
di Gianvito Sibilio
Ed è proprio Pietro che, a mio avviso, è l’ultima propaggine inconsapevole di un meccanismo di controllo della sua sventurata famiglia. Un meccanismo che attorno a lui ha assunto l’aspetto di una macchina mediatica che tiene vivo il ricordo di sua sorella, che garantisce visibilità, che porta guadagni, che permette di annodare legami col mondo della politica, dell’informazione, della giustizia e della Chiesa, ma che rimane uno strumento abilmente teleguidato da coloro che in tutti questi anni hanno depistato sul Caso Orlandi, per continuare a coprire responsabilità e ad esercitare pressioni indebite sul Vaticano. Come ha argutamente annotato Dagospia, Pietro Orlandi ha avuto una enorme deferenza verso Giovanni Paolo II fino a quando egli è stato in vita, una deferenza sincera, basata sulla consapevolezza che il Papa e la sorella erano stati, in modi diversi, vittime di un medesimo piano criminoso internazionale, e sulla gratitudine per avergli garantito un posto ben retribuito allo IOR e per aver tenuto la famiglia a riparo da ogni invadenza mediatica. In quegli anni Pietro credette fermamente alla Pista internazionale, rigorosamente documentata dalle indagini di Ferdinando Imposimato, che fu legale della famiglia Orlandi e di quella Gregori dal 1999 al 2008. La Pista internazionale ebbe un rilancio dalle attività della Commissione Mitrokhin dal 2001 al 2006 e fu alimentata da due stagioni di loquacità dell’alto ufficiale della STASI, Gunther Bonhsack, che riconobbe la responsabilità del suo dipartimento nella stesura dei comunicati del Fronte Turkesh e di quello Phoenix.
Poi qualcosa cambiò. Giovanni Paolo II morì nel 2005 e nello stesso anno scomparve anche l’avvocato Egidio. Serghej Ivanov Antonov, l’uomo per la cui liberazione era stata rapita Emanuela Orlandi, morì misteriosamente nel 2007. Imposimato smise di seguire la famiglia Orlandi nel 2008. Ad oscurare la Pista Rossa sorse quella della Banda della Magliana, che imperversò dal 2008 al 2011 con un grande clamore mediatico e un’assoluta inconsistenza probatoria. Bohnsack morì, in modo sospetto, nel 2013. E Pietro Orlandi non solo ha cominciato a mostrare rancore verso la politica anticomunista di Giovanni Paolo II, considerandola adesso la causa della sparizione della sorella, ma è arrivato ad abbracciare sempre più ostentatamente le piste investigative che trasformavano il caso in un intrigo tutto ecclesiastico, dimenticando quello di cui in gioventù era stato testimone auricolare. Sembra quasi che Pietro sia diventato il prototipo del cittadino condizionato dalle manovre depistanti e dilatorie del KGB e della STASI. Se questo potrebbe essere addebitato anche al desiderio, più o meno consapevole, di non correre inutili rischi e, nello stesso tempo, di tener viva la memoria del caso e l’apparato che vi è connesso, molto meno comprensibile è la scelta di essere sempre in prima linea nel sostenere ipotesi investigative poco convincenti o addirittura inverosimili, che non aiutano le indagini e anzi le intralciano, pretendendo di scartare quelle che non lo convincono, con un atteggiamento da custode, esclusivo in famiglia, della memoria della sorella. La presenza accanto a lui, ciclicamente, di giornalisti famosi e affidabili o di avvocati ben introdotti in Vaticano o nei servizi italiani non lo imbriglia mai del tutto. Le sue interferenze, amplificate dai media, hanno messo in difficoltà i tentativi di trasparenza di Benedetto XVI e stanno creando molti problemi alle indagini promosse da Papa Francesco. Il tutto, sempre in corrispondenza di momenti delicati nei rapporti tra il Vaticano e la Russia. Per cui la domanda che Fabrizio Peronaci ha di recente rivolto a Pietro Orlandi tramite la carta stampata, ossia se egli abbia ad oggi davvero a cuore la verità, non appare peregrina, ma probabilmente è mal posta. Il problema è che la famiglia Orlandi è essa stessa, anche se sottotraccia, stata oggetto di intimidazioni ed è, suo malgrado, al centro di manipolazioni dei servizi orientali probabilmente da decenni.
Un esempio Pietro lo ha avuto nel 2012, l’anno in cui molti temevano o speravano che la volontà di trasparenza di Benedetto XVI potesse indurre diversi ambienti a scoperchiare la pentola di omertà che contiene tanti segreti del Caso Orlandi. Roberta Hidalgo – giornalista distintasi negli anni ottanta per aver fotografato Giovanni Paolo II in piscina a Castel Gandolfo – concludendo una indagine che, a suo dire, aveva iniziato nel 1999 (ossia l’anno dopo della condanna definitiva di Ali Agca quale unico responsabile dell’attentato al Papa e quando l’ostaggio Emanuela Orlandi poteva essere restituito), diede alle stampe un libro, oggi praticamente introvabile, i cui punti cardine, in ordine di importanza, erano tre.
