
di Silverio Allocca
La Francia brucia ed il bilancio dopo sei giorni di rivolte è a dir poco allucinante, come ben testimoniato dai quasi 800 edifici pubblici bruciati o danneggiati, inclusi 26 municipi e 24 istituti scolastici, 2.560 falò appiccati sulla pubblica via, 4.500 automobili date alle fiamme, dagli espropri di supermercati e negozi di lusso, dalle oltre 3.300 persone arrestate (tra i quali un terzo non ha nemmeno compiuto 18 anni), dalle centinaia tra poliziotti e gendarmi feriti, dai 40.000/45.000 poliziotti e gendarmi –di cui 5.000 nella sola Parigi– dispiegati tra Raid, BRI e GIGN, il tutto caratterizzato –stando al Ministero degli Interni– da un livello di violenza superiore alle rivolte del 2005.
I giornali un po’ semplicisticamente titolano sottolineando, chi più e chi meno, come con la rivolta dei disperati delle banlieus va in cenere la Francia della “fraternité” ed evidenziando come i popoli del Sud globale guardino attoniti alla nazione dei diritti umani, dell’uguaglianza e dello Stato sociale non potendosi esimere dal notare come Parigi si sia trasformata da una meta per il riscatto, a un posto torbido, diviso, che sdegna e isola gli ultimi: certamente tutte cose vere e spesso ampiamente documentate, ma davvero è tutto qui?
La domanda non è volutamente riduttiva, quasi che queste ragioni di per sé non possano essere bastevoli a scatenare una giusta rabbia –sia pure male canalizzata–, ma piuttosto la presa di coscienza del fatto che leggo troppi commenti di ‘pancia’ e non di ‘testa’ al punto che ritengo doveroso invitare ad una riflessione in quanto che il disagio sociale esista e si stia diffondendo (non solo in Francia) è un fatto, ma è pure un fatto che solitamente la massa preda del disagio è solo la massa di manovra utilizzata ad arte da chi persegue ben altri obiettivi.
Questa, piaccia o non piaccia, nonostante la retorica delle scuole e di fin troppe università, è la triste storia di tutte le cosiddette ‘rivoluzioni’, nessuna esclusa a cominciare proprio dalla Rivoluzione Francese, rivoluzione borghese ancora oggi spacciata per popolare: quanto poi alle dinamiche fattuali consiglio di rileggere l’elogio funebre di Marco Antonio nel Giulio Cesare di William Shakespeare.
La Francia ha sicuramente le proprie colpe, ma è pure un fatto che ci sono troppe coincidenze: Macron parla di esercito europeo (6 Novembre 2018) e della necessità di una maggiore integrazione politica dei Paesi della UE e scoppia la rivolta dei Gilets Jaunes (la cui prima fase in forma violenta, dopo un ampio avvio pacifico, ha coperto il periodo 17 Novembre 2018 – 14 Marzo 2020); Macron (che probabilmente ha capito chi e per quale ragione ha pilotato la repentina deriva violenta della protesta , ed Angela Merkel sottoscrivono in tutta fretta il Trattato di Aquisgrana (chiaro segnale di rifiuto di sottostare alle norme comunitarie, ispirate dagli Usa, nella competizione geoeconomica globale: un vero e proprio addio al Washington consensus con tanto di apertura alla Cina) il 22 Gennaio 2019, con ben cinque anni di anticipo rispetto alla tabella di marcia, ed ecco che a Berlino arriva il nipotino di JFK (Robert F. Kennedy Junior, nipote del presidente J.F Kennedy e figlio del fratello Robert) che il 29 Agosto 2020, cavalcando il populismo dei negazionisti della pandemia nostrani, prende ad aizzare le piazze europee per caldeggiarne una loro azione corale contro tutte le Cancellerie Europee in quanto nemiche della libertà dei cittadini; Macron torna da Pechino invitando gli altri Paesi europei a non appiattirsi sulle logiche e le istanze di Washington e scoppia la rivolta… ‘spontanea’ (?) che abbiamo sotto gli occhi: …vado avanti?
Una ulteriore riflessione che rafforza i legittimi sospetti circa una rivolta 2023 eteroguidata è la seguente all’epoca della rivolta dei Gilets Jaunes vi fu un vivace scambio di accuse tra Russia e Stati Uniti che si accusarono reciprocamente di aver in qualche modo soffiato sul fuoco.
