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LA RESTAURAZIONE DELLA MEDICINA SACRA – PARTE II

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di Paolo Zanotto*

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III. 2. La paidéia filosofica e la via della liberazione

La medicina filosofica si articola essenzialmente come paidéia, ossia come “cultura” nel senso più forte e originario del termine, come educazione e formazione umana integrale, non soltanto scolastica, ma etica, spirituale e fisica, finalizzata a creare cittadini completi e virtuosi. Attraverso la paidéia, l’anima ricostituisce il proprio stato originario di perfezione, quello stato che possedeva nella sua costituzione “iperurania” quando contemplava direttamente il Bene. Non si tratta di acquisire dall’esterno qualcosa che manca, ma di risvegliare una conoscenza latente, di rimuovere gli ostacoli che impediscono all’anima di vedere ciò che essa già possiede in profondità.

La struttura della paidéia filosofica segue un ordine rigoroso, che corrisponde ai diversi livelli di purificazione dell’anima. La prima fase è quella della purificazione ironico-elenctica, attraverso la quale Socrate smonta le false certezze del proprio interlocutore, lo conduce a riconoscere la propria ignoranza, lo libera dalla presunzione di sapere. Tale fase è necessaria ma dolorosa: è la confutazione dell’ego titanico, il primo assalto contro la superbia che costituisce la radice di ogni male.

Segue la fase dialettica propriamente detta, nella quale attraverso il dialogo e l’argomentazione razionale l’anima si eleva progressivamente dalle opinioni mutevoli alla scienza stabile, dalle immagini sensibili alle realtà intelligibili. La dialettica platonica non consiste in un gioco verbale né in una mera tecnica di discussione, bensì in un metodo spirituale, in una via di ascesi intellettuale che conduce l’anima verso la verità. Ogni singola tappa di simile ascesi corrisponde a una purificazione, a una liberazione da un livello di vincolo, a una conquista di virtù.

Il culmine della paidéia filosofica coincide con la contemplazione, la theōría, nella quale l’anima attinge direttamente le realtà intelligibili, partecipa alla vita divina, realizza in sé quella sophía che è insieme sapienza e salute. La “vita teoretica” (bíos theōrētikόs) non indica una vita di ozio intellettuale, bensì la forma più elevata di attività umana, quella nella quale l’uomo realizza la propria natura essenziale di essere razionale orientato al divino.

III. 3. La conversione come condizione necessaria della terapia

Nessuna autentica cura dell’anima è possibile senza quella che Platone definisce periagōgḗ, “conversione” o “rivolgimento” dell’anima. Non basta conoscere intellettualmente le verità metafisiche, non è sufficiente comprendere teoricamente la natura del Male e del Bene: è necessaria una trasformazione radicale dell’orientamento fondamentale dell’anima, un rivolgimento che la distolga dalle ombre per volgerla alla luce.

Simile conversione ha natura eminentemente spirituale. Essa non si riduce a un atto volontaristico dell’io empirico, né può essere prodotta da tecniche psicologiche. La vera conversione costituisce un evento ontologico, nel quale l’anima riconosce la propria natura divina e decide di vivere secondo essa anziché secondo le passioni del corpo. Questo riconoscimento non è mai puramente intellettuale: esso impegna l’intera persona, richiede una scelta radicale, implica la rinuncia all’identificazione con l’ego titanico.

La difficoltà della conversione deriva dalla proclivitas ad malum, dalla “inclinazione al male” che affligge l’anima incarnata. L’abitudine alla vita sensibile, il peso delle passioni, l’attaccamento ai falsi beni costituiscono ostacoli formidabili al rivolgimento verso l’intelligibile. Per tale ragione la medicina filosofica richiede un maestro, una guida esperta che abbia già percorso la via e possa orientare l’anima del discepolo. La figura di Socrate incarna simile ruolo “maieutico”: egli non può operare la conversione al posto dell’altro, ma può agevolarla, può creare le condizioni nelle quali essa divenga possibile.

