma chi muore?
Prima di procedere occupiamoci del green.
“Essere vecchi – scrive Jung – è estremamente impopolare. Non ci si rende conto che il «non poter invecchiare» è cosa da deficienti, come lo è il non poter uscire dall’infanzia. Un uomo di trent’anni che è ancora infantile viene compatito; ma un settantenne giovanile viene considerato «delizioso». Eppure sono entrambi perversi, senza stile e psicologicamente deformi. Un giovane che non lotta e non vince, si lascia sfuggire la parte migliore della giovinezza; un vecchio che si rifiuta di dare ascolto al mistero del torrente che scroscia dalle cime verso le valli, è dissennato, è una mummia spirituale e quindi null’altro che un passato cristallizzato. Egli se ne sta fuori dalla propria vita e non fa che ripetersi meccanicamente fino alla più stucchevole sazietà. Che razza di civiltà può essere quella che ha bisogno di simili fantasmi?”.
Eccoci giunti a fare la conoscenza dei vecchi ever green, quelli che si sono cristallizzati in un passato, che non vivono più, non sanno fare i conti con la realtà e pensano che aggiustare l’esteriorità (lifting, chirurgo plastico, vestiti giovanili, atteggiamenti da giovanotto e via discorrendo) possa modificare la realtà.
Gli ever green sono solo corpo materiale e sono pertanto preda di chi, come le teorie transumaniste, fanno pensare ad una sorta di eternità materiale e tecnologica.
Sono degli alienati, ossia sono diventati incapaci di considerarsi nella loro intera umanità, che non è solo corpo materiale e che hanno perso anche l’aspetto finalistico della vita e dell’esistenza, che non è solo materiale. Sono alienati consegnati alla disperazione.
“Noi – scrive Jung – attribuiamo uno scopo e un senso al sorgere della vita; e perché non dovremmo fare altrettanto per il suo declino? La nascita dell’uomo è densa di significato, e perché non dovrebbe esserlo la morte?”.
E qui siamo messi di fronte alla questione di chi muore. Muore l’intero essere umano e di lui non resta nulla, se non, in qualche raro caso le sue opere, oppure muore solo una parte dell’essere umano, quella del corpo materiale e rimane un’altra parte che non muore?
Qui è la questione della differenza tra l’ecologia senza l’essere umano, l’ecologia che comprende l’essere umano e l’ecologia dell’essere umano.
L’ecologia senza l’essere umano è quella della cultura green e woke (vocabolo invertito nel suo significato di risveglio perché chi lo afferma come linea ideologica vuole addormentare le masse).
Siamo di fronte ad una casa (òikos) dove l’essere umano è vissuto come un estraneo, possibilmente da eliminare.
Òikos è una parola che deriva dal greco antico e significa casa, famiglia, ma non solo. L’òikos, per i greci, rappresentava anche un organismo sociale, collettivo e dinamico.
L’ecologia che comprende l’essere umano è quella che accoglie i criteri della natura, non li violenta e fa dell’essere umano un collaboratore. In questo caso l’ òikos, la casa, è una famiglia naturale, dove l’essere umano e gli altri esseri viventi convivono in un equilibrio che tiene contro della struttura della casa stessa e dei suoi criteri costruttivi.
L’ecologia dell’essere umano è la cura della casa dell’essere umano, che è sì il corpo materiale, ma anche altro, ossia il corpo di luce o corpo di gloria che dir si voglia: quello con il quale siamo arrivati e con il quale ce ne andremo lasciando sul terreno la salma.
Salma, dal latino tardo sagma, *sauma, dal greco σάγμα «carico, basto», che richiama anche soma, da cui somaro, portatore di basto, in senso lato rappresenta qualcosa di greve, di pesante e quindi di soggiacente allo spazio tempo, alla gravità.
La casa dell’essere umano è la salma? O questa è solo la sua casa quando è nel campo gravitazionale?
La casa dell’essere umano come corpo di luce non appartiene al campo gravitazionale e non soggiace alle regole della corporeità materiale, ma a quelle della corporeità “luminosa”.
E qui arriviamo ad un altro crocevia essenziale per capire come il green sia divenuto il simbolo dell’alienazione: le religioni.
“Si può dire – afferma Jung – (…) che la più parte di quelle religioni sono dei complessi sistemi di preparazione alla morte; in quanto per esse la vita non significa altro – precisamente nel senso della formula paradossale sopra enunciato – che una preparazione al termine estremo, alla morte”.
La questione è stata ben delineata, dal punto di vista religioso cristiano, da un grande intellettuale come Joseph Ratzinger, il quale, già salito al Soglio di Pietro come Benedetto XVI, intervenendo al Bundestag, il 22 settembre 2011, ha detto: “L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”.
Le religioni, spiega Jung, “non sorgono quali frutti di un’elucubrazione cosciente, ma provengono dalla vita naturale dell’anima inconscia, che in qualche modo esprimono adeguatamente. Ciò spiega la loro diffusione universale e la loro straordinaria efficacia storica sull’umanità”.
