
di Paolo Raffone
L’Italia si accapiglia sull’effimero studente egiziano graziato dal dittatore golpista egiziano Al-Sisi a fronte di ben precisi interessi economici che le industrie italiane degli idrocarburi e degli armamenti gli hanno confermato, oppure sulle irresponsabilità nella gestione dei territori nazionali confrontati a fenomeni climatici estremi e all’agire di mani criminali incendiarie, e, infine, sul valore del salario minimo come beffardo correttivo del fallimento delle contrattazioni sindacali. Sulla politica estera seria, cioè sul collocamento dell’Italia nel mondo e sulla difesa dell’interesse nazionale, il governo è non pervenuto. Eppure, è proprio in questo momento che, come vedremo, l’Italia avrebbe lo spazio per battere un colpo. Il gioco tattico senza una strategia non paga in politica estera.
Intanto, dal Regno Unito, Sir Richard Moore, capo del servizio di sicurezza esterno MI6 creato quando il suicidio degli imperi europei si conclamava (1909) ma rivelato dal governo britannico solo nel 1994, ha concesso un’inusuale intervista pubblica ad un noto giornale tedesco-americano di tendenze repubblicane, Politico, dalla sede dell’ambasciata del Regno Unito a Praga, nel cinquantacinquesimo anniversario dall’invasione russa del 1968[1].
In sostanza, Sir Moore dice: a) Il valore eroico per la difesa della libertà delle forze armate ucraine ha poche possibilità di sfondare le linee difensive russe, nonostante le importanti riconquiste territoriali effettuate nell’ultimo mese; b) Putin e la grande nazione russa non devono essere umiliati, ma l’obiettivo è di mettere gli ucraini in una posizione sufficientemente forte per negoziare; c) Le difficoltà interne del regime putiniano sono plasticamente emerse con la ribellione del capo della milizia Wagner che ha potuto inscenare una marcia su Mosca; d) Si rinnovano invito e garanzie di tutela a tutti i russi che decidono di collaborare con il MI6; e) La più grande e importante missione del MI6 non è la Russia ma la Cina che ha capacità enormi anche nel dispiegarsi fuori dai suoi confini; f) Il fattore umano resta il cuore del MI6, ma soluzioni di IA si stanno affinando per facilitare il lavoro; g) La decisione pragmatica dell’Iran di fornire droni alla Russia sta provocando dissidi interni al regime.
Analizzando queste affermazioni (in dettaglio nell’audio), non può non cogliersi che Sir Moore riconosce la limitatezza dello sforzo ucraino e del sostegno alla resistenza anti-russa. In pratica, il messaggio agli ucraini è “siete bravi e valorosi”, vi sosterremo “finché necessario”, ma dovete arrivare ad una trattativa con i russi perché sul campo non potete ottenere molto di più nelle condizioni attuali. Inoltre, il messaggio alla Russia è di uscire dalla logica imperiale (e di guerra) per permettere la ricostruzione delle relazioni con l’Occidente, implicando che nei prossimi anni la Russia dovrà abbandonare la sindrome imperiale incentrata sull’attuale leadership al potere. Dichiarare che “la più grande missione è la Cina” è un riconoscimento della sua potenza che tende a riequilibrare quell’unipolarità anglo-americana ostentata nel G7. Sui dissidi interni all’attuale regime iraniano sorprende che siano imputati ai droni forniti alla Russia invece di individuarne la causa nell’inevitabile ricambio generazionale post-rivoluzionario. Nella realtà, questi messaggi del capo del MI6 britannico non si distanziano da quelli già lanciati con una certa enfasi e vocalità dal capo della CIA, William Burns, durante il suo recente viaggio (inusualmente reso pubblico) in Ucraina, Grecia e Cina. Da un punto di vista strategico, le dichiarazioni di Moore sembrano ammettere la subalternità britannica all’America. Se così fosse, ma siamo nel campo delle speculazioni, si tratterebbe di un ridimensionamento delle aspirazioni “global Britain” che potrebbero avere effetti positivi anche sulle dinamiche continentali europee. La cartina di tornasole potrebbe essere le dimissioni, una settimana fa, del ministro della difesa britannico, Ben Wallace, tra i più esposti sostenitori del sostegno all’Ucraina, dopo il congelamento di fatto della sua autocandidatura a Segretario generale della Nato[2].
