Due piccioni con una fava e le dottrine di Spikeman, Kissinger e Huntington – L’ottusità delle leadership europee e la politica di Trump per recuperare la Russia
Proseguendo il ragionamento sulla Germania e le sue pretese sullo spazio vitale (Lebensraum), possiamo ragionevolmente asserire che gli USA in un primo momento ne hanno assecondato, con l’istituzione dell’Unione Europea, la centralità in Europa e poi, essendosi accorti del legame che si stava instaurando con la Russia, hanno preso due piccioni con una fava.

Hanno avviato nel 2014 un innalzamento continuo della frizione sul fronte orientale, con Maidan, con la Georgia e con l’estensione della Nato attorno alla Russia, creando il contenimento di Mosca e il fallimento di Berlino.
È stata applicata, per l’occasione, la dottrina Spikman: evitare la minaccia di chi tenta di governare contemporaneamente l’Heartland e il Rimland.

La contraddizione è gli Stati Uniti, a guida Clan Clinton-Bush-Obama-Biden, hanno affossato la tentazione egemonica della Germania, hanno cercato di impedire il pieno utilizzo russo del Mar d’Azov e del Mar Nero e hanno trasformato il Baltico in un lago NATO (dottrina Spikeman), ma hanno creato un blocco Russia – Cina – Corea del Nord.

Non è necessario essere dei geni della geopolitica per capire che più dura la guerra tra Mosca e Kiev e più si consolida un blocco che assume un aspetto importante in relazione a quanto s’è detto sul contemporaneo dominio dell’Heartland e del Rimland.
La conseguenza è che la follia è continuare a mettere la Russia in braccio alla Cina, così come fa l’Unione Europea a conduzione democristiana, socialista e verde complice della russofobia inglese.
Come ci ricorda l’esperto di geopolitica Amedeo Maddaluno, Henry Kissinger al tempo di Nixon, aprì le relazioni con la Cina per sottrarla all’influenza russa.
“Se ieri serviva un dialogo con la Cina contro l’URSS – scrive Maddaluno -, oggi serve un dialogo tra Occidente e Russia contro l’ascesa del Dragone, quel che il repubblicano Kissinger suggerirà a tutte le amministrazioni repubblicane (da Bush a Trump), astrattamente più propense al dialogo con la Federazione Russa”.[i]
Ovviamente Kissinger è inascoltato dalla follia russofoba inglese e dell’Unione Europea.
Maddaluno ricorda che Samuel Philip Huntington ha introdotto il concetto di geopolitica delle civiltà.
Scrive Maddaluno: “Occidentale, cristiana ortodossa, latino-americana, islamica, indù, cinese, giapponese, buddista, africana: queste le civiltà/blocco in cui l’accademico divide il mondo. Dopo la fine delle ideologie il mondo vive un processo di ritribalizzazione dove sono le appartenenze etniche e religiose a farsi motore della storia – e della guerra. Le civiltà non hanno tra loro sfumature o aree di grigio ma sono entità antiche, eterne, ben definite ed identificabili. Conclusione ovvia di tale lettura del mondo è la proposta di un’alleanza tra civiltà affini (Occidente e Russia) contro quelle aliene (una Cina che ossessiona sempre di più le analisi degli strateghi americani)”.[ii]
Oggi gli Stati Uniti non sono più gli stessi della banda Clinton – Bush – Obama – Bush, Biden e non a caso tentano di sparigliare le alleanze, aprendo alla Russia la possibilità di emanciparsi da un abbraccio troppo asfissiante con la Cina.
Questo è un aspetto fondamentale dell’attuale contenzioso tra Usa, UE e UK che rientra a pieno titolo nell’attuale questione della Germania.
Una destra nazionale industriale
Torniamo al successo dell’AfD che diventa strategicamente interessante
Il risultato della Sassonia-Anhalt è un segnale gigantesco in quanto è la combinazione di temi come anti-Bruxelles, anti-globalizzazione, critica del Green Deal, critica delle sanzioni, apertura verso Mosca, sovranità nazionale, protezione dell’industria tedesca.
Questa combinazione può produrre qualcosa che la vecchia destra tedesca non aveva: una destra nazionale industriale.
Ed è qui che il concetto di «spazio vitale» va reinterpretato.
L’AfD potrebbe, infatti, sostenere: non abbiamo bisogno di espandere lo spazio tedesco in Europa; dobbiamo rendere nuovamente produttivo lo spazio tedesco entro i suoi confini.
È una trasformazione radicale, che può anche coincidere con un interesse americano.
Gli USA possono avere interesse a impedire una potenza europea autonoma, mantenere la Germania dentro la NATO, ridurre il progetto di autonomia strategica dell’UE, indebolire il vecchio asse economico Germania – Russia, riportare produzione strategica in Europa occidentale, aumentare enormemente la spesa militare europea, mantenere il mercato europeo aperto alle tecnologie e ai sistemi americani.
In questo quadro, una Germania forte militarmente, ma nazionale e atlantica, è molto diversa da una Germania forte militarmente e leader di una potenza europea autonoma.
Non a caso Trump ha commentato favorevolmente l’ascesa di AfD.
“Wow! – ha esclamato Trump su Truth – il partito populista in Germania ha avuto una notte davvero importante”.
Trump ha concluso il suo post con “MGGA!!!”, che va probabilmente inteso come abbreviazione di “Make Germany Great Again” sul modello del suo slogan “Make America Great Again” (“MAGA”).
La vera alternativa della Germania è a destra