Gli estremi per dare credito a queste accuse reciproche ce li forniscono i termini del Trattato di Aquisgrana con la Germania : un trattato che ha come fine la maggiore integrazione politica e militare della Francia con la Germania anche da un punto di vista militare. Si noti che entrambi i Paesi non hanno acquistato l’F-35 che è un velivolo da superiorità strategica ma solo in ambito NATO visto che gli USA non hanno venduto agli “alleati” l’F-24 , ossia il solo velivolo che nel quadro della superiorità strategica rappresenta il braccio armato di cui l’F-35 assume il ruolo di coordinatore delle eventuali azioni congiunte .
Non a caso la Germania all’epoca era già partita con il progetto di due velivoli antagonisti di F-24 ed F-35 da usare nello scacchiere europeo in autonomia congiunta ed è ovvio che la cosa non può che essere dispiaciuta a Washington ma pure a Mosca, una Mosca che ha sempre guardato con favore ad uno sganciamento della UE dagli States ma non come struttura geopolitica coesa in quanto una UE unita si sarebbe configurata come una potenza a tutti gli effetti sia sul piano economico che su quello militare (la Francia è potenza nucleare) che politico, visto che grazie a Parigi la UE integrata avrebbe potuto godere di un seggio permanente con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Certamente la morte del giovane diciassettenne è stata casuale, ma il “cop watching”, come vedremo, è un fatto, esattamente come lo è stato già altre volte l’uso dei social come motori e promotori qualunquisti e populisti immoti che sono lì, davanti ai nostri occhi, a testimoniare che vi era chi aspettava il passo falso per scatenare (o almeno provare a scatenare) qualcosa di molto simile a quella Primavera Araba che ha visto le masse nordafricane usate ad arte per far passare interi Paesi dal buio della notte istituzionale al caos delle violenze incontrollate, della faide interetniche ed interreligiose di cui i soliti noti si stanno ancora servendo per cercare di conquistarsi (o riconquistarsi) i propri spazi di manovra geopolitici nel fondamentale scacchiere africano.
In altri termini, a mio avviso, l’obiettivo perseguito in tale frangente in Francia è stato ed ancora è la delegittimazione della presidenza Macron, ossia –nel bene e nel male– dell’ultimo fautore rimasto del progetto europeista dopo l’uscita di scena della Germania: un risultato questo che potrebbe favorire non poco, anche se con tempistiche diverse, Russia, Cina e… Stati Uniti.
Ad oggi la rivolta in Francia, nonostante nelle ultime ore si sia più o meno registrato un calo degli incidenti e degli arresti, non può ancora definirsi risolta per tutta una serie di ragioni tra le quali vanno menzionate le dure prese di posizione di diversi gruppi della destra nazionalista che hanno stimolato la comparsa di bellicose ronde che contribuiscono a mantenere alta l’attenzione delle istituzioni: tanto, a maggior ragione, dopo che la protesta nei giorni scorsi ha varcato i confini nazionali contagiando il Belgio, la Svizzera ed in generale l’Europa francofona, come testimoniato dalle violenze segnalate persino a Losanna dove, a quanto pare, diversi negozi sono stati vandalizzati determinando il dispiegamento delle forze di sicurezza.
La paura più grande, ora, in Francia è che tali proteste si diffondano a macchia d’olio anche nell’Africa sahariana e subsahariana, ossia in quell’area geografica nella quale troviamo Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon: quattordici Paesi dei quali dal 1961 Parigi detiene le riserve nazionali, dove è quanto mai forte la sensazione di essere derubati e dove, proprio per questo, la tensione potrebbe salire se adeguatamente surrettiziamente stimolata da quanti qui hanno tutto l’interesse ad un fattivo subentro perorato in ogni modo possibile a cominciare dal supporto dato in Occidente, ma non solo, alla tesi che individua nel Franco CFA la causa prima della condizione di arretratezza dell’intera regione ed in particolare di quella Subsahariana (chè quella Nordafrica è decisamente altro).
Come noto il Franco CFA (acronimo per Colonies Françaises d’Afrique oppure, in tempi a noi più prossimi, Franc Communautè Financière Africaine) è la divisa unica voluta da De Gaulle alla fine del 1945, utilizzata soprattutto nei Paesi ex colonie francesi con qualche eccezione: è questo il caso della Guinea, primo Paese ad avere l’indipendenza da Parigi, che non aderì all’unione monetaria.
