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IL KGB NELLA CHIESA ORTODOSSA RUSSA

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di Vito Sibilio

Alcune note

Tra il 1991 e il 1992 gli archivi del KGB furono furtivamente aperti agli studiosi russi e occidentali. I dossier segreti e segretissimi del IV Dipartimento del V Direttorato (quello che in origine era Per l’ideologia e i dissidenti e dopo divenne Per la protezione della Costituzione), furono esaminati, tra gli altri, da Piotr Vassiliev, giornalista dell’agenzia Argumenty i Fakty – poi soppressa nel 1995 – dai sacerdoti ortodossi Gleb Iakunin e Alexander Orogodnikov e dallo studioso francese Pierre Faillant De Villemarest. La documentazione emersa dimostrava che il governo sovietico, tramite la Ceka/GPU/OGPU (i servizi sovietici civili cambiarono molte volte la sigla, ma erano sempre i medesimi), dal 1919 al 1929 si concentrò sulla Chiesa Ortodossa Russa, mentre dal 1930 si occupò anche di quella Cattolica, di quelle Protestanti, della Moschea islamica, della Pagoda buddhista, della Sinagoga ebraica, ossia di tutte le grandi confessioni dell’URSS. Non si trattava più soltanto di sorvegliare per reprimere, ma di infiltrare per controllare, sovvertire, distruggere, realizzando uno dei quattro obiettivi del marxismo leninismo, ossia l’eliminazione della religione che, a differenza del marxismo puro, per quel sistema filosofico non sarebbe venuta meno da sola in seguito al passaggio dal capitalismo al collettivismo.

Tra il 1930 e il 1937 la pressione sovietica sui cristiani aveva raggiunto l’apice, nel quadro dei cicli di Terrore staliniano. 700000 sovietici erano stati deportati per ragioni religiose e dispersi nell’Asia Centrale. Ma lo sforzo non aveva schiacciato la Chiesa Ortodossa, come Lenin aveva chiesto di fare, sin dal 1922, a Molotov. Il censimento del 1937, mai pubblicato, attestava che il 60 per cento dei sovietici erano ancora ortodossi. Senza parlare dei dieci milioni di cattolici che ancora resistevano alla barbarie del Diocleziano del XX sec., Stalin. Bisognava, certo, continuare a perseguitare – e si continuò a farlo ferocemente – ma si doveva anche e più risolutamente agire dal di dentro. E così venne fatto nelle confessioni religiose sovietiche. Ma non ci si accontentò di questo.

Il raggio di azione antireligiosa dei servizi sovietici si allargò all’estero per ragioni strategiche – per esempio la dipendenza dei cattolici da Roma – e in particolare dopo la nascita del blocco comunista si espanse a dismisura, col progetto di utilizzare la Chiesa Ortodossa Russa come testa di ponte per infettare l’intera galassia delle Chiese cristiane, asservirle e distruggerle, ma anche per influenzare l’opinione pubblica in chiave filosovietica. Le misure attive si concentrarono negli ambiti del dialogo interreligioso e dell’impegno delle Chiese per la pace, al fine di strumentalizzarli per gli scopi del regime bolscevico. Dal 1967 al 1989 l’infiltrazione del KGB nelle Chiese fu massima e l’attivismo sovietico si concentrò sul Consiglio Mondiale delle Chiese. Furono costretti ad essere agenti della Lubjanka Filarete di Kiev, Pitirim di Volokolamsk, Giovenale di Krutetsy e Kolomna, Metodio di Voronesk, Filarete di Minsk, ossia i più alti papaveri della gerarchia della Chiesa Ortodossa Russa, coi nomi in codice rispettivamente di Antonov, Abbat, Adamant, Pavel e Ostrovsky. Ma i nomi più eclatanti dei preti collaborazionisti furono Alexei Ridiger e Boris Ratov.

