
di Paolo Raffone
Il 2014 è l’anno dell’inizio delle due più grandi operazioni di politica estera e di sicurezza dell’Unione europea in Europa e in Africa, concertate con gli Stati Uniti d’America nel quadro della cooperazione euro-atlantica e della NATO. Entrambe erano ispirate da un mix di strategia americana (contenimento) ed europea (stabilizzazione).
Gli americani agivano contro due nemici (la Russia e il terrorismo jihadista), l’UE immaginava di guadagnare influenza e profondità geopolitica con l’esportazione della democrazia e dei diritti (i valori europei) mentre gli stati egemoni europei (Francia, Germania e Regno Unito) agivano in base a precisi calcoli di interesse nazionale. Nascono così due muri virtuali, uno che attraversa l’Ucraina tagliando l’accesso al Mar Nero e al Mediterraneo alla Russia, e l’altro che taglia l’Africa da Ovest a Est nel Sahel tenendo fuori dal Mediterraneo i neri dell’Africa sub-sahariana, i jihadisti e altre mafie. Obiettivo di entrambe le operazioni era creare “aree di compensazione” (barriere) per tenere fuori gli indesiderati: i russi fuori dall’Europa e dal Mediterraneo (accordi di Minsk), e l’Africa nera fuori dal Mediterraneo (G5 Sahel).
Il risultato della prima azione di politica estera e di sicurezza dell’UE è stato tragico. Ecco cosa è successo nel 2014: in Egitto, dopo il colpo di stato militare (2013) l’elezione del generale dittatore-golpista amico degli americani ma anche di molti paesi europei, inclusa l’Italia; in Tunisia, dopo le rivolte della “primavera” e la cacciata del dittatore ben-Ali sponsorizzato dall’Italia, le prime elezioni parlamentari e presidenziali dal 1956 hanno dato l’illusione di un successo della democrazia che, in realtà, invece, ha aperto ad una profonda instabilità politica e sociale nel paese invaso anche da potenti filiere jihadiste e mafiose; in Libia, dopo l’uccisione anglo-francese del dittatore libico sponsorizzato dall’Italia (che ha partecipato all’operazione militare contro il suo alleato), è iniziata la seconda guerra civile (2014-2020) che ha diviso il paese in aree di influenza di potenze straniere (tra cui Russia, Turchia, Egitto, EAU) lasciando la regione del Sahel (Fezzan) in mano alle bande di trafficanti; in Ucraina è iniziata la guerra del Donbass e la Russia ha occupato e riannesso la Crimea, sfociando nel 2022 nella guerra russo-ucraina tutt’ora in corso; la Russia ha aumentato l’intensità della sua presenza militare in Siria e dal 2017 ha stabilmente tenuto la base aero-navale di Tartus.
Nessuno degli obiettivi strategici euro-atlantici del 2014 è stato raggiunto nel 2023. La guerra russo-ucraina s’intensifica tra offensive e controffensive che stanno mettendo a rischio anche la città portuale di Odessa, oltre ad aver devastato l’Ucraina e il suo popolo e ad aver messo le basi disfunzionali dell’Unione europea. Dopo i cinque colpi di Stato militari che si sono consumati in meno di un biennio fra Mali (2020, 2021), Guinea (2021) e Burkina Faso (entrambi nel 2022), da alcuni giorni è caduto il Niger, l’ultimo presidio democratico e l’unico punto di riferimento per i partner occidentali – in particolare la Francia – nella zona del Sahel, dove è insidiosa la presenza dei jihadisti e sono crescenti le infiltrazioni dei mercenari russi di Wagner.
