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IL MADE IN ITALY MERITA UN LICEO?

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di Gianvito Caldararo
 
Da quando il governo ha approvato un disegno di legge che prevede, tra l’altro, la istituzione di un “Liceo del Made in Italy “, le polemiche avanzano in maniera vertiginosa. Si assumono posizioni contrarie senza un minimo di ragionamento e di motivazione. Il disegno di legge di iniziativa del governo prevede che oltre a raggiungere i risultati di apprendimento comuni a tutti i licei, seguano materie ad hoc per acquisire le conoscenze, quali:
– principi e studi per la gestione d’impresa;
– tecniche e strategie di mercato per le imprese del Made in Italy;
– studi per il supporto e lo sviluppo dei processi produttivi e organizzativi del Made in Italy;
– studi di sostegno alla internalizzazione delle imprese dei settori del Made in Italy e delle relative filiere.
L’obiettivo è preparare delle risorse in grado di promuovere le abilità, le conoscenze e le competenze connesse al Made in Italy, mediante la istituzione del “Liceo del Made in Italy”.
Con tale disegno di legge il governo mira, inoltre, all’introduzione di disposizioni organiche per la valorizzazione, la promozione e la tutela del Made in Italy. Che un tale liceo sia necessario lo si comprende se richiamiamo alla nostra mente un pò di memoria.
Non dobbiamo dimenticare che sono stati i socialisti di Craxi a “scoprire il Made in Italy”, come doverosamente sostiene una esperta del settore come Rossana Pace. Craxi puntò a sostenere il sistema delle PMI (Piccole e Medie Imprese), nel mentre il PCI e il suo sindacato di riferimento prendevano in considerazione le grandi fabbriche con un gran numero di dipendenti, che potevano – come sottolinea Rossana Pace – “essere più facilmente chiamati a raccolta, organizzati e condotto “alla lotta”.
E a proposito di lotta, Rossana Pace, ricorda il noto episodio in cui un’azienda perse una importante “commessa” internazionale perché per rispettare i tempi di consegna bisognava che si lavorasse anche di sabato.
Il sindacato si oppose fermamente, la commessa fu persa e la conseguenza fu che ci furono molti licenziamenti. Fu Craxi a guardare oltre la gestione macro-finanziaria della società e a prediligere l’economia reale, avendo osservato di come il contributo delle PMI alla occupazione, nella fascia tra gli 11 e i 100 dipendenti, era stato maggiore rispetto a quello delle grandi imprese. Come pure il settore delle PMI andavano investendo adeguate risorse finanziarie per la innovazione tecnologica ma anche per la formazione e lo sviluppo delle risorse umane, per l’internalizzazione.
Craxi, come evidenzia Rossana Pace, “pensava che fosse necessario far emergere le energie latenti, il potenziale di imprenditorialità mdi tanti italiani in tutto il Paese , come al Nord come al Sud”. Ai soggetti d’impresa si voleva dare riconoscibilità, riconoscenza e rappresentanza. Si voleva far crescere in loro e nel Paese la consapevolezza che non erano solo dei bravi imprenditori, bensì che erano un soggetto sociale e politico non marginale ma centrale, in grado di ampliare e arricchire gli spazi ristretti della democrazia economica oltre la grande impresa.
E questa rinnovata sensibilità politica condusse alla nota legge del 5 ottobre 1991 n. 317 “Interventi per la innovazione e lo sviluppo della piccole imprese e dell’artigianato”, ad opera del governo Andreotti. E per quanto riguarda le “critiche” al ddl del governo sul “Liceo del Made in Italy”, secondo Rossana Pace, si è “raggiunto il capolavoro della scemenza con la vignetta che illustra il nuovo Liceo come una scuola in cui si insegna l’evasione fiscale, l’omertà e la mafia”.
Alla nota autoflagellazione endemica del nostro Paese, non va contrapposta la retorica o l’ottimismo della volontà, bensì l’analisi documentata e dimostrata e la capacità di proposta nella risoluzione dei problemi. E’ stato grazie a Craxi che si è affermato il brand del “Made in Italy”, e che le esportazioni andassero oltre “le quattro A” di Alimentazione, Abbigliamento, Arredamento e Automotive lo dimostrano i dati: i più recenti disponibli (cfr Indice Fortis Corradini della Fondazione Edison 2021), che ci dicono che su 5.388 prodotti in cui è suddiviso il commercio internazionale, l’Italia occupa i primi 5 posti con ben 1.539 prodotti. Molti dei quali sono prodotti tecnologici che esportiamo anche in Germania. Fu Craxi che si pose il problema di far superare l’immagine negativa della famosa copertina degli spaghetti con la P38. Si organizzò la premiazione dei 100 Cavalieri dell’Internalizzazione di Firenze; la mostra a Roma dei 100 Comuni del Made in Italy.
Come ha avuto modo di osservare De Rita del Censis, “il concetto di internalizzazione per Craxi non era generico, né puntato sul solo export, ma si declinava lungo sette piste ben precise: cooperazione allo sviluppo, grandi sfide, finanza, tecnologia, grandi lavori, cultura e itinerario di Marco Polo”. Era una visione di sistema -Paese e di internalizzazione globale che coinvolgeva a diversi soggetti e progetti. Alcune di queste piste e sfide, sottolinea De Rita, “interessano settori come l’Aeronautica, la medicina, la chimica e le telecomunicazioni”.
Non dobbiamo mai dimenticare, come ci ricorda Rossana Pace, che siamo stati noi italiani ad aver “dato al mondo” le coperte più rivoluzionarie, a partire dalla elettricità, la plastica, il telegrafo, pantelegrafo, la macchina da scrivere, la telescrivente, etc. etc. Questa propensione dell’Italia verso il mondo è la prima lezione che gli studenti del Liceo del Made in Italy devono imparare. Perciò ben venga il nuovo Liceo.

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  • Redazione

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