Il primo era che Pietro Orlandi non convivesse con la moglie, ma con la sorella Emanuela, sotto mentite spoglie, rientrata in un momento non precisato da un finto sequestro orchestrato da Paul Marcinkus per sviare l’attenzione mediatica dalle vicende dello IOR e dell’Ambrosiano. Il secondo era che Emanuela non era figlia di Maria Pezzano e di Ercole Orlandi, ma di Anna Orlandi e di Paul Marcinkus stesso. Il terzo era che Anna Orlandi non era figlia di Pietro Orlandi senior – il nonno della scomparsa – ma di Eugenio Pacelli e Pascalina Lehnert e che era stata affidata alla famiglia perché la crescesse. A sostegno del primo punto, la Hidalgo adduceva una perizia genetica fraudolentemente compiuta su un assorbente che diceva essere della finta moglie di Pietro Orlandi. La perizia, convalidata in termini molto generici dal noto criminologo Francesco Bruno – celebre anche per la sua vicinanza al SISDE – era ovviamente stata condotta contro ogni protocollo procedurale e affermava che l’esaminata era sorella di Pietro e con un DNA compatibile con quello della zia. Ovviamente, se la perizia avesse avuto un qualche fondamento, diventava anche la prova della menzogna della figliolanza illegittima di Emanuela – che non sarebbe stata più sorella ma cugina di Pietro – e di quella della zia Anna – la quale, essendo figlia di estranei, non poteva avere alcuna somiglianza genetica con i membri di Casa Orlandi. In realtà, la perizia era del tutto inattendibile, non solo per i modi in cui era stata svolta, ma perché la fisiognomica della moglie di Pietro Orlandi è incompatibile con quella di Emanuela, a cominciare dai lobi delle orecchie. Vien da sé che anche la figliolanza illegittima di Emanuela e la compromissione dell’immagine della defunta zia Anna sono calunnie, supportate solo dalla presunta somiglianza tra la ragazza e Paul Marcinkus, che è senz’altro di gran lunga minore di quella tra la stessa ed Ercole Orlandi. Una figliolanza che, se fosse stata vera, sarebbe stata peraltro il motivo principale per cui il Presidente dello IOR non avrebbe mai rapito proprio Emanuela, anche perché tale sequestro non aveva possibilità, come in effetti fu, di distogliere l’attenzione sui rapporti tra la fiduciaria del Vaticano e il Banco Ambrosiano. Ma evidentemente alla Hidalgo la coerenza narrativa interessava poco. A noi invece interessa la critica delle sue fonti.
Si trattava, in verità, di un rimescolamento di calunnie vecchie e nuove preparate dal KGB e dalla STASI contro il Vaticano e mescolate in modo palesemente inverosimile, forse per l’imperizia dell’autrice che aveva incautamente attinto ad un repertorio ignobile ed eterogeneo ad un tempo, abbastanza diffuso in certi ambienti. Quella sui natali di Anna Orlandi era la ripresa, unita arbitrariamente al suo nome, di una delle tante voci di disinformazione e denigrazione di Pio XII, che già a Indro Montanelli apparvero come pettegolezzi di fureria ma che erano state preparate dagli agenti dell’NKVD, tra cui spiccarono certamente Alexander Kurtna e Alighiero Tondi. Il primo, morto nel 1987, era un estone allievo dell’ORGINFORM che, dopo aver finto di convertirsi al Cattolicesimo e aver preso i voti, tra gli anni trenta e quaranta aveva lavorato al Russicum e poi alla Sacra Congregazione delle Chiese Orientali, accanto al cardinale Eugene Tisserant e alla stessa Paschalina Lehnert, che si adoperava per favorire la fuga degli ebrei dalla Germania nazista. Kurtna era alla testa di un manipolo di spie operanti dentro e fuori le Mura Leonine e faceva il doppio gioco coi servizi segreti nazisti, che lo protessero dal controspionaggio italiano e durante l’occupazione tedesca dell’Italia. Quando Roma fu liberata dagli Alleati, l’OSS lo restituì all’NKVD estradandolo in URSS in assoluto segreto (1945). Il secondo, Alighiero Tondi appunto, scomparso nel 1984, era anch’egli un finto gesuita, formato pure lui coi metodi dell’ORGINFORM. Preso il posto di Kurtna come uomo chiave dello spionaggio dell’Est in Vaticano, fu espulso dalla Città nel 1953 e passò al servizio della DDR, nella quale diede quasi certamente un contributo rilevante a montare la campagna antipacelliana in modo molto più efficace, ispirando e sostenendo l’opera drammaturgica di Rolf Hochhuth.
