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13 anni, accoltella la prof mentre la riprende

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13 anni, accoltella la prof mentre la riprende

E come al solito la sinistra colpevolizza tutti tranne i colpevoli

Perdonato prima di sera. Ha 13 anni e ieri ha accoltellato la sua professoressa in classe. A che età si diventa delinquenti?

Roma, Centocelle, scuola media. Spray al peperoncino negli occhi, poi tre colpi con un coltello da sub, davanti ai compagni, con il telefono fissato sul casco per trasmettere tutto in diretta.

Lei ha 66 anni, è all’ultimo anno prima della pensione. Lo ha bloccato un altro alunno. Come sarebbe finita senza di lui, non lo sa nemmeno la vittima.

Un raptus?

Nella notte aveva pubblicato il conto alla rovescia: “meno 5 ore”.

La mattina si è vestito per l’agguato nel bagno della scuola: caschetto, occhiali da softair, un secondo coltello agganciato alla cintura.

Chi conta le ore vuole. Chi si veste per colpire intende.

Lo dice la professoressa, non un pubblico ministero: ha visto “lo sguardo gelido e senza anima di chi ha pianificato un’azione lucidamente”.

E lui? Non è imputabile. Niente processo, niente pena, al massimo una comunità. Per il codice penale, articolo 97, anno 1930, a quell’età si è incapaci di intendere e di volere.

Incapace. Uno che ha pianificato l’orario, l’abbigliamento, le armi, l’inquadratura.

Non è disagio. È un delinquente. Da delinquente va trattato.

Invece è partita la macchina della comprensione, puntuale come l’ambulanza. Ascolto, solitudine, fragilità, malessere. Il vocabolario è lo stesso da anni, basta cambiare il nome della scuola.

Il metodo ha una firma.

La sinistra non ha mai incontrato un colpevole, solo vittime della società. Se il reato è colpa di tutti, non è colpa di nessuno. Comodo, no?

Peccato che la Costituzione dica il contrario.

“La responsabilità penale è personale”, articolo 27, primo comma.

Nei salotti citano sempre il terzo, quello sulla rieducazione. Il primo non lo ricordano mai.

Ascoltiamolo, il coro.

Il Municipio: bisogna fare in modo che “nessun ragazzo si senta solo di fronte alle proprie difficoltà”.

L’assessora capitolina alla Scuola mette il Comune “al fianco della scuola e della famiglia del ragazzo”.

Sì, pure di quella.

La Rete degli studenti avverte che il pericolo è la “criminalizzazione”. Il presidente del Municipio annuncia l’apertura di un centro giovanile.

Una donna viene pugnalata in cattedra e la risposta è un centro giovanile.

Solo? Quel ragazzo non era solo. Aveva oltre 4mila seguaci su un profilo pieno di omaggi agli stragisti americani, con tanto di istruzioni per montare un cellulare su un casco.

Lo guardavano in 4mila. Mancavano soltanto gli adulti. Nella nota del ministro risulta “tranquillo, senza particolari problematiche”.

E non è la prima volta.

Lo avevo scritto a marzo, quando a Trescore Balneario un altro tredicenne accoltellò la sua insegnante in diretta Telegram con il telefono appeso al collo.

Stessa età, stessa classe, stessa piattaforma, stesso bersaglio: una donna dietro la cattedra.

Avevo previsto che la volta successiva sarebbe arrivata. Non serviva un profeta. Un copione che non costa nulla a chi lo recita viene replicato.

Si dirà che il governo è intervenuto.

Vero: il 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sull’imputabilità dei minori. La soglia, però, è rimasta a 14 anni.

Hanno riscritto le regole quattro mesi dopo Trescore lasciando fuori proprio i tredicenni. In Commissione Giustizia è in esame dal 7 luglio una proposta per scendere a 13.

Approvata in tempo, oggi a Roma ci sarebbe un imputato.

