
All’inizio del 2023, la nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala direttore generale dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) ha dichiarato che l’intercambio inter-africano (con un potenziale di 1.4 miliardi di abitanti ma con ancora più di 600 milioni che non hanno accesso all’elettricità e l’acqua potabile) è fermo da tempo al 15%.
Ciò, nonostante l’adozione nel 2018, fortemente promossa dall’UE, del Trattato panafricano di libero scambio che è stato ratificato nel 2021 da 44 dei 54 Stati africani (per ora non ci sono state nuove ratifiche). Il resto, cioè l’85% del prodotto africano, è esportato ma nel suo insieme non supera il 3% del totale degli scambi mondiali che nelle intenzioni dell’OMC potrebbe triplicarsi nei prossimi anni[1]. Dal 2022 la Cina è il principale partner commerciale dell’Africa (23%, in crescita) seguita dall’UE (22%), dall’India, dagli Stati Uniti e dalla Russia (che è il principale esportatore di armi, 40% del mercato africano).
In termini di investimenti in Africa, il G7 del 2022 ha promesso investimenti entro il 2027 per 600 miliardi di dollari (circa un terzo americani) che, nelle intenzioni, ma per ora ci sono pochi dettagli concreti, dovrebbe competere con gli investimenti cinesi della BRI (Belt and Road Initiative) che ha già investito 155 miliardi di dollari realizzando 6000 km di strade e altrettanti di ferrovie, 20 porti, 80 grandi centrali energetiche, 130 ospedali e 170 scuole[2].
Dal 2019, la Commissione europea di Ursula von der Leyen si è avventurata in Africa proponendo un “partenariato tra eguali” deragliato alla prima prova sugli aiuti vaccinali per contrastare la pandemia da Covid-19 (poco o mai pervenuti). Nel 2022, l’UE-Africa Summit ha lanciato la “joint vision 2030” annunciando investimenti per 150 miliardi di euro tra donazioni e prestiti.
Sempre nel 2022, gli Stati Uniti hanno tenuto in pompa magna il “US-Africa Leaders and Business Summit” focalizzandosi sul “ruolo vitale” della società civile e il rafforzamento delle capacità della diaspora africana negli USA.
Nello stesso anno si è tenuta in Cina l’ottava edizione della FOCAC (Forum sulla Cooperazione Cina-Africa iniziato nel 2000) che ha ridotto l’esposizione finanziaria statale negli investimenti in Africa spingendo per un più concreto impegno del settore privato cinese.
Nel 2023, il presidente italiano, Sergio Mattarella, ha visitato alcuni paesi dell’Africa sub-sahariana[3] cercando di rilanciare, con piccoli progetti della cooperazione italiana e con tante buone parole, le relazioni bilaterali in attesa del tanto annunciato “piano Mattei per l’Africa” del quale si conoscerà il significato che il governo Meloni svelerà in autunno. Intanto, la Francia si è vista “cacciare” da vari paesi della sua FranceAfrique che le hanno preferito i russi e la Wagner ma il presidente Macron ha tentato di salvare il salvabile con il suo viaggio del marzo 2023. Il risultato è stato catastrofico, come scrive la rivista Herodote che segnala non solo la cattiva preparazione delle diverse visite ma sottolinea che “la France en Afrique c’est fini”[4].
Da ultimo, in questi giorni si svolge in Russia il secondo Summit Russia-Africa. Mentre quello del 2019 a Sochi fu piuttosto di successo con 45 capi di Stato, quest’anno sono formalmente presenti 49 paesi africani ma soltanto 17 capi di Stato e di governo[5]. Temi centrali sono le forniture di grano russo (Putin ha annunciato la fornitura gratuita di 50.000 tonnellate a 6 paesi africani) in sostituzione di quello ucraino bloccato dopo il collasso dell’accordo negoziato dai turchi nel 2022, e di forniture per la sicurezza. Pur essendo la Russia un paese con bassissimi investimenti in Africa e con un intercambio commerciale relativamente piccolo, la sua influenza sul continente è significativa. Le due cartine riprodotte di seguito sono auto esplicative.


