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von der Leyen: Risparmi dei cittadini al servizio delle aziende UE

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Risparmi dei cittadini al servizio delle aziende UE

L’economia in un sistema libero la si aiuta solo liberalizzandola

La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che l’Europa deve mettere i risparmi dei cittadini “al servizio delle aziende europee”.
Una dichiarazione aberrante.

In pratica vuole indirizzare (obbligare?) i risparmiatori a investire i propri capitali nelle imprese europee “titolarizzandoli e sorvegliandoli”, parole sue, che sono già inquietanti così.

Poiché sono stato invitato a entrare nei dettagli sostenendo che queste dichiarazioni in chiave economica sono ovvie, lo farò.

È chiaro che i capitali immobilizzati fermi sui conti e, quindi, non movimentati, sono una sciagura per ogni economia, perché il PIL è originato proprio dallo scambio di denaro.

Da questo punto di vista incentivare la mobilitazione di questi capitali e magari orientarli al finanziamento delle imprese sarebbe un toccasana per l’economia europea e per l’occupazione.

Vedremo in seguito che non è proprio così.

Il piano pratico della Commissione Europea per mobilitare i 10.000 miliardi di euro di risparmi “pigri” non prevedrebbe la confisca o il prelievo forzoso dai conti correnti, ma una profonda riforma regolatoria chiamata “Unione dei Risparmi e degli Investimenti”.

L’obiettivo della Presidente Ursula von der Leyen sarebbe modificare l’architettura finanziaria dell’UE per incentivare i cittadini e gli investitori istituzionali a spostare “volontariamente” la liquidità dai depositi bancari verso i mercati azionari e obbligazionari, sbloccando circa 470 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi per le imprese europee.

Alzi la mano chi ha capito con quali meccanismo lo so vuole fare.

Si punterebbe a un SP500 europeo e a Bond comunitari (fa quasi ridere dopo che Tremonti li chiese inutilmente ancora 20 anni fa, e proprio i tedeschi si opposero con fermezza), con le pensioni integrative investite sui fondi comuni.

Bellissimo. Ma cosa succederebbe a chi non volesse aderire? Ho la sensazione che non si potrà.

La parola “sorveglianza” in questo specifico contesto, pronunciata da una come Urssula (la doppia esse non è un errore), rende difficile non pensare che, nella realtà, vogliano mettere le mani sul nostro denaro non movimentato.

È quindi assai probabile che nelle intenzioni della “Presidenta” ci sia una norma comunitaria che penalizzi con un forte prelievo fiscale tutto il denaro fermo sui conti dei cittadini.

Non sarebbe una confisca, non sarebbe un prelievo forzoso, ma qualcosa di molto simile, che comunque ridurrebbe la libertà economica dei cittadini dell’UE.

Certo, si potrebbe anche scegliere la strada di un incentivo di carattere fiscale, per il denaro investito in titoli od obbligazioni, ma questo avvantaggerebbe chi ha ampia disponibilità di capitali, premiando gli speculatori; i ceti più poveri non la prenderebbero di sicuro benissimo e ne risentirebbe il gettito fiscale.

A parte ciò, perché a trarne beneficio siano le sole aziende europee, si dovrebbero emanare delle norme in aperta violazione di una mezza dozzina di regole internazionali, comprese quelle del WTO che riguardano gli scambi su scala mondiale.

Anche sul beneficio alle aziende derivante da una simile incentivazione, ho molti dubbi.

Il denaro formalmente non movimentato sui conti bancari, infatti, è tutt’altro che fermo.

Esso costituisce la base per tutto il sistema creditizio del Paese e quello che non viene prestato sul mercato del credito viene investito dalle banche stesse, e anche dai fondi pensione, in titoli, e anche in obbligazioni emesse dalle imprese.

Quindi, materialmente, questo denaro è gia circolante o addirittura investito in borsa, in gran parte a sostegno delle stesse imprese.

Forse, per rivitalizzare le imprese europee basterebbe introdurre un limite comunitario alle Commissioni e agli interessi richiesti dalle banche.

L’idea di Urssula, pertanto, ha il solo effetto di spostare gli impieghi da una parte all’altra e, forse, di mettere in difficoltà il mercato del credito.

L’ultima considerazione riguarda proprio gli investimenti in borsa.

Se è vero, infatti, che sottoscrivere una nuova obbligazione emessa da un’azienda equivale a finanziarla, non è così nel caso assai più comune di acquisto di obbligazioni esistenti, o dell’acquisto in borsa di una azione, che, in quanto transazione di un titolo già sul mercato, non fornisce alcun apporto di nuovo capitale all’azienda stessa.

In compenso, questo nuovo orientamento all’investimento obbligato, porterebbe un altro fiume di denaro sotto forma di commissioni alle banche.

Detto questo, io sono il primo a pensare che senza un giustificato motivo, tenere denaro fermo sul conto sia una scelta insensata, ma credo che ogni “incentivo” di Stato a investire mediante penalizzazione, sia una emerita stupidaggine.

La propensione agli investimenti si crea con la fiducia e non drogando i mercati a forza di provvedimenti legislativi, coercitivi o punitivi, perché di questo si tratta.

Chi non investirà in borsa sarà in qualche modo penalizzato, questo è ciò che si capisce dalla parole di questa signora, ed è l’esatto contrario della libertà economica che caratterizza il mercato americano al quale tanto si guarda.

Certo, i motivi li capisco benissimo, ma il metodo europeo è la solita stretta statalista.

Un SP 500 europeo sarebbe davvero una cosa fantastica, peccato che in Europa 200 delle maggiori 500 imprese siano controllate dagli Stati e dipendenti dalle decisioni dell’autorità centrale; negli USA ce n’è una sola: Intel.

Quest’influenza statalista si sta perfino ampliando ed è il maggior freno allo sviluppo di un simile progetto.

Senza considerare, poi, l’enorme differenza culturale tra Europa e Stati Uniti, dove, con molteplici canali, anche privati, si finanziano le idee per creare nuove imprese, opportunità e business, mentre qui le si castrano sul nascere, facendo le pulci agli investitori privati e massacrandole di tasse se osano concretizzarsi.

No, l’economia in un sistema libero non la si aiuta con le imposizioni sui capitali privati, ma solo liberalizzandola e togliendo i lacci e i lacciuoli burocratici e fiscali che impediscono alle imprese di volare.

In queste condizioni le imprese saranno perfettamente in grado di attrarre investimenti da capitali privati senza ricorrere ad obblighi di Stato.

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