Home Opinioni ANDREA PURGATORI E LA «TOTALE LIBERTA’»

ANDREA PURGATORI E LA «TOTALE LIBERTA’»

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di Giovanni Fasanella

 
In questi giorni ho ricevuto molte lettere di amici addolorati per la morte di Andrea Purgatori e curiosi di sapere, avendolo io conosciuto personalmente e avendo condiviso con lui lo stesso campo di interessi professionali, che opinione ne avessi.
Pubblico un messaggio per tutti, quello di una lettrice affezionata, ma a volte pungente.
Mi scrive:
«Pensavo dedicasse un ricordo a Purgatori. Lo stimavo molto, il suo Atlantide era tra i pochissimi programmi che seguivo».
Gentile Leonia,
lei sa bene, perché mi ha già “punzecchiato” in altre occasioni, che non mi piace scrivere a caldo di persone che se ne sono andate. Nei limiti del possibile, preferisco farlo con la “giusta distanza”, una volta raffreddati i sentimenti e gli stati d’animo, soprattutto se si tratta di persone con cui ho avuto a che fare. Parlando di lui, finirei inevitabilmente per parlare di me.
Le dico questo però. Non sono per niente stupito dell’affetto con cui molti hanno scritto di Andrea Purgatori. Ho potuto misurare la sua popolarità la mattina stessa della sua morte, quando, rientrando a casa, sono stato fermato da molti vicini che avevano il bisogno di dirmi: «Che notizia terribile! Mi dispiace, guardavo sempre la sua trasmissione su La7. Era davvero bravo e una persona perbene». Sì, aveva una marcia in più. Questa era la percezione che l’opinione pubblica aveva di lui. E nel nostro mestiere -l’ho imparato anche dai miei sbagli- non basta essere bravi, la bravura deve essere anche percepita.
Quanto ai ricordi personali, fra i tanti del rapporto a volte complicato che ho avuto con lui, ne cito uno solo, con il massimo della discrezione.
Diversi anni fa, la Rai ci affidò l’incarico di scrivere insieme a un bravissimo sceneggiatore, Angelo Pasquini, sei film sui cosiddetti “misteri d’Italia”. Sei storie, dallo sbarco alleato in Sicilia alle stragi del 1992-’93, attraverso le quali ricostruire il filo rosso del secondo dopoguerra. «Avete carta bianca, una totale libertà», ci garantirono. Il progetto era ambizioso. Anche molto coraggioso. E ci mettemmo al lavoro. Ma poi non se ne fece più nulla, forse perché avevamo preso per buone le rassicurazioni dei burocrati del servizio pubblico, per i quali Usa e UK sono tuttora campi da proteggere da incursioni «complottiste». Le nostre strade si separarono. Lui andò a La7 per condurre Atlantide, con grande successo. Io sono tornato alla mia passione, la ricerca archivistica e i libri. E così, ognuno con le proprie convinzioni, con il proprio metodo investigativo e con il proprio patrimonio di conoscenze, abbiamo potuto fare entrambi ciò che più ci piaceva. Con «totale libertà».

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  • Redazione

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