Il ministro Valditara ha dichiarato che “chi sbaglia deve pagare”. Chi paga, ministro? Con quale articolo?

Pure la destra ha la sua scusa pronta: la colpa è dei social, vietiamoli sotto i 15 anni.

Le piattaforme hanno già un’età minima. Sotto i 14 serve il consenso dei genitori. Regole che nessuno controlla; aggiungerne una significa allungare l’elenco delle norme ignorate.

La rete non gli ha messo il pugnale in mano. Gli ha dato il pubblico. La lama l’ha scelta lui.

C’è poi la responsabilità di casa sua, personale pure quella. Un conoscente racconta che il padre, davanti a una bravata del figlio, avrebbe tagliato corto: “È un po’ strano, lascialo stare”.

Lascialo stare: la pedagogia di una generazione in due parole.

Come si è arrivati a questo?

Con cinquant’anni di demolizione paziente. Prima è caduto il castigo, ribattezzato violenza.

Poi il voto, diventato trauma. Infine la bocciatura, trasformata in ricorso al Tar.

I genitori si sono fatti sindacalisti dei figli, i presidi sportelli reclami.

L’insegnante è rimasto l’ultimo adulto che giudica, quindi l’unico nemico. A Centocelle il movente sarebbe un debito da recuperare.

Un debito scolastico. Due coltelli da sub.

Chi non ha mai sentito un no incontra il primo rifiuto su un registro di terza media. Questo descrive il sistema che lo ha allevato. Non assolve lui.

Poi c’è il capitolo che fa più male.

La professoressa, dimessa in giornata, ha detto di averlo già perdonato. Vuole abbracciarlo.

Le dispiace, parole sue, se lui ha scambiato i suoi insegnamenti “per accuse o punizioni”.

A una donna accoltellata mentre faceva lezione non si fa la morale. Il suo perdono appartiene alla sua coscienza.

Il guaio comincia un minuto dopo, quando quel perdono diventa un titolo, un esempio, un sollievo per tutti.

La scuola italiana ripete da quarant’anni che il docente che punisce ha fallito, che dietro ogni violento c’è un adulto che non ha capito.

Una vittima che si rammarica, con 7 giorni di prognosi addosso, è il finale perfetto per chi non vuole decidere niente.

Il marito ha detto l’opposto: “Spero mettano in galera lui e i genitori”.

L’uomo della strada chiede la pena che la legge non prevede. Lo Stato non può processare un tredicenne: lo affiderà a una comunità per minori.

L’unico verdetto su questa storia lo ha pronunciato la vittima. È un’assoluzione.

Era già accaduto.

A maggio, a Parma, due professori aggrediti da un gruppo di studenti, uno preso a cinghiate, rifiutarono di denunciare.

“Un intervento educativo”, fu la spiegazione. A certe cose, dissero, i docenti sono “abituati”.

Il medico pietoso fa la piaga purulenta: dalla cinghia al pugnale sono passati quattro mesi.

Questa volta, però, la Procura per i minorenni ha indagato quei ragazzi lo stesso. A 15 anni la legge arriva. A 13 no.

Chi invoca il perdono cristiano, almeno lo conosca. Wojtyla andò a Rebibbia ad abbracciare l’uomo che gli aveva sparato. Ağca restò in cella fino al 2000.

Il perdono riguarda l’anima di chi lo concede. La pena riguarda la sicurezza di tutti gli altri. Confonderli non è carità, è resa.

In Inghilterra si risponde penalmente a 10 anni, in Olanda e in Irlanda a 12. Non sono dittature.

L’Italia resta ferma al 1930 mentre i suoi tredicenni studiano le stragi americane.

Il Parlamento ha la proposta sul tavolo. La approvi. Oppure prepari le parole per la prossima insegnante.

Perché il copione ormai è pubblico, gratuito, collaudato due volte. Da qualche parte, stanotte, un altro ragazzino sta guardando l’orologio.

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