
di Giovanni Greco
Visi comunicanti
Lo spettacolo del mare – sosteneva Baudelaire – è eternamente dilettoso. A quanti figli delle terre marinare manca il rumore e l’odore del mare o addirittura Il suono del mare che arriva sinanco dalla finestra della camera da letto di un pescatore seduto nella sua stanza, così come lo vidi con ammirato stupore in Calabria condotto lì dall’amico fr. Angelo Politi?
Certo è che il mare porta le speranze, come il sonno porta i sogni ed è uno dei pochi luoghi della terra dove non serve sognare perché il marinaio è già in mezzo alle stelle.
I marinai (“con le loro facce stanche” F. De Gregori), hanno i volti cotti dal sole, dal mare, dal vento, dal sale, hanno volti antichi consumati dalle attese: volti da guardare, volti da rispettare, volti da accarezzare, volti da interrogare. Fondamentale come sempre il principio dei “visi comunicanti”.
Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare, sosteneva J. L. Borges. In effetti la vita si ascolta “come le onde del mare. Le onde montano, crescono, cambiano le cose. Poi tutto torna come prima, ma non è più la stessa cosa” (A. Baricco). Ma nei secoli quante migliaia e migliaia di uomini sono morti fra le onde, nelle tempeste, e di cui forse solo il mare conserva il ricordo? Ci vuole coraggio per amare le rudi carezze del mare.
Ad ogni buon conto nel grande mare della vita noi dobbiamo gettare le reti per raccogliere, non rimanere ad ammirare il panorama, pronti a significare che forse la vera domanda non è se siamo vivi dopo la morte, ma se siamo vivi prima della morte.
Il mare è amaro
Del resto anche per chi ha trascorso tutta la vita in mare arriva l’età in cui si sbarca (I. Calvino) e d’allora in poi “ i vecchi marinai che più non hanno battello, che più non hanno reti, siedono sulla roccia e nelle loro pipe fumano viaggi, ombre e pentimenti” (Ghiannis Ritsos). Senza più barche, senza mari burrascosi, senza orizzonti sconfinati ricordando quelle volte che la barca faceva acqua e tutti hanno chiesto potentemente l’aiuto di Dio, tant’è che quando si rischia di affogare i marinai credono davvero nella Madonna: “chi vuole imparare a pregare, vada per mare” (George Herbert).
Il mare è vivo, è palpitante, è calmo, è tempestoso, è ventoso, è increspato, è colorato, è burrascoso, esattamente come la vita delle persone anche di quelle portatrici di amore. L’amore e il mare hanno una nota in comune: l’amaro, ma forse è “la vita, un sorso amaro” (U. Saba).
I marinai che ormai non sono più sulle loro barche, non gettano più le reti per raccogliere, ma rimangono solo lì ad ammirare il panorama e a ricordare. In fondo il mare è amaro e il marinaio, anche se ancora vive, è morto in mare (G. Verga). Il mare ci ha insegnato a non aver paura del comandante della Costa Concordia, di non avere paura dello Schettino in sé, ma dello Schettino in noi. Schettino è stata la più amara metafora di questo paese: continuava a dire che andava tutto bene, mentre la nave stava affondando.
Mentre i marinai finiscono – “il mare è il loro mondo, e se ne ritirano solo per necessità e malinconicamente” (C. Lapucci) – la traversata nel mondo latomistico fra le onde del mare dell’esistenza continuerà per sempre e non finirà mai, come non termina mai la lezione dei marinai “mascalzoni imprudenti” che con un occhio guardano il timone e con un occhio guardano le stelle, pensando che è meglio saper cazzare la randa in mare che sparare cazzate come avviene troppo spesso nella terra ferma anche ad opera di una classe politica priva di leaders di autentico spessore internazionale. Del resto, come sosteneva Seneca, non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Certo è che si è persino determinata la percezione di perdere il gusto dell’appartenenza o addirittura il gusto di vivere, che è la più terribile delle malattie spirituali.
Il vero marinaio – sosteneva Victor Hugo – è quello che sa navigare sul fondo più che sulla superficie, e in questa fase storica la nostra Istituzione ha toccato il fondo, ma i buoni marinai si riconoscono nelle tempeste: “alii burraschi si canusci lu marinaru”. E qui da noi il mare è più mare!
Alla via così!
Pochi sono avvezzi alla vita solitaria come i marinai e quasi nessuno più del marinaio conosce il senso del ritorno. Il ritorno agli affetti, il ritorno alla casa del padre, possedendo una coscienza critica capace di proporre certezze laddove ha avuto usbergo l’ignoranza, un ritorno che ci è quanto mai caro e presente.
Le stesse modalitàrituali non mutano il nauta, non muta la nave, ma credo che tutti debbano insieme avere la capacità di operare al perfezionamento delle bussole e delle carte nautiche.
Coloro che si avvalgono dell’ausilio di determinate ritualità, segnatamente quella scozzese, hanno da sempre amato attraversare zigzagando il territorio sconnesso dei saperi, mentre fuori infuria la peste, esplorando i bordi sfrangiati e cercando soluzioni possibili nell’archeologia del sapere moderno.
Credo che la propria responsabilità risieda nell’affrancarsi dal senso comune per respirare al tempo delle apnee con la speranza di un cambiamento frutto di un formidabile sussulto di intelligenza collettiva.
Sicuramente non ho fatto emergere tutto ciò che potevo. Nel linguaggio marinaresco l’opera morta è la porzione della nave che emerge, opera viva è quella immersa nell’acqua. Forse quegli aspetti che non ho saputo descrivere, forse erano quelli la parte di maggiore interesse: i mari più belli sono quelli che non navigammo. Indubbiamente vivo i miei settantasei anni come una conquista che non va sprecata e solo forse in tal modo, nella scia oraziana, graecus non omnis moriar: alla via così!





