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IL CITTADINO DEVE TORNARE SOVRANO

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di Antonio Foccillo

Queste considerazioni nascono dall’analisi sulle scelte economiche, sociali e politiche che da tempo stanno influenzando la vita dei cittadini. Gli slogan proposti sono sempre retorici ed enfatici. Presuppongono benessere, sviluppo e migliori condizioni di vita, ma alla fine si rivelano quali risanamento, sacrifici e tagli lineari di beni e servizi ai cittadini, con la conseguente cancellazione dei diritti di cittadinanza.

In un Paese in cui “le disuguaglianze sono divenute ormai insopportabili” e dunque vige la legge del più forte o, a seconda, del più preminente, del più affluente, del più ammanicato, vi è ancora la possibilità di garantire a tutti gli stessi diritti?

In questi anni abbiamo vissuto una regressione politica e culturale molto forte in materia di diritti, una distanza grandissima tra ceto politico e società. Negli Anni Settanta ci fu una grande affermazione dei diritti civili, oggi siamo in un’altra dimensione. Allora la legislazione italiana su alcuni punti era la più avanzata d’Europa. Ora siamo non solo fanalino di coda, ma lontani culturalmente.

La fine delle ideologie ha portato solo alla prevalenza assoluta del mercato e di fronte a questo mondo ‘a una sola dimensione’ il contrappeso è unicamente quello che viene dalla forza dei diritti che non possono essere sacrificati senza avere ricadute sul terreno economico.

La politica si è fatta fortemente condizionare da un’idea di diritti e non diritti che proveniva dalla pressione dalla forza della finanza. Così alcuni diritti non ci sono riconosciuti nella loro pienezza perché appartenenti a ognuno, ma sono accessibili soltanto a chi ha le risorse per poterli far diventare effettivi.

Nel merito, dopo la fine della prima Repubblica ed in particolare a partire dal premier Mario Monti si sono prefigurate forme di privatizzazione del pubblico e del servizio sanitario nazionale con un costo dei servizi tale da non poterlo più garantire ai cittadini, pertanto come conseguenza la salute è garantita solo dalla possibilità che ognuno avrà di comprarsela sul mercato.

Non ha più importanza quanto afferma l’articolo 32 della Costituzione, laddove si dice che la salute è un diritto fondamentale del cittadino. Si romperebbe lo schema indicato dal principio di uguaglianza. Il tutto è aggravato dal progetto di Autonomia differenziata che anche questo governo porta avanti con decisione.

I miei diritti saranno misurati non dal riconoscimento della mia dignità, del mio essere persona uguale a tutte le altre, ma in base alle mie risorse. Così anche per la formazione, l’assistenza etc. Se torniamo a misurare i diritti non sulla libertà e sull’uguaglianza, ma col censo e in base al denaro, noi torniamo alla democrazia censitaria.

I diritti, anche in presenza di crisi economiche, non possono essere sacrificati impunemente senza creare tensioni sociali molto pericolose e la soluzione che tutti prospettano di “avere più Europa”, presuppone che l’Europa non sia soltanto economica.

Tuttavia dell’Europa sociale non c’è traccia, se non una inapplicata Carta dei diritti e quindi, per molti Paesi, Bruxelles è diventata la ‘fonte dei sacrifici’ e ciò che arriva dall’Europa è percepito come obbedienza a una logica economica che restringe opportunità e diritti dei cittadini.

Parlando di lavoro, l’articolo 36 della Cost. afferma che la retribuzione deve assicurare al lavoratore “un’esistenza libera e dignitosa” e quindi per essere tale non può essere sempre e soltanto subordinata alla logica economica, che afferma solo un minimo per la sopravvivenza che umilia le persone.

Un’economia basata sulla considerazione che il lavoro non è una merce da comprare sul mercato al prezzo più basso possibile, implica scelte di carattere generale molto impegnative.

In periodi di difficoltà economica la parola d’ordine è sempre stata la riduzione del costo del lavoro, ignorando la scarsa capacità imprenditoriale, le diseconomie molto forti, la corruzione che significava costi più elevati in quanto costituiva un aggravio per il sistema delle imprese.

Inoltre l’elevato costo del lavoro è anche il risultato del drenaggio di risorse attraverso la tassazione di ciò che è più facile colpire, ossia il lavoro dipendente piuttosto che un’azione adeguata contro l’evasione fiscale e il lavoro nero, che sono stati una riserva oscura non per il benessere del Paese, ma per il profitto di pochi. In definitiva il lavoro è stato sacrificato a favore di altri tipi di interesse.

In questo contesto di smarrimento e di impotenza dell’uomo a stabilire regole di convivenza adeguate alla realtà come si è configurata in questi ultimi decenni, è stata una politica con la p minuscola.

La Politica invece, è un’attività autonoma, che ha solo in sé stessa e non fuori di sé, la giustificazione che la legittima: garantire la concordia interna dei cittadini e la sicurezza esterna dello Stato.

Quindi, nella capacità operativa della politica di evitare scelte sbagliate e di essere all’altezza del compito affidatogli che dà “prova morale” del suo agire politico. Governare, infatti, significa riuscire ad essere efficaci, così che è l’inefficacia ad essere “immorale”.

Gli uomini hanno accettato, e continuano ad accettare, di vivere politicamente insieme per vivere meglio. Alla Politica, dunque, è affidato l’incarico di individuare le forme migliori e gli attori più capaci a realizzare le condizioni concrete per una vita felice, ragione necessaria del vivere insieme. Alla Politica i cittadini hanno diritto di chiedere volontà, forza, capacità per decisioni che perseguano e realizzino il “bene comune”, registrato quanto meno su quella speciale “amicizia utilitaristica”, indicata da Aristotele, seppure come ultima, tra le tre autentiche forme di filia capaci di mettere comunque in forma una società, che si giustifica sull’ “interesse di tutti”.

Fine dello Stato è la libertà, che significa insieme la meta diretta del benessere materiale e non solo di quello spirituale. Non può esserci vera libertà politica per l’uomo, se a questa non si accompagni l’affrancamento dalle immediate necessità economiche. Infatti, il criterio discriminante della libertà è la sicurezza materiale e morale.

Sovrano è colui che decide. Carl Schmitt nella sua opera conferma ciò. Il cittadino, allora, è davvero sovrano solamente quando può partecipare direttamente alle scelte fondamentali della Città alla quale appartiene. Se al suo posto sono altri a decidere, magari istituzioni bancarie, compagnie assicurative, proprietà di giornali a queste fortemente intrecciate, lobby economiche-politiche, consorterie finanziarie transnazionali poco palesi, è evidente che dire che sovrano è il popolo è un artifizio retorico e mistificante.

Il cittadino, il popolo, unico titolare della sovranità, è costretto a godere, invece di un mezzo titolo di sovranità e di cittadinanza. In altre parole ad essere libero a metà. E ancora meno, se gli si sottrae la titolarità della moneta.

Come si può, infatti, chiamare libero un popolo, quando non può disporre della proprietà della moneta e quando questa è in possesso di istituzioni bancarie private, che badano ai loro profitti privati e mai all’interesse comune dei cittadini?

In conclusione, ci vuole una nuova politica e nuovi soggetti politici che ridiano spazio ed alimento ad un nuovo “illuminismo” in cui la centralità dell’uomo sia riaffermata con i suoi diritti e con le sue necessità, che devono essere garantite da istituzioni democratiche e rappresentative e da governi in grado di dialogare e confrontarsi con le forze sociali e con i cittadini, dove gli stessi superino la condizione di suddito per ritornare ad essere soggetto importante nella società. 

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  • Redazione

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