Nell’ultimo mese, la Cina ha ricevuto la visita di ben quattro alti rappresentanti degli Stati Uniti: Janet Yellen, Segretario al Tesoro, Antony Blinken, Segretario di Stato, John Kerry, inviato americano per il clima, e Henry Kissinger, storico esponente realista di area repubblicana che nel 1971 aveva aperto le relazioni US-Cina. Eventi non casuali, con questa intensità, soprattutto se si considera che nello stesso periodo il ministro degli esteri della Repubblica Popolare Cinese, Qin Gang, è stato destituito. In particolare, dal 25 giugno, lo stesso giorno della conclusione della ribellione del gruppo Wagner in Russia, del ministro si sono perse le tracce. Scomparso il profilo online dal sito del ministero, ma resta visibile quello di consigliere di Stato. Qin era stato ambasciatore cinese negli Stati Uniti prima di essere promosso ministro nel dicembre 2022. Considerato un “falco” era considerato vicino al presidente Xi. Ma la televisione di stato (CCTV) ha trasmesso il seguente comunicato: “La quarta sessione del Comitato permanente del 14 ° Congresso nazionale del popolo, che si è svolta presso la Grande Sala del Popolo a Pechino il 25 luglio, ha votato per decidere di rimuovere Qin Gang dalla carica di ministro degli esteri che deteneva contemporaneamente e di nominare Wang Yi come ministro degli esteri. Il presidente Xi Jinping ha firmato un ordine presidenziale per attuare la decisione”. Si può notare che Wang Yi era il predecessore di Qin, ed è considerato più moderato e rispettoso della linea politica del presidente. Inoltre, la posizione di ministro degli esteri nella nomenklatura cinese non è il grado più alto della diplomazia e della gestione degli affari esteri. I comitati del partito, e da ultimo l’ufficio del presidente Xi, sono determinanti.
Come sempre negli affari cinesi le informazioni sono poche ed opache. Quindi possiamo soltanto fare qualche speculazione.
La spiegazione ufficiale per la sparizione di Qin è legata al suo stato di salute. Inoltre, sarebbe una strana “purga” averlo destituito da ministro ma non dal ruolo di consigliere di Stato. Quanto a Wang, la sua nomina sembra una retrocessione di carriera. Infatti, Wang era direttore dell’ufficio centrale della Commissione degli Affari esteri. La sua nomina, nel segno della continuità, potrebbe essere temporanea. Le interpretazioni (frettolose) di un indebolimento del presidente Xi non sono affatto certe. Il tempo mostrerà la vera strategia di questo cambio di ministro.
La posizione espressa da Qin in merito alla guerra russa in Ucraina e soprattutto favorevole alla linea intransigente del capo della Wagner potrebbe essere la causa della sua rimozione. Qualcuno gliel’ha fatta pagare. D’altra parte, il 27 giugno l’inviato diplomatico cinese a Bruxelles, Fu Cong, aveva dichiarato ad Al-Jazeera che “Pechino potrebbe sostenere gli obiettivi dell’Ucraina di rivendicare la sua integrità territoriale del 1991, persino la Crimea”[3]. Al-Jazeera ha scritto che “i commenti dell’ambasciatore cinese hanno seguito il vertice commerciale Europa-Cina del 2023 a Bruxelles il 16 giugno”. Una posizione, quella di Fu, che non sembra in linea ne con il suo ministro Qin ne con l’ufficio del presidente Xi. E’ possibile che la “purga” di Qin sia un avvertimento anche a Fu e ad altri diplomatici cinesi considerati “battitori troppo liberi”. D’altra parte la regola cinese è che “il partito non sbaglia”.
Si tratterebbe, dunque, di un riallineamento della diplomazia cinese alle decisioni del partito e del presidente Xi che è impegnato in una delicata trasformazione dell’esercito popolare (PLA), non senza contrasti con le gerarchie militari, e nel consolidamento del gruppo BRICS che terrà due cruciali riunioni in agosto (Sud Africa) e in autunno in Cina. Inoltre, le quattro già menzionate visite americane in Cina segnalano che l’intensità dei rapporti e delle differenze richiedono la perfetta coesione della macchina burocratica e diplomatica con il “timoniere”. Nel difficile negoziato tra la Cina e gli USA c’è la cruciale questione monetaria (tassi d’interesse e obbligazioni del Tesoro) che è resa tesissima dal possibile annuncio (in autunno) di una piattaforma globale delle transazioni alternativa a quella in dollari americani. Un tale annuncio seminerebbe il panico tra i detentori del debito americano creando una sensibile instabilità nei mercati finanziari.
[1] https://www.politico.eu/article/007-things-the-chief-of-mi6-told-politico/
[2] https://www.politico.eu/article/ben-wallace-quitting-as-uk-defense-secretary-who-might-replace-him/
[3] https://www.aljazeera.com/news/2023/6/27/dont-see-why-not-china-envoy-on-backing-ukraines-91-borders





