Home Politica estera PARIGI BRUCIA, MA CHI È L’INCENDIARIO? PARTE II

PARIGI BRUCIA, MA CHI È L’INCENDIARIO? PARTE II

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di Silverio Allocca

In questo senso l’analisi fatta dal Professor Valori è sicuramente condivisibile per tutto quanto riguarda la disamina socioeconomica della genesi del malessere sociale importato dagli immigrati giunti in Francia dalla Françafrique ed esperienzialmente ribadito e riconfermato dal fallimento delle politiche francesi di integrazione: un qualcosa che può sicuramente farci comprendere il perché delle rivolte del 2005 e del 2015.

Non così dicasi per tutto quanto è stato preso a prestito dalla disamina del Professor Valori, come del resto da quelle di altri insigni studiosi e commentatori, per cercare di comprendere ed illustrare le ragioni che hanno portato la Francia a vivere le terribili giornate della recente rivolta che ha visto entrare in gioco molti altri fattori troppo semplicisticamente trascurati, quando non volutamente omessi.

Fatti i debiti distinguo è a questo punto fondamentale considerare che:

A questo punto viene naturale domandarci da dove abbia preso le mosse la narrativa scevra da dubbi delle forniture francesi di armi al jihad di Boko Haram e del perché il Niger non abbia mai ritrattato le proprie affermazioni in merito nonostante le esplicite richieste provenienti da Parigi, soprattutto a fronte di quanto or ora evidenziato e delle dichiarazioni di non poco conto quali quelle riportate in un interessante articolo a cura di Emergency Digest, datato 26 novembre 2019, e dal significativo titolo “FG INVESTIGATES ALLEGED TURKISH SUPPORT FOR BOKO HARAM, SAYS DHQ” nel quali si legge testualmente: “Una notizia secondo cui la Turchia starebbe fornendo armi sofisticate al gruppo terroristico nigeriano Boko Haram è oggetto di attenzione ad altissimo livello strategico da parte del governo federale, ha dichiarato ieri (nota: il 25 Nobembre 2019) a THISDAY il Quartier Generale della Difesa. La televisione egiziana Ten.tv, citata dal canale CBN News, ha recentemente riferito che la Turchia è un importante fornitore di armi a Boko Haram, mentre la Turkish Airlines è stata accusata in passato di aver spedito armi in Nigeria”.

A tale proposito sono estremamente importanti le dichiarazioni in merito rilasciate dal Portavoce del Quartier Generale della Difesa, il generale di brigata Onyema Nwachukwu, che con riferimento alla notizia della fornitura di armi a Boko Haram da parte della Turchia ha definito la cosa una seria questione di sicurezza nazionale con le seguenti testuali parole che danno non poco da pensare: “La veridicità delle affermazioni contenute nel video non può essere accertata immediatamente. Tuttavia, si tratta di una seria questione di sicurezza nazionale e credo che stia ricevendo la necessaria attenzione a livello strategico nazionale”, parole cui, nonostante il rigetto sdegnato delle accuse da parte di Erdogan, conferiscono un peso non indifferente le parole (riportate in un video pubblicato su YouTube) pronunciate da un assistente esecutivo della compagnia aerea turca, Mehmet Karatas, che avrebbe detto a Mustafa Varank, consigliere del Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan, di sentirsi in colpa per la spedizione di armi della compagnia di bandiera in Nigeria (testualmente “Non so se queste armi uccideranno musulmani o cristiani. Mi sento in colpa”).

Nello specifico il conduttore di Ten.tv, Nasha’t al-Deyhi, ha riferito di una fuga di notizie che avrebbe confermato una telefonata intercettata qualche anno prima e che a sua volta confermava il traffico di armi: “La fuga di notizie di oggi conferma senza ombra di dubbio che Erdogan (presidente della Turchia), il suo Stato, il suo governo e il suo partito stanno trasferendo armi dalla Turchia a – questo è uno shock, dove vi chiederete – alla Nigeria; e a chi? – All’organizzazione Boko Haram”.

Una notizia, questa, che Raymond Ibrahim, Shillman Fellow in Journalism presso il David Horowitz Freedom Center ed esperto di Medio Oriente e Islam, parlando durante l’intervista al CBN’s Newswatch, ha commentato dichiarandosi per nulla sorpreso della cosa in quanto “(…) ora che abbiamo visto Abu Bakr al-Baghdadi, il califfo dello Stato islamico dell’ISIS, ucciso di recente e trovato a soli tre chilometri dal confine turco, che è, di fatto, l’ultimo bastione dei cosiddetti ‘combattenti per la libertà’ jihadisti che attaccano il governo siriano” il tutto “Ha riportato alla ribalta il fatto che lui (Erdogan) sostiene l’ISIS”.

Quello che emerge da questa analisi, che non vuole essere in alcun modo una difesa d’ufficio di Parigi, per altro non richiesta, pone l’accento sulla voluta costruzione di prove a carico esclusivo della Francia omettendo di chiamare in causa altri soggetti il cui coinvolgimento appare alquanto ben documentato: il tutto per giustificare, pur condannandola, una rivolta popolare pretestuosamente vista come frutto di una reazione in primis di emarginati carichi di un giusto risentimento (male espresso) verso quel Macron di cui evidentemente era gradita una ulteriore perdita di credibilità dopo quella già maturata ai tempi della rivolta dei Gilets Jaunes.

Interessante notare –ed a questo punto oltremodo comprensibile– come mentre i media transalpini nei giorni passati siano apparsi, comunque andassero le cose, più che altro preoccupati (almeno in apparenza) della sicurezza a Mosca, la stampa internazionale per lo più è sembrata essersi divisa tra coloro che hanno ascritto tutto quanto stava accadendo alla morte di Nahel (il ragazzo di 17 anni ucciso a sangue freddo da un agente di polizia a Nanterre per non aver rispettato un fermo in macchina) –e coloro che si sono limitani a sottolineare come il tutto sia stato ‘solo’ il deprecabile frutto della tensione caratterizzante da mesi una Francia esasperata da quella politica di Macron che a più riprese ha dato luogo a manifestazioni e scioperi segnati da violenze che racchiudono più problematiche tra le quali troviamo pure, in un certo qual modo, le critiche che parecchi vertici militari, memori degli insegnamenti di De Gaulle, hanno mosso all’Eliseo con riferimento alla gestione della crisi ucraina.

 

 

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  • Redazione

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