
Mentre la guerra in Ucraina continua, con un massacro senza sosta, la Nato deve affrontare nuove tensioni che sono sul tavolo del vertice che si tiene oggi a Vilnius, in Lituania.
In discussione c’è il non scontato accordo sull’ammissione della Svezia come suo 32esimo membro, la spesa militare da parte dei paesi membri è ancora in ritardo rispetto agli obiettivi di lunga data e l’incapacità di scendere a compromessi su chi dovesse servire come prossimo leader della NATO ha costretto a prorogare di un altro anno il mandato dell’attuale segretario generale.
La questione bollente è, tuttavia, quella dell’ammissione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica che incontra opposte posizioni, tra chi la ritiene un doveroso compimento di una promessa fatta anni fa e un passo necessario per scoraggiare l’aggressione russa nell’Europa orientale e chi teme che sarebbe vista come una provocazione che potrebbe sfociare in un conflitto ancora più ampio.
In qualche misura, il conflitto ucraino ha rinvigorito la Nato, creata all’inizio della Guerra Fredda come baluardo contro Mosca. I membri dell’alleanza hanno versato materiale militare in Ucraina per aiutare con la sua controffensiva in corso e la Finlandia ha posto fine a una storia di non allineamento diventando il 31° membro della Nato.
Non manca di essere un problema la questione della bombe a grappolo che Biden vuole dare all’Ucraina e che sono vietate da convenzioni internazionali.
Sotto i riflettori a Vilnius c’è anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il principale ostacolo che blocca i tentativi della Svezia di entrare nella Nato insieme alla vicina Finlandia. Erdogan accusa la Svezia di essere troppo indulgente nei confronti delle manifestazioni anti-islamiche e dei gruppi militanti curdi che hanno condotto un’insurrezione decennale in Turchia.
I problemi sono molti, sotto l’apparente unità dell’Alleanza, ma il problema dei problemi è il paraocchi.
La Nato e l’Unione Europea, suo megafono senza alcuna autonomia, sono come un cavallo dotato da paraocchi per farlo camminare, senza distrazioni, in una sola direzione: Est.
La fissa della Nato è l’Est, ossia il rapporto con la Russia e ciò mentre nel mondo si stanno sviluppando alleanze e strategie che mettono in seria discussione l’egemonia dell’Occidente a trazione Usa.
Il 17 e 18 luglio, quindi pochi giorni dopo Vilnius, a Bruxelles si terrà il vertice tra i 33 capi di Stato dei Paesi latino americani aderenti al Celac (la Comunità degli Stati latino americani e caraibici), con i leader europei. Nei documenti preparatori è stato eliminato, per volontà dei Paesi latino americani, ogni riferimento impegnativo alla guerra in Ucraina, relativo a colpe o sanzioni ed è stato eliminato l’invito alla partecipazione del leader ucraino Zelenski.
L’America latina si smarca da una guerra ritenuta affare europeo e la riduce così ad una guerra regionale. Inoltre i 33 Paesi dell’America latina fanno chiaramente capire che non si schierano contro la Russia.
Tra il 22 e 24 agosto a Johannesburg si ritroveranno i Paesi aderenti al Brics. Il Sudafrica ha garantito l’immunità a Putin in barba alla Corte europea.
India, Egitto ed Emirati arabi hanno iniziato ad usare rublo e yuan per gli scambi commerciali.
Ha ragione Dario Fabbri, il quale sull’ultimo numero di Domino (6/2023) scrive che “chiusi nella cameretta”, non vogliamo vedere che “la maggioranza dell’umanità è contro di noi. Noi Occidente, schierati in difesa dell’Ucraina, certi di essere nel giusto. Pure se non lo percepiamo o non vi badiamo. Rimozione utile a schivare lo choc”.
La “cameretta” fa pensare a debolezze psicologiche che diventano debolezze strategiche quando ci si mette il paraocchi che non ti fa vedere cosa accade a Sud e in quello che oggi viene definito il “Sud globale”.
Nel Mediterraneo, in Africa, in America latina si sta svolgendo la vera sfida, che riguarda il dominio delle materie prime.
Se la Nato non avesse il paraocchi, dettato da una linea Usa che si sta rivelando ogni giorno sempre più asfittica, se non perdente, aprirebbe gli occhi sull’Africa, in primo luogo, mettendo in campo strategie capaci di contenere la presenza della Russia e della Cina.
Donald Trump, che non ha aperto guerre e non ha sparato un colpo, ha concluso la pace di Abramo, con la quale gli Usa hanno stabilizzato il Medio Oriente.
Biden, in pochi mesi, è riuscito a distruggere gli equilibri mediorientali, a fare della Cina una protagonista capace di mettere d’accordo Iran e Arabia Saudita, a stimolare l’aggressione russa dell’Ucraina (di per sé comunque imperdonabile) con una politica di accerchiamento (quell’”abbaiare alle porte di Mosca”), a disastrare l’economia europea e a coalizzare una moltitudine di Paesi contro l’Occidente.
Che cosa possa concludere la Nato, dotata di paraocchi, se continuerà a mangiare con la testa nel sacco della biada di Biden è davvero prevedibile: un ulteriore isolamento.





