Si ridefinisce la nozione stessa di sicurezza
La NATO sta attraversando un passaggio che non si misura con un comunicato ufficiale o con una decisione formale, ma con un cambiamento profondo nel modo stesso in cui l’Alleanza interpreta il proprio ruolo nel mondo.
In questo caso non si tratta più di rispondere a delle crisi circoscritte, né di prepararsi a uno scenario eccezionale destinato a rientrare, ma prendere la consapevolezza di trovarsi dentro una competizione strutturale e purtroppo duratura, in cui la conflittualità non è un incidente ma una condizione permanente del sistema internazionale.
La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo, ma non lo ha generato, sicuramente è stata il catalizzatore di dinamiche che erano già in atto, mentre sullo sfondo cresceva una pressione strategica che non si manifesta soltanto sul piano militare, ma nelle tecnologie, nei materiali critici, nelle catene di approvvigionamento e in quell’accesso alle risorse.
La NATO sta progressivamente abbandonando l’idea di una deterrenza intesa come risposta eventuale a un’aggressione e sta adottando una postura fondata sulla presenza continua, distribuita e integrata, che coinvolge simultaneamente il fianco orientale europeo, l’Artico, il Mediterraneo allargato e, sempre più chiaramente, lo spazio indo-pacifico.
Il significato politico di questa trasformazione è rilevante perché ridefinisce la nozione stessa di sicurezza. Non è più una condizione che si attiva quando qualcosa va storto, ma un processo che va mantenuto nel tempo attraverso la gestione costante di un ambiente competitivo e instabile.
Il fattore tempo diventa decisivo quanto la forza, la logistica assume un valore strategico pari a quello delle capacità operative, l’industria della difesa smette di essere un settore accessorio e diventa parte integrante della sicurezza nazionale e collettiva, mentre la parte economica e sociale entra a pieno titolo nel calcolo del potere. Per l’Europa le implicazioni sono dirette e difficili da eludere.
L’idea di poter restare un attore prevalentemente normativo, protetto da un ombrello esterno e libero di delegare la dimensione strategica, non è più sostenibile. L’aumento delle spese militari, il dibattito sull’autonomia industriale della difesa e il ripensamento del rapporto con gli Stati Uniti non rappresentano scelte ideologiche o opzioni politiche contingenti, ma adattamenti necessari a un contesto che ha definitivamente superato la fase dell’ordine garantito.
Il punto forse più delicato è che questo nuovo assetto non promette stabilità nel senso tradizionale del termine, non offre la prospettiva di un ritorno a equilibri rassicuranti né di una normalità simile a quella precedente al 2022.
Al contrario, prefigura una stabilità armata, selettiva e prolungata, in cui la sicurezza dipende dalla capacità di sostenere nel tempo uno sforzo strategico continuo e coerente.
Il messaggio è chiaro anche se raramente detto. Chi non investe oggi in capacità strategica, in integrazione industriale, in visione di lungo periodo, rischia non soltanto di essere più vulnerabile, ma di diventare progressivamente irrilevante.
La competizione permanente non concede pause né neutralità comode a questo nuovo terreno su cui si misura il peso reale degli attori internazionali, ed è su questo terreno che l’Alleanza Atlantica ha ormai scelto di muoversi.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