Il primo altro non fu che Alessio II, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, che ammise egli stesso, nel 1991, di aver collaborato col regime chiedendo perdono al suo gregge. Nato nel 1929 dalla famiglia russa, di origine tedesca, di un sacerdote ortodosso emigrata in Estonia dopo il 1918, per sfuggire ai bolscevichi, Alessio, battezzato nella Chiesa Ortodossa Estone, studiò dapprima a Talinn sotto Ioann Bogoyavlensky. Invasa l’Estonia dai sovietici nel 1940, la famiglia Ridiger scampò alla deportazione dell’NKVD, che la cercava in quanto considerata antibolscevica, nascondendosi in una baracca. Ma non è da escludere che la salvezza per i suoi cari venisse comprata a caro prezzo da Alessio, costretto ad offrirsi come agente al regime nella Chiesa. Di certo, durante l’invasione tedesca, i Ridiger padre e figlio confortarono i prigionieri russi nei campi nazisti, godendo evidentemente anche della benevolenza degli occupanti, ma quando essi andarono via, Alessio e la famiglia non emigrarono fuori dell’URSS, come avrebbero fatto se fossero stati collaborazionisti, e stettero indisturbati.  Alessio iniziò a collaborare stabilmente col regime bolscevico intorno al 1947, quando i sovietici gli permisero di entrare nel Seminario di Leningrado. Qui si diplomò nel 1949, fu ordinato diacono e poi presbitero nel 1950. Nello stesso anno sposò Vera Alekseeva, prima delle ordinazioni, evitando così la leva militare, per poi divorziare l’anno dopo. Alessio si addottorò nel 1953 all’Accademia ecclesiastica di Leningrado. Nel 1958 fu mandato ad officiare ad Uspensky come Arciprete, quando venne definitivamente reclutato dal IV Dipartimento del V Direttorato del KGB, con il nome in codice di Drozdov. L’agente speciale in nero aveva l’incarico di individuare chierici anticomunisti, distinguendosi per energia, per precisione, per la conoscenza del tedesco e per l’efficacia delle sue trasferte ecumeniche all’estero. Alessio si fece monaco nel 1961, cosa che gli aprì la strada dell’episcopato, come da tradizione canonica ortodossa. Nello stesso anno Alessio divenne infatti Metropolita di Talinn. Nel 1964 divenne Cancelliere Patriarcale, oltre che membro del Santo Sinodo. Nel 1965 Alessio divenne presidente del Comitato patriarcale per l’Educazione. Nel 1986 divenne Metropolita di Leningrado e Novgorod. Nel 1988 ebbe il grado di colonnello e il diploma onorario dei servizi operativi e di ricerca. Nel 1989 fu eletto Deputato al Congresso dell’URSS, nel quadro della perestrojka. Nel 1990 Alessio fu scelto quale Patriarca di Mosca succedendo a Pimen I. Come abbiamo visto, in concomitanza dell’apertura degli archivi del KGB, nel 1991 Alessio ammise parzialmente le sue colpe di spia ma questo non fece sminuire il suo prestigio. Tra le sue amicizie si annoveravano Vladimir Putin, già ufficiale del KGB, e il presidente estone Rüutel, già ideologo del PC del suo paese quando era una repubblica sovietica, che nel 2003 gli conferì la massima onorificenza del paese. Alessio morì nel 2008. Lungo il suo episcopato e poi nel suo patriarcato non mancò di osteggiare l’espansionismo cattolico, definendo “nido di  vipere” il nugolo dei Gesuiti operanti in Vaticano negli anni sessanta e impedendo sempre a Giovanni Paolo II di visitare la Russia. Un duplice atteggiamento che favoriva l’autocefalia ortodossa russa e il primato di fatto di Mosca tra le Chiese Ortodosse, ma anche il governo, sia sovietico prima che russo dopo. Alessio II fu un grande Patriarca, ma nel contempo un convinto, se non costretto, collaborazionista. Caduto il comunismo, rispolverò il patriottismo religioso canonizzando lo zar Nicola II e i suoi familiari, combattendo l’omosessualismo e unendo a Mosca la Chiesa della Diaspora, ma rimase fedele collaboratore, nella pura tradizione della sinfonia bizantino-russa, del governo di turno.