Per la verità di Franchi CFA ce ne sono due: quello dell’Africa Occidentale (usato in Senegal, Mali, Niger, Togo, Benin, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Guinea Bissau) e quello dell’Africa Centrale, che è moneta ufficiale nel Congo-Brazzaville, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Gabon e Guinea Equatoriale –ed in entrambi i casi l’obiettivo perseguito ufficialmente con la loro istituzione è stato duplice:
- quello di evitare l’instabilità finanziaria e l’inflazione che hanno spesso colpito i Paesi in via di sviluppo (si veda alla voce Zimbabwe) e nel contempo
- quello di facilitare gli scambi tra i Paesi vicini,
due obiettivi che di fatto ricalcano gli stessi dell’area Euro e, come tali, gravati dalle stesse critiche che da anni caratterizzano il dibattito sulla divisa europea in quanto una stessa moneta, piuttosto stabile –anche perché legata in modo fisso prima al Franco Francese e successivamente all’Euro– di fatto favorisce solo i Paesi ricchi aderenti al sodalizio penalizzando inevitabilmente quelli ad economia più debole cui la rigidità del sistema fa sì che questi ultimi non possano, ad esempio, svalutare le proprie monete per guadagnare in competitività, non possano compensare il crollo dei prezzi delle materie prime di cui sono esportatori ed oggi come oggi siano in balìa delle oscillazioni dell’Euro rispetto alle altre monete mondiali.
Su tutto questo al momento ha preso a pesare pure quanto qui ‘esportato’, monetariamente parlando, dall’Euro a causa del conflitto in atto che vede il Franco CFA Euro–correlato come un fattore di ulteriore penalizzazione negli scambi commerciali dei Paesi dell’area anche in conseguenza del fatto che questi, nel frattempo, hanno preso ad orientarsi prevalentemente verso i mercati asiatici o verso quelli del colosso nigeriano.
In altre parole, se per un verso l’aggancio con l’Euro consente una stabilità monetaria che evita ai Paesi africani coinvolti sbalzi violenti, anche in termini d’inflazione, è anche vero che la cosa si configura come una oggettiva tara che, penalizzando le esportazioni africane e avvantaggiando le sole importazioni, crea uno squilibrio della bilancia commerciale che mina alla base qualsivoglia possibilità di crescita economica e di riduzione del debito cosicché chi addita il franco CFA come “strumento di dipendenza” più che altro enfatizza le implicazioni diplomatiche di questo sistema monetario che ancora oggi vede la Francia ricoprire il ruolo di Potenza di riferimento per cancellerie africane non di rado dalla reputazione democratica più che dubbia.
Quello che in questo contesto stupisce non poco è il fatto che nell’analisi fatta in Occidente, anche in questi giorni, di questo stato di cose difficilmente si sottolineano le pesanti analogie sostanziali, seppure non formali, con la situazione generata dal prevalere per decenni dello USD nel panorama valutario globale, ossia in quel qualcosa costituitosi nel 1944 con gli Accordi di Bretton Woods e mantenutosi tale fino ad oggi nonostante le sue successive ‘modificazioni’ conseguenti da quella dichiarazione di non convertibilità dello USD del 1971 che ha segnato, tra le altre cose, pure l’inizio dell’era della moneta fiduciaria nonché quella dell’Euro in un contesto caratterizzato da una unità bancaria, ma non politica, dei Paesi aderenti al sistema.
La domanda che anche qui non ha trovato per tempo risposta, così come non a caso in Europa –fatti i debiti distinguo–, è da anni ed anni la seguente: conviene rischiare l’instabilità, le feroci svalutazioni e l’inflazione galoppante, ma essere sovrani e flessibili, o è meglio rimanere prudentemente nella situazione sin qui adottata?
Stando alle tesi che sul tema sono state sino ad oggi perorate ed ampiamente illustrate e dibattute (interessante a tale proposito quella del professor Giancarlo Elia Valori) tutto sarebbe imputabile al solo Franco CFA ed alle nefaste politiche locali che una, da tempo, ben orchestrata retorica francofoba (a mio avviso ben eterodiretta da decenni da Washington) vuole vedere pesantemente influenzate dalla sola Parigi: un dato che anche in questi giorni si è voluto in qualche modo veicolare come incontrovertibile, quantunque pesantemente condizionato dalla costantemente mancata presa in considerazione del reale peso primario delle ingerenze di altri soggetti politico–economici di calibro internazionale, come pure del fatto che una dittatura che congela un Paese per trent’anni, come in Camerun, o una guerra civile che qui scoppia per i più disparati motivi (anche eterodiretti, ma non necessariamente sempre dalla sola Parigi) hanno spesso avuto molto più peso della moneta adottata.
Questo soprattutto in un contesto, quale quello attuale, in cui torna molto utile a molti Governi locali della cosiddetta Françafrique avallare in qualche modo la narrazione corrente per scaricare sulla sola Francia le conseguenze di gestioni politiche tutte all’insegna della preservazione –in loco– dei privilegi conseguiti dagli appartenenti agli establishments attualmente al comando che, a quanto pare, ben volentieri assecondano —sottoscrivendole– le individuazioni dei capri espiatori loro indicati dai populismi e dai complottismi globali che qui, come in Europa, vanno sempre più per la maggiore.