IV. La medicina tradizionale come scienza sacra integrale

IV. 1. Apollo medico e la dimensione teofanica della salute

La medicina tradizionale occidentale non è mai stata una tecnica profana, bensì un’arte sacra fondata sulla religiosità apollinea. Apollo è il dio della medicina, ma prima ancora è il dio della luce intellettuale, dell’ordine, della misura, della giustizia divina. La medicina apollinea è quindi essenzialmente una medicina della misura giusta, che riconduce l’uomo all’armonia con l’ordine cosmico e divino.

Il medico tradizionale è innanzitutto un fedele di Apollo. La sua formazione non si limita al semplice apprendimento di tecniche terapeutiche, ma passa attraverso un iter misterico-iniziatico che culmina nella “palingenesi”, nella rinascita spirituale dell’anima. Solo chi ha realizzato in se stesso la salute dell’anima è in grado di comunicare agli altri i poteri curativi del dio. La medicina è dunque teofania, manifestazione del divino attraverso l’opera del medico che si è assimilato alla divinità.

Questa dimensione sacra della medicina implica che la salute non può essere ridotta a un mero fatto biologico o psicologico, ma possiede essenzialmente natura metafisica. La vera salute (hygiéia) coincide con la sophía, con quella sapienza che è insieme conoscenza del divino e assimilazione ad esso. Un uomo può apparire “sano” secondo i criteri della medicina profana eppure risultare profondamente malato secondo i criteri della medicina sacra, se la sua anima è lontana dalla virtù e dalla contemplazione.

IV. 2. La medicina come cura della città e dell’uomo intero

Un aspetto essenziale della medicina tradizionale, completamente obliterato dalla medicina moderna, è la sua dimensione politica. Per le civiltà tradizionali non ha senso separare la salute individuale dalla Salute Pubblica. La malattia del singolo è sempre anche sintomo di un disordine collettivo, così come la corruzione della città genera necessariamente malattia negli individui.

Il medico tradizionale non si occupa soltanto di curare i corpi malati, dunque, ma di costituire le condizioni sociali, politiche, religiose nelle quali la salute può fiorire. Egli è consigliere dei governanti, educatore del popolo, custode della tradizione che tramanda i princìpi della vita secondo natura. La sua opera si estende dalla dimensione privata a quella pubblica, dalla cura del singolo alla costituzione dell’ordine giusto nella città.

La medicina tradizionale, inoltre, considera sempre l’uomo nella sua totalità: corpo, anima e spirito formano un’unità che non può essere artificialmente scomposta. Curare il corpo ignorando sistematicamente l’anima è tanto assurdo quanto pretendere di curare l’anima trascurando le sue condizioni corporee. L’autentica medicina integra la conoscenza della natura umana in tutti i suoi aspetti, dalla fisiologia alla psicologia, dall’etica alla metafisica.

IV. 3. La medicina filosofica e la medicina naturale: unità della tradizione

La medicina tradizionale occidentale comprende due rami complementari: la medicina filosofica, che ha per oggetto primario la cura dell’anima, e la medicina naturale, che si occupa specificatamente del corpo. Questi due rami non sono separati né contrapposti, ma formano un’unità organica fondata su principi metafisici comuni.

La medicina naturale tradizionale, che si esprime nell’arte ippocratica quando questa è correttamente intesa, riconosce che la natura del corpo è ordinata secondo lόgos, che le malattie fisiche non sono eventi fortuiti ma espressione di disordini che hanno cause ben precise. Il medico naturale interviene per ristabilire l’equilibrio degli umori, per ricondurre il corpo alla sua misura naturale, ma sempre nella consapevolezza che quest’opera fisica è nettamente subordinata e dipendente dalla salute dell’anima.

Platone nei suoi dialoghi, specialmente nel Timeo e nel Carmide, mostra come medicina del corpo e medicina dell’anima debbano procedere di pari passo. Non si può guarire la testa senza curare il corpo intero, né però si può pretendere di curare il corpo intero senza curare l’anima. Siffatta visione unitaria si oppone radicalmente alla frammentazione specialistica della medicina moderna, che suddivide l’uomo in organi e apparati perdendo di vista la totalità dell’essere umano.

