Senza NATO il conto sale: perché uscire dall’Alleanza non fa risparmiare ma costa di più
C’è un’idea (ridicola) che circola con leggerezza in qualche ambiente politico: senza la NATO l’Italia spenderebbe meno in difesa.
È esattamente il contrario. L’Alleanza funziona come un moltiplicatore di sicurezza a costi condivisi. Uscirne significherebbe smontare un sistema integrato e ricostruirlo da soli, pezzo per pezzo. Chi se ne va a zonzo per i social a raccontare queste storielle lo fa perché ignora o perché mente sapendo di mentire.
Partiamo dai numeri. L’Italia oggi destina alla difesa circa l’1,5% del PIL, poco meno di 30 miliardi l’anno. Il target NATO è il 2%. Ma quel 2% include già benefici enormi e costosi: intelligence condivisa, standard comuni, logistica integrata, interoperabilità.
Senza questo ecosistema, la stessa sicurezza costerebbe molto di più. Studi comparativi stimano che la duplicazione delle capacità (satelliti, difesa aerea, cyber, comando e controllo) può aumentare i costi dal 20% al 40% a parità di obiettivi.
C’è poi il tema che in pubblico si evita: la deterrenza nucleare. Oggi l’Europa è coperta dall’ombrello strategico statunitense. Senza, esistono solo due strade: sviluppare capacità autonome (con costi iniziali nell’ordine delle decine di miliardi) oppure compensare con forze convenzionali molto più ampie. In entrambi i casi, la spesa cresce. Non di poco.
Altra questione delicatissima: l’industria. La NATO garantisce standard tecnici condivisi che riducono i costi unitari. Fuori dall’Alleanza, ogni piattaforma diventerebbe più cara.
Basta guardare ai programmi europei non coordinati: duplicazioni, ritardi, extracosti. Il “fai da te” militare è il modo più rapido per pagare di più e ottenere meno. Oltre al l’indotto civile legato all’industria militare.
Infine, il rischio Paese. La sicurezza è un fattore economico. Un’Italia percepita come più esposta pagherebbe premi più alti su energia, assicurazioni e perfino debito. Piccoli punti percentuali che, su scala macro, valgono miliardi.
La NATO non riduce la spesa perché “ci fa risparmiare sulla difesa”. La riduce perché evita sprechi, sovrapposizioni e buchi di sicurezza. Uscirne non è un taglio di costi. È una moltiplicazione del conto. E chi sostiene il contrario, o non ha fatto i calcoli, oppure spera che non li facciano gli altri.
La sanità? Sarebbero bastati 35 miliardi in 10 anni per risanare il settore, spendiamo 5 miliardi in accoglienza ogni anno (dal 2013), sono circa 65 miliardi in 13 anni (a bilancio) e nessuno ci racconta gli impatti sociali reali.
Insomma i tagli si fanno su sanità, scuola e ricerca (che porterebbe brevetti e risparmi) senza motivazioni sufficienti (se non il patto di stabilità) per investire esattamente dove?
Nessuno lo sa, perché dal 2011 stiamo dietro al 3% con quali risultati? Il problema non è la NATO, non sono i costi difesa che ricadono nel civile, è una scarsa visione politica dal 2011…