Il modello B è quello che probabilmente preoccupa maggiormente Washington. Il modello C potrebbe invece essere perfettamente compatibile con una strategia americana di contenimento della Cina.
La destra nazionale potrebbe essere meno pericolosa per gli USA di una Germania socialdemocratica conservatrice che costruisca una vera autonomia strategica europea.
La vera domanda quindi è: chi controlla la rinascita della potenza tedesca?
Se la risposta è: Berlino, Bruxelles, Parigi, Roma, Varsavia, Londra, abbiamo una possibile potenza europea.
Se è: Berlino, Washington, NATO abbiamo una Germania riarmata, ma atlantica.
Se è: Berlino, industria tedesca, sovranità nazionale, abbiamo una Germania nazionale-industriale, molto diversa dalla Germania europea di Maastricht.
E c’è una quarta possibilità, forse la più instabile: Germania riarmata, UE indebolita, Francia autonoma, Polonia militarizzata, Italia industriale, Regno Unito fuori dall’UE, USA che riduce il proprio impegno europeo.
Quello sarebbe il ritorno della questione tedesca, non nel senso storico del Lebensraum, ma nel senso molto più classico dell’equilibrio di potenza in Europa.
Due piccioni con una fava, la politica USA della Nuland
Torniamo al 2014. Washington, caduto il Muro di Berlino (1989) avrebbe contribuito prima alla costruzione di un’Europa centrata economicamente sulla Germania e successivamente, quando il modello tedesco è entrato in una traiettoria di integrazione energetica e industriale con la Russia, ha sostenuto un assetto strategico che ne ha spezzato le basi.
Gli Usa con Victoria Nuland e George Soros hanno avviato la rivolta di Maidan che ha innescato, con la questione ucraina, una frizione del fronte Est europeo che ha disastrato in primo luogo la Germania e ha tentato di sfiancare la Russia.
Qui entra in scena la teoria di Nicholas John Spykman.
La formula di Spykman può essere sintetizzata così: chi controlla il Rimland controlla l’accesso all’Heartland; impedire che una sola potenza domini entrambi è essenziale per l’equilibrio euroasiatico, ovviamente nell’interesse Usa.
Spykman non dice semplicemente «controllare la Russia». La sua preoccupazione era impedire l’emergere di una potenza egemone dell’Eurasia capace di combinare le risorse dell’interno continentale con i grandi centri costieri.
La letteratura strategica contemporanea continua infatti a leggere il contenimento NATO in termini di controllo e difesa del Rimland.
Ed è qui che il ragionamento diventa interessante.

In questa fase (1945 – 1990) la Germania diventa il principale nodo economico dell’Europa, ma senza diventare una potenza militare autonoma. Il modello è quindi compatibile con l’ordine americano.
Il problema nasce quando Germania, più UE, più Russia cominciano a formare un sistema economico sempre più interdipendente (1990 – 2014).
Non significa che Berlino stesse costruendo deliberatamente un blocco antiamericano, ma il risultato potenziale era una massa economica euroasiatica nella quale la Germania avrebbe avuto una posizione centrale. Ed è precisamente qui che la lettura spikmaniana acquista forza.
Il 2014 diventa il punto di biforcazione
Dal 2014 il sistema occidentale ha progressivamente trasformato il fianco orientale in una linea strategica di contenimento della Russia. Dopo Crimea e Donbass, la NATO ha sospeso la cooperazione pratica con Mosca e ha cominciato a rafforzare sistematicamente il fianco orientale.
La sequenza diventa quindi:

Il «doppio risultato» è: riduzione di una Germania egemone e contenimento di Mosca.
Guardiamo agli effetti.
Primo effetto: riduzione della possibilità di una Germania egemone in Europa attraverso un sistema economico euroasiatico.
La Germania perde: energia russa a basso costo; mercato russo; parte delle catene euroasiatiche; Ostpolitik; possibilità di fungere da ponte fra Russia ed Europa. Il modello Germania, Russia, Cina viene spezzato.
Secondo effetto: la Russia viene spinta verso la Cina. E qui emerge il grande paradosso.
La strategia di contenimento della Russia ha ottenuto un risultato che, dal punto di vista americano, è problematico ossia ha contribuito a trasformare la Russia da un possibile partner economico dell’Europa a un importante componente di un sistema euroasiatico alternativo.
La cooperazione Russia – Cina è oggi molto più profonda rispetto a prima della guerra, anche se non costituisce una fusione politica. Gli analisti parlano infatti di un allineamento strategico crescente, ma sottolineano anche interessi divergenti e diffidenze reciproche.
Nel 2026 non più soltanto di Russia, più Cina, ma di una rete più ampia: Cina, Russia, Corea del Nord, con l’Iran come ulteriore nodo in alcune configurazioni strategiche.
Il fenomeno viene talvolta sintetizzato con l’acronimo CRINK: China, Russia, Iran, North Korea. Non è però una NATO alternativa: non esiste un comando comune, né una struttura istituzionale comparabile.
È piuttosto una convergenza di interessi, tecnologia, energia, armamenti, intelligence e opposizione alla pressione americana.
E gli sviluppi degli ultimi giorni sono particolarmente significativi. Il 7 settembre 2026 Russia e Corea del Nord hanno inaugurato il primo ponte stradale diretto tra i due Paesi, rafforzando ulteriormente l’integrazione logistica.
E il 9 settembre 2026, per l’anniversario della Corea del Nord, sia Xi, sia Putin hanno ribadito pubblicamente la profondità della loro cooperazione con Pyongyang.
Il paradosso spikmaniano che stiamo individuando.
Gli Usa della banda Clinton – Bush, Obama, Biden hanno indebolito due possibili concentrazioni di potere. Da un punto di vista puramente geopolitico, l’Occidente ha ottenuto due risultati: ha impedito che la Germania trasformasse la propria centralità economica europea in una autonoma piattaforma euro-russa e ha impedito che Mosca ricostruisse una sfera di influenza nell’Europa orientale.
Il problema è che contemporaneamente ha favorito una maggiore convergenza fra Mosca e Pechino. Quindi è stato spezzato il potenziale asse Berlino – Mosca, ma si è rafforzato l’asse Mosca – Pechino.
C’è una seconda contraddizione ancora più profonda.
La strategia americana originaria era impedire che una potenza controllasse l’Eurasia, ma oggi rischia di produrre un blocco continentale che comprende una parte enorme dell’Eurasia.
Cina e Russia possiedono complementarità straordinarie.