V. Critica della medicina e della psicologia moderne

V. 1. La perdita dei fondamenti metafisici

La medicina moderna, quella che si autodefinisce arrogantemente “scientifica” in opposizione alla medicina tradizionale, rappresenta niente affatto un progresso ma piuttosto un regresso radicale, non già uno sviluppo bensì un tradimento dei princìpi fondativi dell’arte medica. La rottura decisiva avviene quando la medicina abbandona i suoi fondamenti metafisici per costituirsi come “scienza della natura” nel senso moderno, cioè come studio puramente empirico e quantitativo dei fenomeni corporei.

Questo abbandono non rappresenta un semplice cambiamento metodologico, ma una vera e propria inversione di prospettiva. La medicina moderna si fonda sul materialismo, sulla negazione dell’anima come sostanza immateriale, sulla riduzione dell’uomo a un organismo biologico complesso. Perduto ogni riferimento all’ordine metafisico, essa smarrisce anche la capacità di comprendere il significato profondo della malattia e della salute, che vengono ridotte a stati puramente fisici definiti statisticamente.

La medicina moderna si è convertita in una pseudoscienza proprio perché ha rotto i ponti con la vera scienza, quella metafisica, per abbracciare una concezione positivistica e riduzionistica della conoscenza. Essa accumula dati empirici, sviluppa tecniche sempre più sofisticate e, tuttavia, ha totalmente perduto il sapere essenziale: la comprensione della natura umana, del fine ultimo dell’uomo, della relazione fra salute e virtù. È una medicina che può forse prolungare la vita biologica ma non sa più cosa sia vivere bene; che può eliminare sintomi ma non sa più cosa significhi guarire veramente.

V. 2. La psicologia senz’anima e l’illusione della psicoterapia

Ancora più drammatica è la situazione della psicologia contemporanea, che si è costituita esplicitamente come “psicologia senz’anima”. Il paradosso appare evidente: una scienza che conserva nel nome la psychḗ di punto in bianco ha deciso di fare a meno del suo oggetto proprio, riducendo i fenomeni psichici a processi neurali, meccanismi comportamentali, strutture linguistiche, tutto fuorché espressioni di un’anima sostanziale e immortale.

Le vaghe descrizioni della psiche che si trovano ancora nei testi di psicologia sono largamente insufficienti e colme di errori. La psicologia accademica ha accresciuto negli ultimi decenni la propria dipendenza dalle neuroscienze, facendosi assorbire in dettagli contingenti di processi psichici esteriori, perdendo così ogni possibilità di approcciare adeguatamente l’anima dell’uomo. L’ultimo indirizzo psichiatrico, con la sua ossessione diagnostica e farmacologica, è il segno più evidente di tale processo di grave degenerazione.

Quanto alle psicoterapie moderne, esse sono nella maggior parte dei casi delle vacue parodie della psychḗs therapéia autentica. Totalmente prive di fondamento metafisico, basate su antropologie materialistiche o relativistiche, esse non possono costituire vera cura dell’anima giacché non sanno neppure cosa l’anima sia effettivamente. Alcune di esse si riducono a mere tecniche di adattamento sociale, altre a pure manipolazioni emotive, altre ancora a penosi chiacchiericci inconcludenti. Nessuna di esse può condurre l’uomo alla sua vera salute, che coincide con la virtù e la sapienza, poiché nessuna di esse riconosce la natura divina dell’anima e il suo destino contemplativo.

V. 3. La concezione della salute come benessere: conseguenze nefaste

Particolarmente deleteria risulta la moderna concezione della salute come “benessere”, come stato soggettivo di piacere e assenza di dolore. Simile definizione, apparentemente umanitaria, è in realtà profondamente nichilistica: essa riduce la salute a una condizione psicofisica arbitraria, la sottrae a ogni riferimento oggettivo al Bene, la consegna al capriccio dell’individuo che può definirsi “in salute” secondo criteri puramente soggettivi.

La salute-benessere rappresenta la parodia postmoderna della vera salute. Mentre quest’ultima consisteva nella realizzazione della natura essenziale dell’uomo, nell’armonia fra le varie parti dell’anima, nella partecipazione alla vita divina, il benessere moderno consiste invece nella semplice soddisfazione dei desideri sensibili, nell’assenza di conflitto interiore ottenuta attraverso la rimozione o la sedazione farmacologica, nella pura illusione di poter costituire una felicità duratura senza virtù.

