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RACCONTO – LA CARTA E LO SPECCHIO (8)

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di Dario Martello

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          Mentre continuavo a rigirarmi la carta tra le mani, ripensando a quanto quella donna mi aveva appena detto, una delle assistenti del guardiano, che probabilmente già da tempo mi stava tenendo d’occhio, approfittando di un mio momento di distrazione, riuscì, con scaltrezza, a sfilarmela. «Ridammela subito!», gridai in direzione della ragazza che, vedendomi arrivare, si mise a correre verso il carretto, continuando a ripetere: «Non mi prendi! Non mi prendi!», certo divertita nel sapersi inseguita da un individuo abbigliato in modo tanto goffo. La sua corsa fu comunque di breve durata: riuscii presto a raggiungerla afferrandole un lembo del tulle, dopo che era scivolata sull’erba bagnata. Aveva iniziato a piovere a dirotto. Subito mi si parò davanti, con fare minaccioso, uno degli assistenti del guardiano, brandendo in mano una grossa mazza. «Picchialo! Picchialo! Mi vuole fare del male!», strillò la ragazza, saltando lesta sul pianale. «Non dire bugie: rivoglio solo indietro la mia carta!» Ansimavo, ma ero comunque pronto alla colluttazione se quel giullare non si fosse levato subito di torno, impedendomi di riprendere ciò che mi aveva sottratto.

«La volete smettere di giocare voi due? E venite qui a darci una mano, piuttosto! Non vedete in che guaio siamo finiti?» Era la voce arrabbiata del guardiano, che stava imprecando contro tutto e tutti. Lo vidi piegato sotto il carretto, con il viso reso paonazzo dallo sforzo: una ruota era parzialmente fuoriuscita dal mozzo e s’era piegata verso l’esterno, probabilmente per un colpo ricevuto durante l’attraversamento di un avvallamento nel terreno. Il carretto si trovava ora pericolosamente in bilico e rischiava di ribaltarsi. Aiutato dall’altro assistente, che teneva, per la verità, una corporatura piuttosto gracile, stava facendo leva con una lunga barra di ferro per cercare di piazzare delle zeppe sotto il giunto della pesante ruota, in modo da rialzarla dal terreno. Avendo lavorato da giovane anche come aiuto fabbro, capii al volo la situazione: strappai la mazza dalle mani di quel buffone e, senza badare troppo alle sue rimostranze, iniziai a colpire il centro della ruota con forza, in modo ritmico e preciso, sollecitando il guardiano e i suoi imbranati assistenti a tenerla il più possibile sollevata. Dopo averne riportato l’asse in linea, fu abbastanza agevole spingerla verso l’interno e, una volta fatta rientrare nel suo alloggiamento, fissarla nella giusta posizione.

«Grazie, grazie tante! Non so proprio come ringraziarti», disse il guardiano, mentre, aiutato dai suoi assistenti, si rialzava a fatica, per poi sbottare rabbioso contro uno di loro: «Dov’eri finito?» «Ho visto che inseguiva una delle nostre aiutanti e allora io…». «Ma va’… va’ a quel paese!», lo interruppe, nero in volto, tentando di rifilargli un calcio; «sei un essere inutile: per poco non ci rimanevo sotto!» La radura era ritornata deserta. «Quando chiedi una mano a qualcuno, si dileguano sempre tutti… che bel ringraziamento!», borbottò, tutto imbronciato. Stava inutilmente tentando di ripulirsi, con uno straccio altrettanto sporco, la camicetta un tempo candida dal fango che gli era rimasto appiccicato addosso. Adesso almeno eravamo sozzi uguali, sogghignai tra me. «In marcia! Andate a recuperare i cavalli: abbiamo un altro spettacolo da allestire. Non voglio arrivare in ritardo con questo schifo di tempo», ordinò nel solito tono assertivo.

Mi avvicinai alle due assistenti, che stavano parlottando appoggiate al pianale. «Ridatemi subito indietro la mia carta». «Ancora tu? Ma insomma, cosa vuoi da noi? Te ne vuoi andare o no?», risposero, assai scocciate. Continuavano a prendermi in giro. Ormai ero fuori dalla grazia di Dio e pronto a passare alle mani: afferrai la presunta ladra, strattonandola per le braccia. «Togliti subito quel sorrisetto dalla faccia e non fare la furba con me, hai capito?», le urlai contro, completamente alterato. «Ehi, che ti prende? Mollami subito!», gridò, cercando di divincolarsi. Mi sentii arrivare un leggero scappellotto sulla nuca: era il guardiano. «La volete piantare o no, voi due?» «Questo straniero dice di volere indietro una carta». «Sì, è vero: è la mia di carta», precisai, «e me l’hanno sottratta con l’inganno». La ragazzina, per nulla intimorita, mi si avvicinò alla faccia con aria di sfida: «Non è vero, noi non ti abbiamo preso proprio un bel niente. Sei tu che ti inventi le cose, devi essere matto, guardati come sei vestito!» Ebbi un attimo di imbarazzato silenzio, presto superato nell’additare l’abbigliamento del guardiano, che insisteva nel passarsi addosso lo straccio lercio. «Stai parlando di me o di lui?»

