Israele e Stati Uniti ora colpiscono il denaro che alimenta l’esercito dell’Iran in Libano
Quando Israele ha aperto nel marzo 2026 la nuova campagna militare contro Hezbollah, i primi obiettivi indicati dall’esercito non sono stati soltanto depositi di armi, rampe missilistiche o centri di comando sotterranei.
Sono state banche, agenzie di cambio, società commerciali e distributori di carburante.
Il messaggio era inequivocabile: per indebolire Hezbollah non basta distruggerne l’arsenale. Bisogna prosciugare il sistema finanziario che consente all’organizzazione di pagare i combattenti, acquistare armi, ricostruire le proprie strutture e mantenere il controllo politico e sociale su una parte del Libano.
È questa la «caccia al tesoro finanziario di Hezbollah» raccontata da un’importante inchiesta del New York Times, fondata su documenti ottenuti dal giornale e su interviste con funzionari americani, israeliani e libanesi, oltre che con persone vicine all’organizzazione sciita.
Il quadro che ne emerge è molto preciso: Hezbollah starebbe affrontando la più grave pressione finanziaria degli ultimi anni.
La banca parallela di Hezbollah
Al centro dell’inchiesta si trova Al-Qard al-Hassan, un’istituzione finanziaria il cui nome significa «prestito benevolo».
Fondata negli anni Ottanta e formalmente registrata in Libano come associazione benefica, concede prestiti senza interessi, raccoglie risparmi e accetta oro come garanzia.
Non è una banca ordinaria, non è sottoposta alla vigilanza della Banca centrale libanese e opera prevalentemente in contanti, al di fuori dei normali circuiti finanziari internazionali.
Dopo il collasso del sistema bancario libanese nel 2019, mentre le banche tradizionali impedivano ai risparmiatori di ritirare il proprio denaro, Al-Qard al-Hassan continuò a concedere piccoli prestiti e a restituire depositi. Per moltissime famiglie rappresentò una vera ancora di salvezza.
Ma proprio questa funzione assistenziale ha permesso a Hezbollah di rafforzare il proprio consenso, sostituendosi ancora una volta a uno Stato libanese debole e spesso assente.
Secondo Israele e Stati Uniti, dietro l’attività di microcredito si nasconde però molto altro: Al-Qard al-Hassan funzionerebbe come una banca parallela attraverso la quale Hezbollah conserva e amministra denaro, distribuisce pagamenti, finanzia le proprie strutture e sostiene le attività militari.
Il Tesoro americano l’ha inserita nelle proprie liste delle sanzioni già nel 2007, sostenendo che Hezbollah la utilizzasse come copertura per gestire le proprie attività finanziarie e ottenere accesso indiretto al sistema internazionale.
Negli anni successivi Washington ha colpito anche amministratori, intermediari, aziende e prestanome collegati alla rete.
Gli attacchi contro le filiali
Nelle operazioni del 2 e del 9 marzo 2026 Israele ha attaccato numerose sedi di Al-Qard al-Hassan distribuite tra Beirut, il Libano meridionale e la valle della Bekaa.
Il 2 marzo l’esercito israeliano annunciò attacchi contro diciotto strutture e ordinò alla popolazione presente entro un raggio di trecento metri di allontanarsi.
Furono pubblicate mappe con edifici situati nella periferia meridionale di Beirut, a Tiro, Nabatiyeh, Bint Jbeil, Hermel, Baalbek e in altre località.
Una seconda serie di bombardamenti colpì il 9 marzo altre sedi nella periferia meridionale della capitale.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, più di una dozzina di filiali sarebbero state distrutte.
Ma la campagna non si è limitata agli edifici di Al-Qard al-Hassan.
Israele ha colpito anche uffici di cambio accusati di trasferire il denaro proveniente dall’Iran, società considerate di copertura, depositi, aziende commerciali e distributori di carburante dai quali Hezbollah avrebbe ricavato entrate proprie.
Perché sono stati colpiti anche i distributori di benzina
Tra gli obiettivi figurano le stazioni di servizio appartenenti alla rete Amana, un’azienda che disponeva di circa 45 distributori in Libano, molti dei quali situati nelle zone controllate da Hezbollah.
Queste stazioni vendevano normalmente carburante alla popolazione civile.