Le conseguenze di siffatta concezione appaiono nefaste. La medicina del benessere non guarisce, ma cronicizza; non libera, ma vincola; non conduce alla salute ma semmai alla dipendenza permanente da terapie, farmaci, figure professionali che promettono una guarigione che non possono realmente dare. Essa è funzionale al sistema economico postmoderno, che ha bisogno di consumatori perpetuamente insoddisfatti, di malati cronici che non guariscono mai completamente ma restano clienti a vita del mercato sanitario.

VI. La naturopatia e le false alternative

VI. 1. I limiti strutturali della naturopatia contemporanea

Di fronte alla crisi evidente della medicina ufficiale, si sono moltiplicate negli ultimi decenni le cosiddette “medicine alternative” o “naturali”, fra le quali la naturopatia occupa un posto di rilievo. Sarebbe oltremodo ingenuo, tuttavia, credere che simili proposte rappresentino un autentico ritorno alla medicina tradizionale. Nella maggior parte dei casi, infatti, esse condividono i limiti fondamentali della moderna medicina allopatica, pur sostituendo farmaci chimici con rimedi naturali.

La naturopatia contemporanea è carente, generalmente, di solidi fondamenti metafisici. Essa si basa su una concezione vitalistica della natura che, pur essendo indubitabilmente superiore al materialismo meccanicistico, resta comunque profondamente insufficiente. La “forza vitale” di cui parlano i naturopati è un concetto vago, filosoficamente indeterminato, che non può certo sostituire la comprensione metafisica tradizionale dell’anima come sostanza immortale e della vita come partecipazione all’Intelletto divino.

La naturopatia, inoltre, condivide sovente con la medicina ufficiale la concezione della salute come benessere, semplicemente proponendo mezzi alternativi per raggiungerlo. Essa rimane focalizzata sul corpo fisico, pur riconoscendo l’importanza dei fattori psichici, non sapendo operare quell’autentica cura dell’anima che costituiva il cuore della medicina tradizionale. I naturopati possono avere un approccio più “olistico” dei medici convenzionali, ma questo olismo resta superficiale finché non è fondato su una metafisica integrale.

VI. 2. Gli errori dottrinali delle terapie olistiche

Molte terapie che si definiscono “olistiche” incorporano elementi tratti da tradizioni spirituali orientali, mescolandoli in sincretismi confusi con nozioni occidentali di psicologia e medicina. Questo eclettismo apparentemente rispettoso delle diverse tradizioni è in realtà profondamente anti-tradizionale, giacché ignora l’incompatibilità fra principi metafisici di tradizioni diverse e produce ibridi incoerenti.

La confusione fra corpo sottile della tradizione indiana e anima immortale della tradizione platonica, l’uso superficiale di concetti come “chakra” o “meridiani energetici” del tutto avulsi dal loro contesto dottrinale originario, l’applicazione di tecniche contemplative orientali senza la preparazione necessaria e senza una guida qualificata né, tanto meno, il ricollegamento ideale a un’autentica catena tradizionale: tutto ciò produce non già chiarificazione ma ulteriore oscuramento, non vera salute ma nuove forme di alienazione.

Particolarmente grave pare la tendenza di dette terapie alternative a promettere guarigioni miracolose attraverso metodi che non posseggono alcun fondamento serio né tradizionale né scientifico. Si crea in tal modo un mercato della speranza nel quale i pazienti delusi dalla medicina ufficiale cadono sovente preda di promesse ancor più illusorie, passando da una terapia all’altra senza mai trovare quella vera guarigione che può venire soltanto da una conversione integrale della vita.

VI. 3. La necessità di una restaurazione autentica

Né la medicina ufficiale né le alternative olistiche o naturopatiche contemporanee sono in grado di sostituire la medicina tradizionale nella sua forma autentica. Ciò che risulta necessario non è una sintesi eclettica, né una sorta di “dialogo” fra approcci incommensurabili, ma piuttosto una restaurazione rigorosa dei principi fondativi della medicina occidentale, fondata sulla metafisica pitagorico-platonica integrale e sulla spiritualità apollinea.