Questa è una configurazione molto diversa da quella immaginata negli anni Novanta.
La vera conseguenza per la Germania
La Germania rischia di trovarsi schiacciata fra due grandi trasformazioni.
Prima La Germania poteva contare sulla sicurezza garantita dagli Usa, sull’industria propria, sull’energia della Russia e sul mercato della Cina.
Oggi la sicurezza e la tecnologia dipendono ancora dagli Usa, la Cina è una concorrente industriale, la Russia è un avversario e l’Europa è un mercato in difficoltà e allo sbando dal punto di vista geopolitico.
Quindi la Germania perde contemporaneamente i due pilastri esterni del suo vecchio modello: energia russa e domanda cinese non conflittuale.
Questo spiega perché la questione che stiamo affrontando, ossia quella del riarmo, con un’alleanza AfD, CDU e con una nuova collocazione della Germania sia molto più importante della semplice politica interna tedesca.
La Germania deve decidere se diventare il pilastro industriale-militare dell’Europa atlantica, oppure il nucleo di una nuova Europa strategicamente autonoma, oppure, ancora, uno Stato nazionale industriale e militare fortemente integrato con gli USA.
Washington ha contribuito a impedire la formazione di una Mitteleuropa euro-russa centrata sulla Germania; il prezzo potenziale di questa strategia è stato contribuire alla formazione di un grande sistema continentale Russia–Cina, con Corea del Nord e Iran come nodi complementari.
Questa, secondo me, è una ipotesi geopolitica molto solida in quanto descrive una possibile riallocazione del problema dell’egemonia dall’Europa all’intera Eurasia.Inizio modulo
La politica di Trump e l’ottusità guerrafondaia europea
Ora Trump tenta, riproponendo le teorie di Kissinger e di Huntington, di riportare la Russia in una posizione che la tolga dall’abbraccio con la Cina, offrendole la possibilità di recuperare rapporti con l’Occidente, mentre l’ottusità dell’Unione Europea e degli inglesi lavora per continuare la guerra in Ucraina secondo le vecchie logiche del clan Clinton-Bush, Obama, Biden.
La novità, infatti, è che la politica di Trump verso Mosca può essere letta, almeno in parte, come una sorta di “Kissinger al contrario”: non usare la Cina per isolare la Russia, come fecero Nixon – Kissinger con l’URSS, ma cercare di ridurre la dipendenza russa dalla Cina attraverso un rapporto diretto Washington – Mosca. Analisti hanno esplicitamente discusso quest’analogia.
La Russia oggi non è più il principale problema strutturale americano. La competizione sistemica di lungo periodo è sempre più concentrata sulla Cina: tecnologia, industria, semiconduttori, IA, controllo delle catene produttive, materie prime strategiche e potenza militare.
I movimenti di Trump sono coerenti con questa lettura. Non è soltanto teoria.
Il 7 settembre il Cremlino ha riferito che Trump ha espresso a Putin il desiderio di chiudere rapidamente la guerra per poter ricostruire pienamente le relazioni USA – Russia.
Il 9 settembre Trump ha nuovamente detto che Putin vuole arrivare a un accordo e gli emissari americani Witkoff e Kushner hanno lavorato direttamente con Mosca e Kiev per riaprire il negoziato.
Mosca ha lasciato aperta la possibilità di un incontro trilaterale Trump – Putin-Xi, eventualmente nell’ambito dell’APEC di novembre.
Quindi Washington non sta semplicemente «trattando sull’Ucraina», ma sta cercando di rimettere il rapporto USA-Russia dentro una geometria diplomatica più ampia.
Huntington diventa complementare a Kissinger
La citazione di Huntington è interessante in quanto Kissinger ragiona in termini di equilibrio fra grandi potenze (questione aperta), mentre Huntington ragiona in termini di grandi aree di civilizzazione e loro linee di frizione.
Da questo punto di vista, una politica americana che tentasse di recuperare la Russia avrebbe una logica. La Russia non necessariamente come «democrazia occidentale», ma come grande potenza europea-eurasiatica distinta dalla Cina.
L’Europa, a causa dell’ottusità della sua leadership, continua in larga misura a ragionare secondo la gerarchia strategica del 2022, mentre Washington sta cercando di ragionare secondo la gerarchia strategica del 2030.
La Russia rimane certamente una possibile minaccia militare e politica, ma può contemporaneamente diventare un oggetto di negoziazione strategica. Questa distinzione è fondamentale.
L’aspetto fondamentale della questione è che Londra, Berlino e Parigi non stanno seguendo la logica di Trump. Francia, Germania e Regno Unito hanno infatti discusso nel 2026 un proprio formato per assicurarsi un ruolo nei futuri negoziati sull’Ucraina, proprio nel timore che il processo possa essere guidato soprattutto da Washington e Mosca.
Ucraina teatro di una questione geopolitica più ampia
L’Ucraina può diventare quasi il “teatro” di una questione più grande. Da questo punto di vista la guerra non riguarda più soltanto Mosca e Kiev, ma USA, Russia e Cina.
L’Ucraina è il punto nel quale questa geometria è esplosa.
E, quindi, Trump potrebbe ragionare in questo modo: Se continuo indefinitamente a spingere la Russia contro l’Occidente, ottengo una Russia sempre più cinese e pertanto chiudo il conflitto, riapro un rapporto con Mosca, riduco la sua dipendenza da Pechino e posso concentrarmi sulla Cina.
Il comportamento europeo rischia di diventare controproducente per gli stessi interessi europei, in quanto gli europei rimangono più anti-russi proprio mentre gli americani diventano più interessati a recuperare un rapporto con Mosca.
E allora la Germania, per tornare all’inizio del nostro ragionamento, si troverebbe davanti a una situazione completamente nuova, dove può giocare la carta di uno spazio economico-industriale europeo nel quale Russia ed Europa possano nuovamente avere rapporti economici senza che Berlino debba necessariamente costruire un’egemonia politica sull’Europa orientale.
Se questa interpretazione si dimostrasse corretta, la guerra d’Ucraina sarebbe stata il grande episodio di una transizione geopolitica più ampia: dalla Russia come principale problema europeo alla Cina come principale problema americano.
[i] Amedeo Maddaluno, Geopolitica – Storia di un’ideologia, GoWare
[ii] Amedeo Maddaluno, Geopolitica – Storia di un’ideologia, GoWare