Fonte: https://africacenter.org/spotlight/russia-interference-undermine-democracy-africa/#:~:text=Russian%20interference%20to%20undercut%20democracy,Africa%20tend%20to%20be%20reinforcing.
Sul piano puramente dell’immagine politica si deve dar atto al governo Meloni che è riuscito a imporre due visite in Tunisia in poco più di un mese portandosi al seguito il primo ministro olandese (Mark Rutte, poi dimissionario proprio sulle politiche migratorie) ma soprattutto la beata presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. In concreto, si è firmato un Memorandum per gestire le migrazioni sostenuto da 150 milioni di euro dell’UE (sostegno al budget tunisino) e altri 150 in vari progetti da realizzare. Ma il vero punto irrisolto è che la Tunisia versa in una catastrofe economica (FMI stima di immediata necessità 1.5 miliardi di dollari), sociale (disoccupazione al 30% e prezzi alle stelle), e umanitaria (flussi di immigrati irregolari dall’Africa sub-sahariana). Il governo Meloni, oggi al “bacio della pantofola” alla Casa Bianca, spera che gli Stati Uniti di Biden aiutino la Tunisia e quindi indirettamente l’Italia. Il tutto nella solita salsa euro-atlantica che, in attesa del Summit Italia-Africa del 6 novembre e dell’annuncio formale dei contenuti dello strombazzato “piano Mattei”, spera, come ha sottolineato il ministro degli esteri Antonio Tajani, nella concretizzazione di un “Marshall Plan dell’UE per l’Africa” che dovrebbe ricevere fondi per 150 miliardi di euro[6]. Il tutto dovrebbe derivare dal “Global Gateway” lanciato dalla Commissione europea nel 2021, per il periodo 2021-2027, con un fondo totale congiunto UE-Stati membri di 300 miliardi (ancora da finanziare), che nelle parole di UvdL servirebbe a “sostenere investimenti intelligenti in infrastrutture di qualità, nel rispetto dei più elevati standard sociali e ambientali, in linea con i valori e le norme dell’UE. La strategia Global Gateway è un modello di come l’Europa può costruire connessioni più resilienti con il mondo”[7]. Ci auguriamo davvero che le speranze del governo Meloni incontrino successo, ma segnaliamo che il famoso fondo UE Global Gateway disporrebbe, forse, di 50 miliardi di euro all’anno per vari settori di intervento (digitale, clima, energia, trasporti, salute, educazione e ricerca) per l’Africa, l’America Latina e i Caraibi. A nostro modesto avviso ci sembra che riporre le speranze di successo dell’iniziativa italiana per l’Africa con questi fondi sia piuttosto velleitario.
Inoltre, come nota Il Manifesto[8], aver intitolato l’azione italiana per l’Africa “piano Mattei” ha un sicuro effetto comunicativo nell’immaginario popolare italiano ma potrebbe rischiare di essere fraintesa per i propositi “civilizzatrici” (parola usata dal vice ministro degli esteri Edmondo Cirielli) provocando negli africani reazioni simili a quelle ricevute dal povero Macron che nel 2021 aveva almeno riconosciuto le colpe francesi nel genocidio avvenuto in Rwanda.
[1] https://edition.cnn.com/2023/02/02/business/wto-okonjo-iweala-africa-trade-spc-intl/index.html
[2] https://www.globaltimes.cn/page/202306/1291802.shtml#:~:text=Over%20the%20last%20decades%2C%20China,130%20hospitals%20and%20170%20schools.
[3] https://e4impact.org/the-visit-of-the-president-mattarella-to-e4impact-entrepreneurship-center-in-nairobi/
[4] https://www.herodote.net/France_Afrique_c_est_fini_-article-2871.php
[5] https://www.dw.com/en/russia-africa-summit-who-stands-to-gain-what/a-66350729
[6] https://www.adnkronos.com/internazionale/akieng/italy-africa-summit-to-take-place-in-rome-in-november_uXCCaQ4GhoRUR4V5SzlYj?refresh_ce
[7] https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/stronger-europe-world/global-gateway_en
[8] https://www.articolo21.org/2023/07/leterno-mito-degli-italiani-brava-gente-e-il-falso-piano-mattei/