«Insomma, basta!» sbottò, fulminando con lo sguardo i due assistenti che si erano azzardati ad abbozzare una mezza risatina, giustamente infastidito dalla piega che il discorso stava prendendo. «Lo spettacolo è finito da un pezzo ormai, e non stiamo qui a discutere sotto la pioggia. Le carte  sono tutte nel sacco, le ho controllate di persona, sarà per la prossima volta». Stava per andarsene quando tornò sui suoi passi, parlandomi in tono sorprendentemente gentile. «Ascolta, straniero, lo so che ti devo ringraziare per l’aiuto, se vuoi, ti porto con me al prossimo spettacolo e te ne darò una speciale di carta che ti piacerà moltissimo, vedrai. Devi solo avere un po’ di pazienza, è chiaro?» Si allontanò senza aspettare risposta, chiamando a sé i due giullari, impaziente di mettere i finimenti ai cavalli.

Nel frattempo, una delle ragazzine s’era seduta sul bordo del carretto e aveva preso a togliersi lentamente i fermagli che le legavano le trecce alla testa. Mentre i lunghi capelli biondissimi le ricadevano bagnati sulle spalle, iniziò a fissarmi con lo sguardo di chi ormai da tempo aveva perso l’acerba innocenza tipica dell’età, sostituito dalla sfida maliziosa di chi invece ne aveva già assaporato a fondo certi piaceri, ed ora era pronto a dispensarne il succo come un’arma capace di sgretolare qualsiasi fortilizio. Piegò il busto all’indietro, appoggiandosi con le mani al pianale, poi sollevò una gamba facendone scorrere il piede fino all’altezza dell’altro ginocchio; la pioggia aveva fatto aderire al corpo il vestito da ballerina, rendendolo talmente succinto da metterne pericolosamente in risalto le forme già così ben proporzionate e iniziò a oscillare la gamba semi sollevata con un gesto che ricordava l’andirivieni del ventaglio.

«Perché te ne vuoi andare? Noi siamo una parte di te, come lo sono loro, come lo siamo tutti qui. Tutto ciò che vedi, che senti, che tocchi, è opera tua. Soltanto tua. Questo è il tuo vero mondo, quello che sei riuscito a costruire. E non ti piace?» A parlare era la sua sodale, che mi si era avvicinata da dietro, cingendomi il petto, sfiorandomi l’orecchio con le labbra. Il suadente sussurro della sua voce nascondeva l’intenzione, neppure troppo velata, di alimentare in me un desiderio che mai avrei potuto soddisfare.

Ero ormai giunto in prossimità dello specchio, e sebbene non ne avessi ancor ben chiare le motivazioni, avevo capito la loro volontà di trattenermi ad ogni costo. Ma si sbagliavano; non avevo nessuna intenzione di arrendermi. Con la coda dell’occhio notai, appoggiati sul pianale, i sacchi neri in attesa di essere riposti nelle casse. Quale conteneva le carte? Quale gli specchietti? E, in ogni caso, sarei ugualmente riuscito a infrangere lo specchio, dato ormai per certo che non avrei più potuto avere indietro la mia carta? Dovevo rischiare, giocando d’astuzia.

«Forza, andiamo!» Era la voce assertiva del guardiano che ci sollecitava a partire. Salì sul carro e prese le redini. «Prima che il terreno diventi un pantano impraticabile, muoviamoci», continuò, fissando preoccupato la malconcia ruota e borbottando tra sé: «Chissà quanta strada riusciremo mai a fare». Richiamai la sua attenzione fingendomi pronto a seguirlo: «D’accordo, mi hai convinto: vengo con te». «Oh, bene, saggia decisione, straniero». Si calò in testa il cilindro fradicio di pioggia. «Vedi se in quel cassone ce n’è uno anche per te».