Israele sostiene, tuttavia, che producessero milioni di dollari di entrate per Hezbollah e fornissero carburante anche ai veicoli utilizzati dall’organizzazione, nascondendo le attività operative dietro una normale struttura commerciale.
Amana era stata sanzionata dal Tesoro americano già nel 2020 per i suoi presunti rapporti con la Martyrs Foundation, indicata dagli Stati Uniti come una delle componenti della vasta rete finanziaria di Hezbollah.
Si comprende così la logica dell’intera operazione: seguire il denaro, individuare le imprese che lo generano, identificare gli intermediari che lo trasferiscono e distruggere le infrastrutture che permettono a Hezbollah di trasformare quel denaro in armi, stipendi e potere politico.
Il ruolo decisivo degli Stati Uniti
L’aspetto più importante dell’inchiesta del New York Times è che non siamo davanti a una serie di operazioni israeliane isolate.
Si tratta della più aggressiva e coordinata campagna mai condotta contro le finanze di Hezbollah, nella quale agiscono, con strumenti differenti, Israele, gli Stati Uniti e lo stesso governo libanese.
Israele individua e colpisce materialmente le strutture.
Gli Stati Uniti raccolgono informazioni finanziarie, impongono sanzioni, bloccano società e intermediari e fanno pressione sulle istituzioni libanesi affinché interrompano i canali utilizzati dall’Iran.
Il governo di Beirut, indebolito ma oggi meno disposto a sottomettersi alle imposizioni di Hezbollah e di Teheran, ha cominciato a intervenire sulle rotte attraverso le quali il denaro iraniano entrava nel Paese.
Washington ha inoltre spinto la Banca centrale libanese a esercitare controlli più severi sull’immensa economia in contanti del Libano, sfruttata per anni da Hezbollah attraverso cambiavalute, società di copertura, prestanome e trasferimenti informali.
Le valigie di dollari dell’Iran
Secondo il New York Times, all’inizio del 2025 funzionari americani trasmisero al governo libanese un avvertimento israeliano: l’Iran stava inviando a Hezbollah valigie contenenti dollari americani, trasportate a bordo di normali voli civili diretti a Beirut.
Due funzionari libanesi e un funzionario israeliano hanno riferito al giornale che, in alcuni casi, il denaro sarebbe stato trasportato personalmente da diplomatici iraniani.
In seguito a questi avvertimenti il Libano ha sospeso i voli provenienti dall’Iran, provvedimento che risulta ancora in vigore.
Alcuni dipendenti dell’aeroporto di Beirut ritenuti vicini a Hezbollah sono stati rimossi e sostituiti con personale di sicurezza che collabora con funzionari americani.
Il controllo dell’aeroporto è decisivo perché per anni Hezbollah lo avrebbe utilizzato non soltanto come porta d’ingresso per il denaro, ma anche come elemento di una rete logistica collegata direttamente all’Iran.
Il cambiamento politico libanese è stato espresso chiaramente dal primo ministro Nawaf Salam.
Dopo un incontro con Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Salam dichiarò che il messaggio rivolto a Teheran era stato inequivocabile: il Libano non avrebbe più consentito all’Iran di interferire nei propri affari interni.
Settecento milioni di dollari l’anno
Prima della guerra il Dipartimento di Stato americano stimava che l’Iran fornisse a Hezbollah circa 700 milioni di dollari all’anno.
Questa somma avrebbe rappresentato la parte principale di un bilancio complessivo valutato intorno al miliardo di dollari annui.
Secondo i funzionari intervistati dal New York Times, Teheran avrebbe aumentato il proprio sostegno finanziario nell’ultimo anno. Neppure questo incremento, però, sarebbe sufficiente a coprire le enormi spese provocate dalla guerra.
Hezbollah deve infatti finanziare contemporaneamente la ricostituzione delle proprie capacità militari, il pagamento degli uomini, l’acquisto di armi, l’assistenza alle famiglie dei combattenti, la ricostruzione delle strutture distrutte e l’intero apparato sociale costruito in decenni: scuole, ospedali, associazioni, sussidi e indennizzi.
