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ELEZIONI EUROPEE E ASTENSIONISMO

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di Gianvito Caldararo

Le elezioni europee sono alle porte e di astensionismo non se ne parla per niente. Alle ultime elezioni politiche del 25 settembre 2022, ben 23 milioni di cittadini italiani non sono andati a votare. L’astensionismo, ormai, la fa da padrone in ogni tipo di elezione, da quelle politiche a quelle regionali e a quelle amministrative comunali. Quella che alcuni hanno chiamato “la cavalcata dell’astensionismo” pare non trovare alcun ostacolo alla sua continua e vertiginosa corsa per un costante aumento. Alle elezioni politiche del 1948 partecipò il 92,23% del corpo elettorale, mentre nel 2013 la percentuale è scesa al 75,20% e alle elezioni di settembre 2022 la percentuale di coloro che si sono recati alle urne è sceso al 63,8%.

Dal 1979 al 2018 la riduzione media del tasso si partecipazione tra una elezione per la Camera e la precedente si attesta su una percentuale media di circa il 2%. Il calo maggiore è stato quello fatto registrare tra il 2008 e il 2013 che è stato di 5 punti percentuali. Il “partito del non voto”, che comprende sia gli astenuti che coloro che depositano nell’urna la scheda bianca, è divenuto il partito più grande d’Italia. E’ di tutta evidenza che nella scelta di non andare a votare o di votare scheda bianca, vi è la protesta di chi non si sente più rappresentato dai partiti e dalle liste che si propongono agli elettori.

Il voto ha rappresentato una delle conquiste più grandi delle moderne democrazie. La nostra Costituzione all’articolo 48 così recita: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. L’ultimo comma stabilisce: “il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”.

Durante il dibattito nell’Assemblea costituente vi erano coloro che sostenevano la obbligatorietà del voto e coloro che lo ritenevano un diritto da esercitare liberamente. Si decise per la saggia formula di “dovere civico”. Il tema dell’astensionismo si presenta ad ogni elezione, ma passata la tornata elettorale il problema resta accantonato, sparendo di fatto dal dibattito politico. Salvo poi ricordarsene alle prossime elezioni.

Nella passata legislatura fu istituita una Commissione di studio, con il compito di elaborare le proposte per favorire la partecipazione al voto dei cittadini. I lavori di tale Commissione è poi confluito in un libro che è consultabile su un apposito link. Le proposte della Commissione per combattere l’astensionismo sono diverse, comprese quelle riguardanti i lavoratori e gli studenti fuori sede e le persone con infermità.

La cosa che non si deve fare è quella, come scrive Dario Caprio, autore del libro – La democrazia sussidiaria -, “di combattere l’astensionismo abbassando il quorum”, che è come “nascondere la polvere sotto il tappeto. E’ evidente che abbassando l’asticella della partecipazione si contribuisce a favorire un sempre maggiore allontanamento dei cittadini dalla politica e ciò può significare avere eletti sempre più “eletti di pochi” e significa scivolare verso una”regressione oligarchica della democrazia”.

La soluzione è quella di ritornare alla sostanza della democrazia che è “il potere che i cittadini hanno di decidere del proprio destino in modo però consapevole e nel quadro di una società aperta, nella quale non vi sia una distribuzione delle risorse materiali e culturali tale da impedire a qualsiasi cittadino di partecipare alla formazione delle decisioni politiche, come anche accedere ai massimi livelli di potere”. Quindi, è la partecipazione lo strumento con il quale strati sempre più ampi della popolazione possono intervenire nei processi decisionali e non essere relegati esclusivamente al momento del voto, spesso ritenuto insignificante ed inutile e dal quale, quindi, rifuggire.

Ma come sostiene sempre Dario Caprio, “non parliamo di una partecipazione tanto per esserci”, ma di una partecipazione dialogico-deliberativa, fatta di un processo che mira a generare in consenso infornato attraverso un metodo dialogico (” discorso tra persone “) in grado di portare a comunicazioni interpersonali significative, ad una progressiva comprensione delle ragioni altrui, ad uno spostamento verso valutazioni più bilanciate, condivise, ragionate ed orientate al cambiamento.

Si parla in buona sostanza di democrazia deliberativa, che -in senso ampio – fa riferimento ad una deliberazione pubblica tra cittadini liberi ed eguali che rappresenta il nucleo della legittimità del processo decisionale e politico e dell’autogoverno. E come sostiene Papa Francesco, “è il confronto che arricchisce, non l’essere fermo sulle nostre posizioni. E’ la conversazione che diventa occasione di crescita. E’ il dibattito il momento in cui maturiamo, non l’ermetica certezza di essere noi quelli sempre “nel giusto”.

Tutti argomenti ben descritti nell’interessante libro di Gael Giraud e Carlo Petrini intitolato “Il gusto di cambiare”. Il beato Pierre Claverie, vescovo di Orano, martire, affermava: “La verità non la si possiede, e io ho bisogno della verità degli altri”. La pratica del dialogo, del confronto e dell’incontro sia oggi quanto di più urgente da insegnare alle nuove generazioni, fin dai bambini , per non favorire la costruzione di personalità chiuse a doppia mandata nell’angustia delle proprie convinzioni, come invita a porre in essere anche Papa Francesco.

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  • Redazione

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