          Scostai con delicatezza le braccia della ragazzina che insisteva nel cingermi il petto e mi rivolsi agli assistenti: «Aspettate, vi do una mano a riporre i sacchi». «Ben gentile», rispose uno di loro. Salii sul pianale, cercando di anticiparli, ma, nella concitazione, dimenticai la condizione che mi aveva fin qui perseguitato: «Ricordati di celare le tue reali intenzioni». Forse a causa della vicinanza allo specchio, riuscii a gestire abbastanza bene l’usuale vortice di immagini che mi si parò subito davanti agli occhi, ma non a mascherarne altrettanto bene le intenzioni. «Ehi, che ti salta in testa?», sbottò il guardiano, voltandosi di scatto. Anche il suo assistente, che stava per richiudere l’ultimo sacco, mi guardò perplesso, senza però avere il tempo di reagire, trovandosi spinto giù dal carretto. Dovevo tentare il tutto per tutto e affidarmi alla sorte. Mi avventai sul sacco più vicino, quello non ancora completamente legato, e ci infilai dentro la mano, solo per scoprire che non era quello giusto. Che sfortuna. Ma non potevo più tornare indietro e ne estrassi uno specchietto. «Sei impazzito? Che cosa vuoi fare?», mi urlò contro il guardiano. «Fermatelo! Fermatelo!»

Sentii una voce femminile risuonarmi nella testa: «Attento!» Mi stava avvertendo dell’approssimarsi di un pericolo alle spalle. Scostai il drappo bagnato che copriva lo specchio e, tra i rigagnoli di pioggia che ne solcavano la superficie, intravidi la figura riflessa dell’altro assistente, pronto a colpirmi con la sua mazza. Mi sorpresi a non vedere anche la mia di silhouette: ero tornato invisibile? Poco importava. Mi scostai appena in tempo: la sua costituzione mingherlina non bastò a frenare l’impeto del pesante attrezzo che, dopo avermi mancato per poco, proseguì la sua corsa andando a colpire la cornice, trascinando l’aggressore giù dal carretto. Nonostante il colpo ricevuto, il vetro non parve riportare danni evidenti; cadde però in avanti sulla testa del guardiano, sbalzando pure lui nel fango. «Fermati! Non lo fare!» Ancora quella voce di donna, così simile a quella della madre del bambino: «Se lo rompi senza carta in mano rischi di finire ovunque dall’altra parte. È questo che vuoi?»

Esitai un attimo, cercando inutilmente di individuarne la presenza. Non aveva importanza. Ormai ero disposto a correre anche questo rischio pur di andarmene. Vidi il guardiano sorretto dalle sue assistenti avvicinarsi barcollante al carretto con la testa tutta insanguinata. «Maledetto! Maledetto!», continuava a ripetere furibondo, brandendo in mano un grosso sasso che mi scagliò contro. Dovevo agire in fretta: non avevo più molto tempo. Lo specchietto che stringevo tra le mani era la mia unica speranza. Lo impugnai di taglio e cominciai a colpire la superficie dello specchio con tutta la forza che avevo in corpo: ma il vetro pareva esser più duro del diamante e non sembrava intenzionato a cedere.

Ad un certo punto, tra un colpo e l’altro, iniziarono ad apparirmi riflesse in rapida successione le scene vissute in quella casa. Erano di sciagura, però. Ed ecco allora un vento fortissimo scoperchiare il tetto e infrangere le finestre della mia catapecchia; mi vedo accucciato in un angolo, con la mente afflitta da pensieri confusi, incapace di distinguere ciò che, in passato, avevo ritenuto conveniente, dalle decisioni che, in futuro, temevo essere foriere di sventura. Ero incredulo di essermi fatto sfuggire quell’unica preda, dopo averla inseguita per ore nella boscaglia, solo per non essere riuscito a conteggiare in numero sufficiente le cartucce da portarmi appresso. E poi il vasto incendio, l’abitazione divorata dalle fiamme; la vidi crollarmi davanti, avvolta dal fumo, imprecando per non aver dato ascolto a chi mi implorava di restargli vicino e desistere nel continuare a portare avanti quelle battute tanto lunghe quanto inutili, lontano da casa. Il rimorso mi prosciugò a tal punto le energie da non lasciarmi più neppure un briciolo di disperazione per aver perso tutto. E ancora: l’inondazione d’acqua livida di rabbia, che sfonda l’uscio e allaga le stanze e mi costringe a rifugiarmi in fretta sul tetto. Mi rivedo alla taverna, curvo, a trangugiare l’ennesimo bicchiere, cercando di annebbiare ancora di più vista e pensiero, tentando di schivare gli sguardi di chi mi addita come il classico esempio di cacciatore fallito, incapace di misurarsi con qualsivoglia preda, fosse anche un vecchio cinghiale mezzo azzoppato. E infine, su tutto, l’odore acre della carestia. I morsi della fame a serrarmi lo stomaco; la penuria di averi e viveri è tale da farmi rivivere il giorno in cui l’ultimo malandato fucile smise di funzionare, logorato dalla troppa ruggine, al punto da esplodermi tra le mani. Trassi di tasca un fazzoletto, non per detergere il sudore di chi, contento, non vede l’ora di rientrare a dimora, ma le lacrime di colei che, con il figlio in braccio, mi osserva fissare sconsolato con gli occhi umidi di pianto il misero campo, capace, da troppo tempo ormai, di offrirci niente altro che patate.