Dove troviamo l’alienazione green riguardo alle religioni? La troviamo quando anziché occuparsi dell’anima, della morte, della sopravvivenza dell’essere umano alla morte del corpo materiale, si occupano dell’ecologia senza l’essere umano, di una casa che l’essere umano lo sente come un fastidioso occupante. Quando, cioè, si accostano all’ecologia con gli schemi della green economy, del green deal, degli interessi della finanza.
I simboli religiosi, sostiene Jung, hanno anche un netto carattere di «rivelazione», appunto come prodotti spontanei di un’attività psichica inconscia. Essi sono tutto fuorché «pensati»; sono cresciuti lentamente, come piante, nel corso dei millenni, quali manifestazioni naturali dell’anima dell’umanità”.
L’anima dell’umanità è del tutto dimenticata in una deriva green che guarda solo al corpo materiale, ai corpi materiali, alle dinamiche di quella che impropriamente viene definita come fosse un essere vivente, perché se così fosse, sarebbe la personificazione mitologica della Terra che genera le razze divine. La teoria di Gaia, quella a cui si riferiscono gli adepti della nuova religione verde-climatica, è stata proposta nel 1979 dallo scienziato inglese James Lovelock e Gaia è altra cosa dalla Madre Terra e altro ancora dalla Grande Madre Cosmica.
Per Lovelock Gaia non è un essere vivente, ma un organismo autoregolantesi, al quale si deve rispetto, usando i criteri della natura, cosa che gli adepti della green economy non fanno, in quanto con la mano destra attivano politiche di finta salvaguardia del pianeta e con la mano sinistra lo depredano.
L’appiattirsi delle religioni, come fa quella cattolica apostolica romana con le posizioni di Papa Francesco, sulle posizioni dell’ideologia green ha lo stesso effetto alienante del vecchio che rifiuta di essere tale e si comporta da ever green o del giovane che non cresce mai. La religione diventa un fantasma e, per dirla ancora con Jung: “Che razza di civiltà può essere quella che ha bisogno di simili fantasmi?”.
Torniamo a Eraclito. “Si riscaldano le cose fredde, le calde si raffreddano; diventano secche le cose umide, le aride si inumidiscono”. (EraclitoFr. DK 2B126).
Come riscaldare le cose fredde?
Riguardo alla religione, nell’occuparsi delle ragioni per le quali è nata.
Veniamo all’Occidente.
Nel 1900 la Civiltà occidentale aveva sotto il proprio controllo il 44,3 per cento della popolazione mondiale. Nel 2010 la cifra si è abbassata all’11,5 e nel 2025 sarà del 10,11.

Tabella tratta da Huntigton, Lo scontro delle civiltà, Garzanti
L’Europa ha perso la sua influenza politica, geopolitica ed economica nel mondo e gli Usa sono progressivamente in difficoltà. Emergono altre potenze e ora ben i tre quarti del mondo dicono di non volere che l’Occidente domini.
E’ del tutto evidente, senza andare oltre con i riferimenti (energia, materie prime, ecc.) che il corpo materiale dell’Occidente è assai indebolito e che si sta indebolendo sempre di più con una politica suicida che risponde all’ideologia green.
L’Europa, in particolare, va verso il proprio suicidio verde.
L’Occidente si comporta come quel vecchio ever green e quel giovane che non vuole crescere; è un fantasma e, sempre per citare Jung: “Che razza di civiltà può essere quella che ha bisogno di simili fantasmi?”.
Inoltre l’Occidente, con l’ideologia del risveglio, che nasconde furbescamente l’ideologia del rimbambimento delle masse, sta distruggendo tutto quello che ha a che fare con l’essenza dell’essere umano e con le grandi conquiste della Civiltà occidentale in materia spirituale.
Nichilismo, materialismo, negazione della storia e delle radici, sono un tratto evidente dell’ideologia woke che sta portando l’Occidente all’eutanasia verde.
L’Occidente, senza alcuna finalizzazione della vita e della morte, senza che ormai si ponga domande sull’essenza dell’essere umano, lo considera merce al pari delle altre merci, una merce che consuma altre merci e che può essere eliminata quando si dimostra inservibile ai fini del capitale finanziario.
L’alienazione green è la fine dell’Occidente come civiltà, in attesa che l’Occidente finisca anche come realtà.
Ridiamo la parola a Eraclito: “Si riscaldano le cose fredde, le calde si raffreddano; diventano secche le cose umide, le aride si inumidiscono”. (EraclitoFr. DK 2B126).
Come riscaldare l’Occidente? Tornando a considerarlo nel suo insieme e non solo come lo vuole il capitalismo finanziario orwelliano, ossia un pezzo di mondo che è composto da più popoli, con le proprie radici, la propria storia, la propria arte, il proprio modo di vivere. Tutte peculiarità che vanno salvaguardate, inumidite quando sono secche, riscaldate quando si raffreddano, per poi armonizzarle in un’orchestra fatta di molti strumenti.