Per comprendere il perché dei miei molti distinguo e della scarsa accoglienza data alla lettura sociologica main stream anche dei fatti più recenti, non ultima quella che ha a più riprese fatta propria la critica rivolta a Parigi, ritengo sicuramente utile prendere in esame quanto espresso nell’Agosto del 2018 dal solitamente ottimo Professor Valori allorché ha scritto testualmente: “nel Marzo 2015 il ministro delle Comunicazioni del Ciad, Sylla Ben Bakari, ha affermato che il 40% delle armi che erano state sequestrate dai loro apparati a Boko Haram erano di fabbricazione francese, mentre è ormai noto che furono proprio i Servizi di Parigi, nel 2011, a organizzare i jihadisti della Cirenaica contro Gheddafi, che voleva la ridefinizione dei vecchi contratti petroliferi, troppo “bassi” per i produttori, oltre a proporre, con un roboante discorso da rais di tutta l’Africa il Dinaro d’Oro, come tramite di pagamento per i petroli di tutta l’Africa verso i paesi occidentali. Due sonori pugni in faccia per l’egemonia a distanza, di tipo monetario e politico, che la Francia intende continuare a gestire nella Françafrique e anche altrove, nel continente nero. Se meglio leggessimo quindi il cui prodest di tanto jihad della spada, avremmo le idee più chiare su come debellarlo”.
Fatti che sarebbero di notevole gravità, sempre se confermati, rammentando che Boko Haram è un’organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nord della Nigeria nota come “Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e il Jihād” per giunta affiliato al Califfato, ma che non possono essere presentati come certi sulla base di presunte prove che non solo non provano nulla, ma che ad un controllo un po’ più accurato risultano del tutto false spalancando le porte ad una serie, questa sì, di inquietanti domande.
Prima di entrare nel vivo della disamina vorrei, però, evidenziare che la questione del supporto di Parigi ai jihadisti della Cirenaica deve essere stralciato da presente contesto per la semplice banale ragione che, di fatto, la Primavera Araba colse di sorpresa tutto l’Occidente che si trovò ad affrontare un contesto in cui le proteste che scossero il mondo arabo trassero sì la loro ragion d’essere dal malcontento popolare generato dal carattere repressivo dei Governi locali, nonché da concrete difficoltà economiche, ma che ‘qualcuno’ con mentalità alquanto innovativa, in mancanza di una ideologia aggregante spendibile, ritenne utile appoggiarsi ai movimenti islamisti in quanto i soli su piazza forti di un messaggio gravido di promesse di rinnovamento.
La protesta gestita via internet e social fu una novità mondiale non prevista in Occidente, ma probabilmente in Oriente (Cina?… forse Russia?): non è questione di complottismo, ma di presa in considerazione di un dato di fatto, quello che ci mostra un Oriente che usa i mercati e la finanza per conquistare i Paesi di interesse al posto degli eserciti e la politica monetaria in ambito globale come fattore di destabilizzazione degli assetti geopolitici sin qui Dollaro-centrati.
I social in Occidente fino a quel momento avevano avuto ben altra destinazione d’uso: quella di veicolatori di un ideale processo di omologazione culturale in senso globalista del pianeta, nonché di strumenti di acquisizione dati per pianificare le strategie politiche più idonee alla costruzione a tavolino di idealità che potessero tradursi in consenso elettorale. Dominare un Paese imponendo dei canoni di governo è molto meno di essere in grado di far sì che le masse scelgano, votandole, le figure politiche idonee ad attuare ciò che altrove qualcun altro ha deciso di attuare evitando l’uso della forza.
Alla luce di queste semplici considerazioni l’Occidente, ed in particolare la Francia di Sarkozy, si trovò costretto a fare qualcosa –senza ben sapere cosa– partendo dal fatto che, nello specifico della Libia, non poteva certamente schierarsi a difesa di Gheddafi. Da qui l’appoggio di Parigi ai rivoltosi della Cirenaica che solo per incidens erano jihadisti e non vennero appoggiati in quanto tali, ma solo pretestuosamente in nome della tutela della popolazione civile dimorante in quella Cirenaica pesantemente minacciata da Gheddafi.
In certi casi credo sia opportuno fare dei distinguo per evitare il rischio di accomunare, come in questo caso, cose, fatti e circostanze che poco o nulla al momento avevano a che fare tra loro almeno per ciò che concerneva quel determinato momento storico. (continua)