Il denaro non basta più
Per anni Hezbollah ha consolidato il proprio potere attraverso un patto implicito con la comunità sciita libanese: fedeltà politica e disponibilità al sacrificio in cambio di protezione, assistenza economica, sanità, istruzione e ricostruzione delle case distrutte.
Oggi quel meccanismo comincia a incepparsi.
Youssef al-Zein, responsabile delle relazioni con i media di Hezbollah, avrebbe dichiarato al New York Times già nel maggio scorso che l’organizzazione aveva sospeso il pagamento di parte degli indennizzi promessi ai propri sostenitori, non riuscendo più a soddisfare le necessità delle centinaia di migliaia di persone sfollate durante la guerra.
Hezbollah si troverebbe dunque davanti a una scelta dolorosa: continuare a finanziare la propria rete assistenziale, indispensabile per conservare il consenso, oppure concentrare le risorse sulla ricostruzione dell’apparato militare gravemente danneggiato dalle campagne israeliane.
Le informazioni raccolte indicano che la priorità sia stata assegnata alle spese militari.
È proprio questo il punto più delicato.
Hezbollah non è soltanto una milizia dotata di missili e uomini armati.
È un sistema politico, economico, militare e sociale che si è inserito nelle debolezze dello Stato libanese fino a sostituirlo in vaste aree del Paese.
Se non riesce più a pagare, assistere, ricostruire e risarcire, viene colpito uno dei pilastri fondamentali del suo potere.
Quanto è stato realmente distrutto?
La reale entità del danno non è ancora conosciuta.
Parte del contante, dell’oro e dei documenti custoditi nelle filiali potrebbe essere stata trasferita prima degli attacchi. Hezbollah e l’Iran hanno già dimostrato in passato una notevole capacità di adattamento: quando un canale viene chiuso, ne cercano un altro; quando una società viene sanzionata, ne costituiscono una nuova; quando il sistema bancario diventa impraticabile, ricorrono al contante, all’oro, ai cambiavalute e ai circuiti informali.
Lo stesso New York Times avverte quindi che sarebbe prematuro parlare di collasso definitivo.
L’organizzazione continua a disporre del sostegno iraniano e di una rete economica profondamente radicata nel territorio.
Esiste, inoltre, una questione umanitaria e giuridica che non può essere ignorata.
Al-Qard al-Hassan veniva utilizzata anche da moltissime famiglie comuni, comprese persone estranee all’attività militare di Hezbollah, che vi depositavano gioielli e oro per ottenere piccoli prestiti destinati alle spese scolastiche, a un’automobile, a un matrimonio o all’avvio di un’attività.
Amnesty International ha chiesto che gli attacchi contro queste strutture siano indagati come possibili crimini di guerra, sostenendo che l’affiliazione economica o politica a Hezbollah non trasformi automaticamente un edificio civile in un obiettivo militare.
Israele replica che quelle strutture partecipavano concretamente al finanziamento dell’organizzazione e costituivano quindi una componente della sua infrastruttura operativa.
La vera guerra dentro la guerra
Al di là delle contestazioni, il significato politico e strategico della campagna è evidente. Israele e Stati Uniti hanno compreso che Hezbollah non può essere sconfitto soltanto eliminandone i comandanti o distruggendone missili e tunnel.
Bisogna spezzare il meccanismo finanziario che consente all’Iran di mantenere in Libano un esercito parallelo, uno Stato parallelo e una società parallela.
Per questo si colpiscono contemporaneamente banche informali, cambiavalute, società commerciali, distributori, prestanome e vie di trasferimento del contante.
Israele bombarda le infrastrutture; Washington sanziona e isola la rete; il governo libanese tenta finalmente di riprendere il controllo dell’aeroporto e del proprio sistema finanziario.
Questa è la vera «caccia al tesoro» di Hezbollah. Non si cerca un forziere nascosto in un solo luogo, ma una ricchezza disseminata tra oro, valigie di dollari, aziende di copertura, distributori di benzina, uffici di cambio e istituzioni formalmente assistenziali.
È una guerra dentro la guerra: quella contro il denaro con cui l’Iran ha trasformato Hezbollah nella più potente organizzazione armata non statale del Medio Oriente.
E se davvero quel denaro comincia a non bastare più, il colpo inferto al progetto iraniano potrebbe risultare persino più profondo della distruzione di un deposito di missili.