Riconobbi in tutto questo l’ennesimo tentativo di farmi desistere dal mio intento. Infatti, quelle immagini ebbero l’effetto di rallentare il ritmo dei colpi, finché l’impeto venne meno, cessando del tutto. Ero sul punto di arrendermi. Gettai via quell’inutile specchietto. Mi sentivo esausto. Me ne stavo seduto sulla superficie dello specchio che avevo solo scalfito nella sua apparente infrangibilità, mai così affranto e con la testa tra le mani, quando, ancora una volta, la sorte mi venne in aiuto. I cavalli, spaventati da tutto quel trambusto, si lanciarono al galoppo proprio nel momento in cui i due assistenti stavano risalendo minacciosi sul pianale del carretto: persero l’equilibrio ritrovandosi di nuovo faccia a terra. La loro corsa, però, durò poco: le eccessive sollecitazioni spezzarono definitivamente il supporto che ancorava il mozzo alla ruota lesionata, strappandola dalla sede. Perso l’appoggio, il carretto si piegò di lato, rovesciandosi con tutto quanto aveva sopra, venendo trascinato ancora per un breve tratto, finché i cavalli, liberi dal giogo, ripresero a correre forsennati verso il margine del bosco. Purtroppo, anche l’altro sacco, quello con le carte, era finito nell’erba, aprendosi e sparpagliandole sul terreno.

Giacevo bocconi, fradicio di pioggia e imbrattato di fango dalla testa ai piedi, insieme allo specchio, anch’esso caduto a faccia in giù. Amaramente convenni che, anche se fossi riuscito a recuperare una carta, sarebbe stato troppo pesante per poterlo rigirare da solo. Va bene, ci avevo provato. E adesso?

          Sentii mordicchiarmi le caviglie. «Se non ti metti nei guai, non sei contento, vero?» Era il giovinotto, insieme al suo cane, quello che mi aveva tratto fuori dal pozzo. La sua comparsa mi suscitò un’emozione pari a quella che, da bambino, vedevo affiorare sul volto delle pie donne quando, al termine della lunga novena e dell’altrettanto sofferto digiuno, si radunavano attorno al focolare domestico raccontando, sicuramente in buona fede, dell’apparizione della Beata Vergine Maria. «Dammi una mano a rigirare lo specchio, ti scongiuro, da solo non ce la posso fare». Il tono della mia voce dovette sembrargli talmente sincero da impietosirlo subito. «Vorrei tanto aiutarti anche adesso, ma non posso proprio perché, se mi vedessero e…». Aveva ragione. Vedemmo infatti dal margine del bosco una moltitudine di persone correre verso il centro della radura. Interruppi la mia supplica: «E questi che vogliono?» «Che vogliono? E io che ne so? Impossessarsi di qualche carta, vendicarsi del guardiano… magari andarsene, come vuoi fare tu», rispose in tono preoccupato. Ma allora sapevano dell’esistenza di qualcosa d’altro e di diverso rispetto a tutto questo, e stavano aspettando solo l’occasione giusta per fuggire. Oppure, volevano anche loro fermarmi. Ci guardammo e in un attimo convenimmo che forse sarebbe stato meglio non scoprirlo.

