I veri nemici del popolo persiano non vengono da oltre confine
In Occidente abbiamo un vizio: spieghiamo alle vittime chi sia ad opprimerle.
E lo facciamo con l’aria di chi distribuisce verità preconfezionate da sedicenti esperti da salotto; come se il dolore – il dolore di un popolo intero – fosse un seminario e non una ferita senza una cura che non sia non la cancellazione definitiva dei torturatori e degli assassini.
Nel caso dell’Iran – anzi, della Persia, che è più antica e più grande del regime che la governa – l’equivoco è diventato sistema.
Si dà per scontato che il nemico debba arrivare da lontano, possibilmente da una portaerei a stelle e strisce o da un aereo con la stella di Davide. Perché, nel catechismo geopolitico di certi ambienti, il male ha sempre un accento straniero.
Il persiano medio – quello vero, non quello tradotto, tradito o azzittito dal giornalaio di turno; a esser precisi, il 92% del popolo, secondo le ultime rilevazioni – sa invece una cosa elementare: il suo carceriere non parla inglese o ebraico. Parla farsi. Non atterra o plana da fuori. Risiede a Teheran.
Dal 1979, quando l’Ruhollah Khomeini trasformò una rivoluzione in una teocrazia, la Repubblica islamica ha conosciuto più rivolte che riforme. È un Paese che tenta ciclicamente di liberarsi del proprio tutore legale.
1999: studenti in piazza, manganelli e proiettili in risposta.
2009: milioni contestano l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad, e scoprono che le urne possono costare care. Quanto la vita.
2017 – 2018: proteste contro corruzione e miseria, arresti e morti a centinaia.
2019: l’aumento del carburante diventa scintilla, la repressione diventa strage.
2022: la morte di Mahsa Amini accende il grido “Donna, Vita, Libertà”. Il regime risponde con il suo lessico preferito: carcere, proiettili, forche.
Poi arriva il gennaio 2026.
Un inverno che non si dimentica. Le piazze si riempiono, il potere spara. Migliaia e migliaia di morti. Non “tensioni”, non “incidenti”, come scrive vergognosamente qualche giornale italiano – Il Fatto Quotidiano, per non far nomi – ma morti. E quando i feriti cercano riparo, la repressione non si arresta sulla soglia: risponde inseguendo le loro vittime fin nei letti degli ospedali.
In Iran la pena di morte non è una clausola estrema dell’ordinamento: è uno strumento ordinario di governo. Ogni anno centinaia di esecuzioni. Molte al termine di processi che definire sommari è un eufemismo; altre senza neppure la decenza di una finzione garantista. La forca non è l’eccezione: è il punto esclamativo del sistema.
Per decenni il vertice di questo edificio è stato Ali Khamenei. La sua uscita di scena non ha, per il momento, dissolto l’apparato: i regimi, quando sono ben congegnati, sopravvivono fino all’ultima contorsione. Restano i tribunali speciali, restano i pasdaran, resta la censura. Restano, soprattutto, le prigioni e le squadre della morte.
E qui comincia il capitolo più grottesco: l’informazione occidentale.
Da noi, il dramma persiano viene trattato come una sottotrama di un copione più grande. C’è sempre qualcuno pronto a spiegare che il problema non è la teocrazia, ma la reazione alla teocrazia. Che il nodo non sono le esecuzioni, ma il rischio di “escalation”. Che l’urgenza non è la libertà di un popolo, ma l’equilibrio di un tavolo diplomatico.
In certi talk show – occupati stabilmente da riproduzioni viventi dei trinariciuti delle sezioni politiche del PCI anni Cinquanta – l’Iran diventa l’ennesima lezione contro l’imperialismo.
Si evocano coinvolgimenti italiani degni di un feuilleton, si brandisce il pacifismo come un talismano ideologico, si evita con cura di nominare il fatto più semplice: il regime opprime il proprio popolo.
La Russia e la Cina almeno non fingono: trattano Teheran come un alleato utile. È cinismo, ma il cinismo è lineare. Più onesto, in fondo, dell’indignazione intermittente.
L’ipocrisia, invece, è quella di chi riesce a guardare un popolo che si ribella contro il proprio governo e a parlare d’altro. È quella di chi trasforma una teocrazia repressiva in una pedina geopolitica. È quella di chi, pur di non smentire il proprio schema ideologico, preferisce discutere del vento e ignorare le sbarre.
La verità, che irrita perché è elementare, è questa: i veri nemici del popolo persiano non arrivano dal mare né dal cielo. Non parlano inglese né ebraico.
Parlano farsi. Firmano sentenze. Ordinano repressioni. E quando il popolo protesta, non rispondono con argomenti ma con la forza.
Finché continueremo a spiegare alle vittime chi sia ad opprimerle, senza ascoltarle, non faremo informazione: faremo catechismo.
E il catechismo, in politica estera, è sempre una forma elegante di cecità.