In quanto alle calunnie su Marcinkus, venivano fuori da un vasto repertorio, privo di coerenza interna ma atto ad ogni uso, creato nell’ambito dell’Operazione Papa – parte I- Pagoda, voluta da Yuri Andropov per denigrare Giovanni Paolo II e la sua Curia. Gli autori erano i diciassette membri del gruppo spionistico della STASI che operava in Vaticano sotto l’egida di Eugen Brammerz, che potremmo considerare il successore di Kurtna e Tondi per ampiezza di influenza nelle sacre mura. Da questo repertorio, suscettibile di sviluppi, si poteva a piacimento scegliere quel che si vuole: mandanti dell’attentato al Papa e del sequestro Orlandi (CIA, Casaroli, Marcinkus) e loro eventuali perversioni o segreti sessuali, oltre che moventi più o meno plausibili ed esecutori alquanto improbabili (nella malavita romana). Il canovaccio era stato perfezionato da Oleg Bitov e da Yona Andronov tra il 1983 e il 1984, rientrando quindi nelle competenze del KGB, ma la defezione di Bitov a favore dell’MI6 fece sì che anche l’Occidente venisse a conoscenza di questo ignobile armamentario, le cui peggiori forme sono venute di recente alla luce calunniando anche Giovanni Paolo II, ancora una volta in un momento di rapporti difficili tra Russia e Vaticano e di possibili rivelazioni autentiche sul Caso Orlandi.
Il libro della Hidalgo era quindi solo una propaggine poco coerente di un repertorio di disinformazioni, ma era anche la prova che, all’occorrenza, un sistema mediatico globale orientabile a piacimento avrebbe potuto trasformare Casa Orlandi da vittima a complice di tresche innominabili, di sostituzioni di natali, di finti sequestri, di simulazioni di reato e di raggiri finanziari. Il libro poteva diventare un monito per Pietro e i suoi parenti, anche perché all’estero ebbe un corrispettivo, un libro di Luis Miguel Rocha, edito nel medesimo periodo, a dimostrazione della capillarità della diffusione della rete depistatrice in tutto il mondo. L’autore portoghese non solo affermava di aver incontrato Emanuela Orlandi, ma non esitava ad attribuire la paternità della ragazza, nata sempre da Anna nel gennaio 1968, a Karol Wojtyła, incurante del fatto che, dal 1964 al 1978, egli stette a Cracovia come Arcivescovo, peraltro sotto la stretta sorveglianza dell’SB, il servizio polacco, che lo seguiva anche a Roma e che tenne sempre aggiornato un dossier su di lui, accuratamente esaminato in sede di processo di beatificazione e nel quale vi erano molte accuse false verso il futuro Papa, ma- significativamente- nessuna a sfondo sessuale. Ciò prova che questa versione è essa stessa una delle invenzioni del repertorio di Brammerz a cui ho fatto cenno.
Questo tipo di “indagine” era dunque la prova di come la famiglia Orlandi, suo malgrado, è stata più volte presa in considerazione come mezzo di propaganda anticattolica, per il suo poco invidiabile status di residente stabile in Vaticano. Una variazione sul tema di Roberta Hidalgo è stato il libro sul Caso Orlandi di Maria Giovanna Maglie, che riprese l’idea della figliolanza illegittima della ragazza, nata dalla zia e da Marcinkus, a dimostrazione che quell’inverosimile filone pseudo investigativo poteva diventare paradossalmente fecondo. E’ poi degno di nota che la Hidalgo abbia piazzato delle microspie in casa di Pietro Orlandi e abbia trascritto nel suo libro pretese intercettazioni che attesterebbero una sua disonestà sul posto di lavoro, ossia lo IOR. Le comprensibili denunce degli Orlandi si sono chiuse senza una condanna della scrittrice, senza inchieste sulle sue affermazioni e, ancora più incredibilmente, come dicevo prima, con la scomparsa del volume della Hidalgo dalle librerie, evidentemente per ragioni diverse da quelle giudiziarie.
Mi sembra plausibile che in questo contesto Pietro Orlandi, pur cercando la verità sulla sorella, debba evitare di pestare i piedi a persone ancora più potenti di quel Vaticano che egli chiama continuamente in causa, così come lo è che all’occorrenza egli potrebbe persino essere costretto dalle circostanze a farsi ripetitore di piste incredibili, che ne sia consapevole o meno. Il sottofondo in effetti in tale contesto è duplice: un disperato tentativo di far ricordare sempre che la Orlandi è stata vittima tanto quanto Giovanni Paolo II e la consapevolezza che un ostaggio come quello non può essere restituito, ma al massimo rimanere in vita se non ci si avvicina troppo ai segreti della sua scomparsa e se si fa in modo che esso sia ancora funzionale a degli scopi politici. (fine)