D’improvviso, i lineamenti del suo volto s’irrigidirono in una smorfia. Non per quella folla vociante che s’avvicinava rapida, ma perché stava guardando oltre la spessa coltre di nubi grigie: in effetti, il cielo stava cambiando di colore, come se oltre la sua calotta si stesse formando un’enorme massa ancor più scura, quasi si trattasse di un gigantesco sole nero. «Ti sei fatto fregare, eh? Lo immaginavo.» Era la voce di quell’anziana, con il brutto vizio di colpirmi con il suo bastone, e che, anche adesso, comparendo dal nulla e pur di non smentirsi, me ne rifilava un altro sul polpaccio. «E tu da dove sbuchi? Sono così felice di rivederti», dissi, stringendole il viso ossuto tra le mani. Mi indicò con il bastone le carte sparpagliate sul prato: «Lascia stare i convenevoli, veloce, sbrigati a raccoglierne una». «E tu, invece», rivolta al giovane, «piantala di fare tante storie e cerca di rigirare questo dannato specchio. Adesso lo spettacolo è veramente finito». Una sollecitazione decisa e dal tono così perentorio da non ammettere repliche. Non mi parve quindi il caso di fare troppe domande e mi avviai a prendere la carta più vicina. Stavo per raccoglierla quando ne notai un’altra, poco distante, distesa a terra con la figura rivolta verso l’alto. Mi colpì, forse perché era l’unica, o una delle poche, a essere caduta in quella posizione. Mi ricordai ciò che mi era stato detto: «Impara a sentire le carte». Continuavo a non capirne il perché, ma in quel momento fu come se «quella» carta, pur in mezzo a tante altre, riuscisse a farsi notare, attirando la mia attenzione. Mi allontanai quanto bastava e la raccolsi. «Ehi! Ti ho detto di prendere una carta, non di scegliere quella che più ti aggrada!», brontolò la vecchia, richiamandomi all’ordine.

Intanto, dalla spessa coltre di nubi cominciarono a sbucare, come tanti nugoli di frecce, grossi uccellacci neri, che si disposero a formare una figura simile a quelle che gli storni disegnano in cielo: un corpo unico composto da centinaia di elementi, senza un leader né una legge apparente che ne guidi il volo, ma attraversati da un istinto invisibile, celato agli occhi e incomprensibile alla mente, capace di rendere quella visione tanto affascinante nella perfetta sincronia dei movimenti quanto sbalorditiva nella sua proteiforme variabilità. Quegli uccelli, a metà strada fra un corvo e un pipistrello, che si stavano abbassando rapidi gracchiando in continuazione un assordante richiamo, parevano pronti a piombarci addosso per serrarci intorno al collo immaginari cappi. Avvertendo il pericolo, tutti iniziarono a correre verso il bosco, rendendo di nuovo la radura deserta. Persino il guardiano ne era intimorito: il suo tronfio atteggiamento si era dissolto, lasciando il posto alla figura piagnucolosa di un moccioso che sa d’averla combinata grossa. Se ne stava lì, a capo chino, inginocchiato sotto la pioggia, con in mano il suo cappellaccio, circondato dagli assistenti, trasformato in un patetico ring master impotente, consapevole di non potersi discolpare né fuggire, ma di avere solo la tenue speranza d’esser, chissà poi da chi, perdonato.

Il giovanotto dovette faticare non poco, ma alla fine riuscì a rigirare il grande specchio. «Hai preso la carta?» Annuii. «Bene.» Gliela mostrai. «Uh… uh, auguri vivissimi», commentò l’anziana, al che il giovanotto di rimando: «Sincere condoglianze, direi». «Non è questo il momento di fare troppo gli spiritosi», lo rimbeccò secca. Prese la carta tra le mani e chiuse gli occhi. «È la tua», disse, dopo averne massaggiato delicatamente la superficie, che aumentò subito di spessore. Non potei fare a meno di chiederle, senza sperare di ricevere una risposta esauriente, cosa stesse succedendo. «E non è neppure il momento di fare troppe domande», rispose. «Nel pozzo hai attinto ad una visione; ora stai per vederne un’altra e credo proprio che non ti piacerà. Ma fa anch’essa parte di ciò che ti serve per muoverti dall’altra parte». Poi mi spintonò, puntandomi minacciosamente contro il suo bastone, gridando: «Vai, vai adesso, vai, non voltarti indietro, e picchia forte».

Aveva le sue buone ragioni. Ero quasi imbarazzato, se non proprio dispiaciuto, di lasciarli così. «Prima di andare vi voglio ringraziare per tutto quello che state facendo per me, ecco… spero di incontrarvi presto di nuovo… non so perché lo state facendo, ma prima o poi lo scoprirò». «Ne hai di cose da scoprire», mi risposero quasi all’unisono. Il giovanotto mi salutò mimando un abbraccio, lei, ovviamente, agitando in aria il suo bastone. Mi massaggiai il polpaccio; ridemmo insieme divertiti. Sentivo come al momento mi interessasse ben poco sapere il perché quella specie di donna così anziana, e dico specie proprio perché la sua vera identità mi era tutt’altro che chiara, si stesse comportando così, come del resto quel giovane e pure la donna con il suo bambino, i soli ad apparirmi tanto diversi rispetto a quella massa di gente anonima che fino a poco prima mi aveva circondato; fatto salvo, ovviamente, l’odiosa figura del guardiano, che ora, con non poca soddisfazione, vedevo regredire in quello stato così debole e indifeso.

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