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Le notizie devono essere verificata, poi diffuse

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La morte della civiltà giuridica e il patto sociale

«La presunzione di colpevolezza, connaturata a certo uso distorto delle indagini preliminari, si sposa alla perfezione con il “diritto allo sputtanamento” di certo giornalismo di potere. È il teorema davighiano del colpevole che l’ha fatta franca che in salsa giornalistica diventa il miserabile che l’ha scampata».

Lo leggo da un post di Bruna su “Unione Craxiana”. Fotografa una situazione che, nei confronti dei politici, è diventata un’arma contundente nella rissa da bettola che sostituisce ormai da anni il confronto.

Assisto a dosi crescenti di disprezzo per chi ha una storia politica ed ha fatto scelte politiche diverse dalle proprie, considerati veri e propri reati da condannare fino alla morte. Perché in Italia è ormai prevalso il concetto che una pena non è mai definitivamente scontata.

Se hai sbagliato, il tuo debito non lo pagherai mai per intero. Su di te restano ombre e residui di condanna. Vale per i reati giuridici; ma anche – e forse di più – per quello politico di militare o aver militato in un campo diverso dal tuo. Si dice sia un giudizio morale: è, invece, profondamente indecente.

E questo vale anche per i parenti più o meno prossimi, i cugini, gli affini, gli amici più stretti, la cui “colpa” ricade su te. Per i genitori poi è la diuturna riscoperta – e immediata applicazione – del fedriano lupus et agnus.

Tutto questo, dicono i sociologi, è indice di frustrazione, rabbia e rancore: un catalogo di disvalori dei quali non viene apprezzata la negatività. Anzi, si considera un valore della “diversità”.

Su questo “moralismo”, che più falso non si può, che più intimamente fascista non si può, che più sintomo di violenza non si può, sta ormai crescendo l’insieme dei rapporti sociali.
Bisogna dare ‘altolà.

Della vicenda Minetti – Nordio – Ranucci mi ha colpito il fatto che si va alla ricerca di capire se sono vere o meno le accuse, per poi contestare a Ranucci di aver detto cose false.
Per me non è così.

La contestazione a Ranucci deve riguardare il fatto che non ha pubblicizzato un fatto ma un sospetto; che ha inserito nel dibattito (dibattito?) un dubbio che mai più si potrà eliminare.

Che la scorrettezza sta nel fraudolentemente ammantare di informazione la “quasi” diffamazione, uno dei più turpi atteggiamenti ed elemento di assoluto degrado politico.

Oggi conta l’immagine prima di tutto: se avanzi dubbi, quelli diventano certezza per chi fa grancassa e l’immagine è sporcata indelebilmente.

Lo ricordiamo l’apologo di San Filippo Neri sulla comare che sparlava e il pollo spennato?

Aver anticipato accuse senza prima aver accertato i fatti è colpa gravissima, ma viene dopo: significa per Ranucci mettersi nella folta schiera di quelli che sostengono dover essere l’accusato a dimostrare di essere innocente e non il contrario. La morte della nostra civiltà giuridica e relativo patto sociale.

Ma viene dopo: se democrazia è anche libertà di informazione, e il sospetto viene spacciato per informazione e, dunque, si fagocita il concetto stesso di libertà, siamo al dopo-frutta.

E si spiega allora perché la teocrazia islamista non viene vista come pericolo: culturalmente ci stiamo pericolosamente avvicinando a loro.

Autore

  • Giuseppe Augieri

    Giuseppe Augieri, laureato in Economia e Commercio, Master alla SdA Bocconi, ha seguito corsi di alta formazione in statistica ed econometria. Progettista impianti, impiegato tecnico ENEL, Segretario Generale UIL – Energia, proprietario ed editore del giornale della Federazione, team leader dello start-up della società ENEL di formazione. Già Responsabile di analisi e controllo gestione di un'importante azienda e amministratore delegato di una sua costola internazionale.

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