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CREDIBILITÀ USA, QUESTIONE APERTA

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Se accostiamo la vicenda ucraina a quella del Niger e allarghiamo lo sguardo al Medio Oriente, ci possiamo rendere conto che l’Amministrazione Biden ha portato gli Usa ai minimi storici della credibilità internazionale.

Partiamo dalla vicenda dell’Ucraina.

La politica si occupa del possibile, non dell’auspicabile e il possibile non sempre coincide con ciò che si ritiene giusto.

Nel caso specifico del conflitto ucraino, il possibile diverge dall’auspicabile e da ciò che si ritiene giusto, in quanto l’auspicabile sarebbe la restituzione a Kiev dei territori occupati da Mosca, mentre il possibile, in considerazione di un serio esame di realtà, è un cessate il fuoco (una tregua) con gli eserciti che si attestano più o meno sulle linee geografiche tracciate dal Dnepr e dall’Oskil.

Nell’articolo di ieri (https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/13338-la-dura-lezione-del-dneper-agli-strateghi-atlantici.html) ho tentato di evidenziare come l’apparato industrial-militare Usa e Nato non sia in grado di tenere il passo con le necessità di armi e munizioni richieste dalla guerra ucraina.

Nella primavera del 2024 le forniture saranno ridotte a zero e rimarranno ai minimi termini fino al 2028.

Non stanno meglio i russi, anche se con qualche vantaggio in più.

La conclusione realistica è che la guerra si bloccherà per mancanza di munizioni.

Ne stanno prendendo atto, sia pure con contorsioni, i vari attori occidentali, come dimostrano le affermazioni Nato, subito corrette, ma significative di un progressivo mutamento di indirizzo.

Il portavoce della Nato ha precisato che il sostengo alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina “è chiara e non è cambiata”. La precisazione riguarda le parole del funzionario Stian Jenssen secondo il quale per un’adesione di Kiev all’Alleanza Atlantica una soluzione potrebbe essere quella di cedere dei territori a Mosca.

La posizione dell’India è un ulteriore segnale per Kiev, ma anche per gli Usa, ai quali Nuova Delhi fa sapere di muoversi in piena autonomia.

“Abbiamo preso la decisione (di non invitare Kiev al G20, ndr) perché – ha detto il ministro degli Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar – è una piattaforma focalizzata sulla crescita globale e questo deve restare al centro dell’attenzione. Il G20 non è il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, non si occupa di sicurezza”.

La questione ucraina è derubricata da questione centrale a una delle tante presenti nel mondo. Ne prenda atto Zelensky. La realtà è questa.

Gli Usa hanno già stanziato 50 miliardi di dollari in armi per l’Ucraina senza cavare un ragno dal buco.

Il debito dell’Ucraina è 130 miliardi ed è in pancia a investitori privati come BlackRock, Pimco e Fidelity, insieme a JP Morgan. Le banche Usa sono in acque tumultuose e alcuni istituti bancari, soprattutto inglesi, stanno bloccando i finanziamenti alle ditte presenti in Ucraina, in attesa del business della ricostruzione.

Per rientrare con le esposizioni bancarie e per realizzare quanto hanno in pancia alcuni tra i maggiori player statunitensi, è necessaria una tregua: lunga, tanto lunga da essere coreana e da consentire di ricostruire in un contesto affidabile.

Anche i grandi discorsi del giusto e dell’auspicabile sono impraticabili per gli Usa, perché chi ha fatto strame dei principi internazionali è stata proprio Washington.

Anche in questo caso, non è qualche putiniano di turno a dirlo, ma Peter Binart, docente della Scuola di giornalismo della City University of New York, il quale, intervistato da Lucio Caracciolo e da Federico Petrini (Limes 3/2020), afferma: “Quello che sta facendo Putin in Ucraina è in parte il risultato di quello che l’America ha fatto in Iraq. Noi stessi abbiamo avuto una responsabilità nel distruggere la possibilità di un ordine internazionale più forte”.

Veniamo al Niger.

Il Niger, con il colpo di Stato, è passato dall’influenza francese a quella russa. Francia e Usa hanno minacciato, tramite Ecowas, un intervento armato.

Durante la riunione del Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana, lunedì scorso, è stato deliberato di “respingere l’opzione dell’uso della forza contro la giunta militare che ha preso il potere in Niger”. Nel contempo il Niger è stato temporaneamente sospeso dall’UA.

Veniamo al Medio Oriente.

Usa e Francia tornano a casa con le pive nel sacco.

La Cina ha mediato il riavvicinamento tra l’Iran e l’Arabia Saudita, dopo che tra Riad e Washington sono peggiorati i rapporti.

Dietro alle quinte della decisione saudita, oltre alla esternazioni di Joe Biden su Bin Salman, c’è un fatto che la dice lunga sulla credibilità Usa.

Nel settembre 2019 – scrive Cinzia Bianco su Limes ( 3/2023), Teheran ha reagito alla cancellazione dell’accordo nucleare, con “un formidabile attacco contro le infrastrutture critiche energetiche del regno a Buqayq e a Hurays. Per diversi giorni il 5% della produzione di petrolio è stato bloccato”.

Il fatto che va sottolineato è che “il sistema di difesa dei Patriot, che da anni intercettava missili e droni provenienti dallo Yemen – scrive Cinzia Bianco – è stato inefficace contro le nuove tecnologie di proiettili”.

La credibilità Usa è andata in caduta libera.

Se poniamo attenzione alla guerra in Ucraina, la Russia sta usando materiale bellico prodotto in Iran o nella stessa Russia su licenza iraniana. Quanto sono in grado i mezzi antiaerei occidentali di contrastare gli attacchi russi?

Siamo nelle condizioni del 2019 in Arabia Saudita?

Un altro buco nero è il rapporto tra Israele e gli States, con i pessimi rapporti tra Biden e Nethanyahu e con le contraddizioni esistenti tra la comunità Usa della diaspora ebraica (6 milioni di persone) e lo Stato di Israele (7 milioni di persone).

Non è impossibile che l’estensione dell’Accordo di Abramo, che sembrerebbe maturo tra Israele e Arabia Saudita, stia spettando la fine dell’Amministrazione Biden.

E’ del tutto evidente che la caduta di credibilità internazionale degli Usa è un problema per l’Occidente, atteso che l’Unione Europea è una mucillaggine green incapace di qualsiasi logica strategica.

La parola passa, pertanto, ai singoli Stati del Vecchio Continente e, per quanto ci riguarda, all’Italia, la quale, da tanta perdita di credibilità Usa e da tanta insipienza dell’Unione Europea, può vedere aprirsi delle opportunità da percorrere con il massimo di flessibilità e di pragmatismo, anche in funzione di un superamento dell’attuale crisi del sistema occidentale, che ha la sua prima origine nella Washington dei democratici.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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