La sottocultura woke, il cancro dell’Occidente
Non bastavano le sindache, le ministre e le deputate, ora arrivano le “arbitre”.
Ieri l’altro la partita Germania – Equador è stata arbitrata da una signora, subito denominata “arbitra” dal telecronista. Il quale, a dire il vero, ogni tanto sbagliava e si lasciava sfuggire la parola “arbitro”.
Ovviamente, ha interiorizzato la “cultura del pene” che è un po’ “sessista”, anche senza saperlo. Il poveretto non sa che parole come “ministro” o “arbitro” non designano una funzione ma il sesso (pardon, il “genere”) di chi la esercita.
Però… però in questo modo nel calcio femminile avremo la portiera e le terzine e in quello maschile l’alo destro e il mezz’alo sinistro, altrimenti saremmo colpevoli di sessismo, perbacco!
Ma… perché dovremmo declinare solo al maschile e al femminile certe parole? Se la porta di una squadra è difesa da una persona sessualmente “fluida” un/una tale che oggi è maschio, domani femmina, dopodomani… chissà… che parola dovremo usare?
Metteremo l’asterisco?
Il povero telecronista, pardon, telecronisto, dovrà dire portier…? Alla fine nessuno capirà più nulla, ma chi se ne frega? La cosa più importante è la parità di genere, vero?
La sottocultura woke è il cancro dell’Occidente, a tutti i livelli, in tutti i campi, telecronache comprese.
Per inciso, ieri la cosiddetta “arbitra” non ha arbitrato male: ha sbagliato non annullando il goal tedesco viziato da un evidente fallo (si può ancora dire fallo e non falla? ndr) ma, per il resto, tutto regolare, molto meglio che certi arbitraggi maschili!