Il secondo grande agente della Lubjanka nella Chiesa Ortodossa Russa è Boris Ratov di Riazan, nato nel 1929, formatosi all’Accademia Ortodossa di Mosca, noto al mondo col nome di Nikodim. Vescovo di Iaroslav nel 1959, poi metropolita di Minsk e infine metropolita di Leningrado e Novgorod, Nikodim, fine poliglotta, divenne direttore dal 1961 del Dipartimento per le Relazioni Estere del Patriarcato di Mosca. Forse Boris aveva una vocazione autentica che venne sviata col ricatto come per Alessio II, forse era solo un infiltrato senza scrupoli, forse venne corrotto, fatto sta che la sua carriera si era svolta all’ombra dell’NKVD-KGB ed era subentrato al metropolita Nicola nella gestione delle relazioni estere ortodosse russe nel 1960, quando quegli credette, ingenuamente, di poter denunciare al mondo la persecuzione religiosa in URSS, abbandonando il collaborazionismo che aveva dovuto esercitare nei duri anni della guerra e dello stalinismo post bellico. Nicola era stato confinato fuori Mosca e ucciso silenziosamente. Nikodim, che visse sempre una vita privilegiata, non avrebbe avuto mai i suoi contrasti di coscienza e godette di enorme credito in Occidente, dove si preferì gabellare come calunnie di cattolici reazionari le voci del suo asservimento alla Lubjanka. Fu Nikodim a gettare ponti verso il Concilio Vaticano II, premendo sul governo perché vi inviasse osservatori, ottenendo in cambio che l’assemblea non reiterasse la condanna del comunismo. Fu lui a intessere relazioni coi teologi della Liberazione, quando nacque il loro movimento sotto gli auspici della Lubjanka. Fu lui a spingere il Vaticano a fare del Russicum la Casa del Pellegrino Russo a Roma, in attesa di contropartite sulla libera missione in URSS che Mosca non concesse mai. Fu ancora lui a neutralizzare l’appoggio romano alla Chiesa Ucraina unita alla Santa Sede, a dispetto di quest’ultima, rendendo ancora più drammatica la condizione di quei cattolici sovietici che per il governo bolscevico, dopo lo scisma imposto da Stalin, ufficialmente non esistevano, anche se riempivano le carceri. Il Vaticano, convinto che il socialismo reale sarebbe durato per secoli e che l’Ostpolitik potesse, alla lunga, migliorare la condizione dei cattolici nei Paesi comunisti, aveva intrapreso una strada di cedimenti compromissori che solo il crollo dei regimi sotto l’impeto muscolare di Giovanni Paolo II avrebbe fatto cessare. I presupposti della politica estera di Paolo VI in effetti si sarebbero rivelati tutti sbagliati, ma erano uomini come Nikodim che contribuivano a trarlo in inganno. Il miglioramento delle condizioni dei cattolici sotto Kruscev ai tempi di Giovanni XXIII faceva il resto, nutrendo quelle illusioni forzate di speranze crepuscolari. L’analisi di Karol Wojtyla, allora Arcivescovo a Cracovia, per cui la politica di Casaroli era erronea in quanto il regime comunista era assai fragile, non aveva eco nelle Sacre Stanze.

Nikodim non smise mai di propalare per il mondo la menzogna di una URSS desiderosa di dialogare con l’Occidente e con la Chiesa Cattolica, ma vi aggiunse quella di una cristianità sovietica assolutamente libera, con l’ausilio di altri agenti in altre Chiese Cristiane del paese, come i battisti Alexis Bikov, Ivan Orlov e Alexis Stoyan. A smentirlo ci provò nel 1967 l’appello dei Cattolici lituani, diffuso a Roma, e poi l’appello dei Cristiani russi del 1976, firmato da pentecostali, battisti, avventisti e ortodossi, sia ecclesiastici che laici, tra cui il matematico Igor Kafarevic. Tutto ciò non impedì a Nikodim di presiedere la Conferenza dei Cristiani Sovietici per la Pace, di far parte del Consiglio direttivo del Consiglio Mondiale delle Chiese e dell’Ufficio Direttivo delle Associazioni Sovietiche per l’Amicizia con l’Africa. Nel 1963 incontrò Paolo VI, nel tripudio della stampa progressista occidentale infiltrata dal KGB. Il 5 settembre del 1978 portò a Giovanni Paolo I le sue congratulazioni per l’ascesa al Soglio. In quei frangenti si accasciò tra le braccia del Papa fulminato da un infarto, così come sarebbe capitato a Luciani qualche settimana dopo. Mi colpì, un tempo, leggere che le parole di Nikodim sulla Chiesa furono considerate da Papa Luciani tra le più belle mai sentite nella sua vita. Il Papa non poteva certo immaginare che il suo interlocutore era un agente sovietico del quale anche il Dossier Mitrokhin, ancora di là da venire, avrebbe parlato ampiamente. La salma di Nikodim stette qualche tempo nell’obitorio vaticano, prima che qualcuno da Mosca venisse a prendersela.

Mancavano undici anni alla Caduta del Muro. Nel 1988 Kostantin Kartcev, ministro dei Culti di Gorbacev, avrebbe teorizzato ancora l’uso dei pastori infiltrati per la distruzione della Chiesa. In una manciata di anni, questa sarebbe uscita illesa, nonostante tutto, da sotto le macerie del Muro, che invece seppellirono, si spera definitivamente, il regime più ostile alla religione che la storia abbia mai conosciuto.

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