Questo tragico risultato dell’azione dell’UE in politica estera e di sicurezza si deve a due fattori: il primo, l’UE è un’organizzazione e non uno stato sovrano, quindi agisce lentamente secondo protocolli burocratici indotti dagli interessi nazionali degli stati egemoni, particolarmente Francia e Germania ma anche Regno Unito; il secondo, gli Stati Uniti d’America hanno interessi nazionali propri in Europa dal 1945 (basi militari americane in Germania e Italia) e dal 1949 strategici (NATO) che non sono necessariamente allineati o favorevoli agli interessi nazionali dei singoli stati europei o dell’UE. Francia e Germania hanno scoperto di non essere più potenze in grado di condurre significative operazioni geopolitiche, militari e di sicurezza benché avvolte nel manto stellato dell’UE o in quello legittimante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Anche il Regno Unito sta rinsavendo dopo la sbornia da Brexit che faceva immaginare un nuovo ruolo imperiale britannico denominato pretenziosamente “global Britain”. L’Italia proclama legittimi interessi di vicinato (Mediterraneo e Balcani) ma non è in grado di sostenerli oltre a non avere più capacità diplomatico-strategiche per costruire concrete opportunità di successo. L’Italia si (auto)limita nascondendo la propria marginalità in salsa europea o euro-atlantica. Visto dagli altri è un paese da operetta! Gli Stati Uniti, in una costante di tutte le presidenze post 2001, chiedono agli alleati europei di fare di più, cioè di assumersi responsabilità e costi delle operazioni che li riguardano e che sono ammissibili dall’alleato egemone sotto l’ombrello nucleare che garantisce la strategia di sicurezza globale. Immancabilmente, dall’invasione della Libia (2011) in poi, gli Stati Uniti restano delusi dalle capacità e dai risultati degli alleati europei che ritualmente si riversano alla Casa Bianca col solito piagnisteo della solidarietà atlantica. Ma l’egemone americano ha da risolvere numerosi e seri problemi interni oltre che questioni globali con le altre potenze pari grado, cioè Cina e Russia. Quindi, come vediamo bene sia nel caso della guerra in Ucraina sia in quello del Mediterraneo o del Sahel, gli americani temporeggiano e democristianamente (tranne Trump) prendono tempo giocando il ruolo di imbonitori strategici. Gli europei fanno il rituale pellegrinaggio del “bacio della pantofola” ma tornano a mani vuote.

Quel che è avvenuto in Niger, dove l’Italia ha anche una base militare per l’addestramento delle forze speciali nigerine, dovrebbe far riflettere. Con la solita ipocrisia da ‘italiani brava gente”, il Niger è stato considerato dall’Italia, soprattutto negli ultimi anni, un Paese “blocca flussi”, proprio perché si trova alle porte della Libia. Ci si è approfittati della sua stabilità interna per usarlo come “contenitore di migranti” versando qualche prebenda europea nelle sue povere casse statali e fingendo di tutelare i diritti umani. Oggi, il controllo di quei flussi (centinaia di migliaia “ospitati” in Niger) è in mano a militari golpisti filorussi. Altro che “piano Mattei”! Il governo Meloni deve spiegare con quali mezzi (propri) intende combattere in questa situazione, cioè prima che dalle coste libiche parta un flusso travolgente di migranti organizzati dalle note mafie. Aspettare l’Europa o gli Amerikani è illusorio. Gli stratagemmi dello sceriffo Minniti o le chiacchiere degli inviati europei, i pentastellati Del Re (Sahel) e Di Maio (Golfo), hanno le gambe molto corte. Biden nulla ha fatto per aiutare l’alleato italiano in Libia e poco o nulla farà per evitare l’ondata umana che sta per arrivare dal Sahel in Italia.
Il primo assaggio delle illusorie aspettative del governo Meloni è stato pubblicato in un editoriale del New York Times, proprio mentre si svolgeva il “bacio della pantofola”. David Broder scrive che “gli americani hanno sbagliato ad affidarsi alle destre in Europa”. Giorgia Meloni veniva descritta «come una minaccia». Una volta insediatasi a Palazzo Chigi, «tutto le è stato perdonato». Eppure, secondo Broder le idee di Meloni continuano a rappresentare un pericolo: «Meloni ha certamente moderato il suo linguaggio. In contesti ufficiali, si sforza di apparire ponderata e cauta, un atto aiutato dalla sua preferenza per i discorsi televisivi piuttosto che per le domande dei giornalisti. […] ». […] In sintesi, conclude Broder, «il confortante racconto di un tizzone populista diventa pragmatico trascura qualcosa di importante: ciò che sta succedendo in Italia»[1].
Ma tutto viene occultato da sciocchezze come il Memorandum Italia-Cina del governo Conte. Un Memorandum che non ha prodotto nulla, oltre al fatto che gli Stati Uniti hanno un intercambio commerciale con la Cina dieci volte superiore a quello italiano e che la Francia e la Germania lo hanno di almeno 4-5 volte superiore a quello italiano. Infatti, finanche il Corriere della Sera titola che Biden non ha neppure menzionato “la Cina” alla Meloni.
La politica estera e la tutela dell’interesse nazionale non sono di parte, sono “nazionali”, cioè di tutti gli italiani, e possono essere definiti solo con il concorso di tutti. In questo senso prendere esempio dagli Stati Uniti o dalla Francia o dalla Germania sarebbe utili tanto per il governo Meloni quanto per l’effimera opposizione del PD o dei 5*. Se non si fanno i compiti a casa, cara Meloni, cioè non si crea e istituzionalizza un modello di concezione e di gestione dell’interesse nazionale e della politica estera, si fanno solo proclami. La promessa del governo Meloni era di ridare fiato alla sovranità dell’Italia. Che allora lo faccia con urgenza.
[1] https://www.nytimes.com/2023/07/27/opinion/meloni-italy-washington-visit.html?auth=login-facebook