Simile restaurazione, d’altra parte, non può consistere in un’operazione archeologica, ovvero in un semplice recupero di forme antiche. Essa deve essere una riattualizzazione, un ripensamento che mantenga l’essenza dottrinale mentre adatta le forme espressive al contesto contemporaneo. Il nucleo metafisico della medicina tradizionale è eterno e immutabile; le sue applicazioni concrete possono e debbono essere ripensate per rispondere alle condizioni peculiari dell’epoca presente.

Ma tale riattualizzazione richiede operatori che abbiano effettivamente percorso la via filosofica, che abbiano realizzato in se stessi quella salute dell’anima che intendono comunicare agli altri. Non si mostra sufficiente studiare i testi antichi e comprendere intellettualmente le dottrine: è necessaria una trasformazione reale, una palingenesi che faccia del praticante un autentico iatrόs, un medico nel senso sacro del termine. Questa è l’opera più urgente e più difficile: formare medici-filosofi che siano anche contemplativi, che sappiano unire la scienza alla sapienza, la téchnē alla sophía.

VII. La via filosofica alla vera salute: lineamenti operativi

VII. 1. La conoscenza di sé come fondamento

Il celebre precetto delfico “conosci te stesso” (gnṓthi seautón) non è una generica esortazione all’introspezione psicologica, come troppo spesso si ritiene, bensì la formula sintetica della via filosofica. La conoscenza di sé di cui disquisisce Socrate è conoscenza della propria natura essenziale, riconoscimento dell’anima come sostanza immortale distinta dal corpo, presa di coscienza del proprio essere divino sotto l’oscuramento dell’incarnazione.

Tale autoconoscenza ha carattere ontologico, non meramente psicologico. Non si tratta di analizzare i propri stati emotivi, di esplorare i propri ricordi infantili, di comprendere i propri meccanismi difensivi: tutto ciò può avere una sua utilità relativa, ma resta a livello dell’ego empirico. La vera conoscenza di sé richiede invece di superare questo ego, di riconoscerlo come costruzione contingente ed illusoria, per attingere il Sé trascendente, il noûs che non è mai veramente disceso nel corpo.

Il metodo per raggiungere siffatta autoconoscenza è di carattere essenzialmente dialettico e contemplativo. La dialettica socratica libera l’anima dalle false opinioni circa se stessa, la conduce al riconoscimento della propria ignoranza, crea lo spazio nel quale può sorgere la vera conoscenza. La contemplazione, poi, è l’atto nel quale l’intelletto si volge direttamente alle realtà intelligibili, compresa la propria essenza divina, per coglierle in una visione immediata che trascende il ragionamento discorsivo.

VII. 2. La pratica delle virtù come terapia dell’anima

La conoscenza teorica, per quanto necessaria, non si mostra sufficiente. L’anima deve essere educata attraverso la pratica costante delle virtù, che sono insieme i mezzi e i fini della terapia filosofica. Le virtù non sono semplici disposizioni morali, né conformità a norme esteriori: esse costituiscono stati ontologici dell’anima, modi di essere che corrispondono al suo ordine naturale.

Le quattro virtù cardinali – prudenza, giustizia, fortezza, temperanza – corrispondono alla giusta ordinazione delle tre parti dell’anima secondo l’insegnamento della Repubblica. La temperanza sottomette gli appetiti concupiscibili alla ragione, la fortezza domina gli impulsi irascibili, la prudenza guida l’azione secondo verità, la giustizia armonizza il tutto conferendo a ciascuna parte il ruolo che le compete. Un’anima virtuosa è un’anima sana; un’anima viziosa è necessariamente malata.

La pratica delle virtù non può essere disgiunta dalla conoscenza filosofica. Essa rappresenta l’unione inscindibile di contemplazione ed azione che costituisce la vita filosofica autentica. L’esercizio quotidiano delle virtù purifica progressivamente l’anima dalle passioni disordinate, la libera dalla schiavitù dei falsi beni, la rende sempre più simile al divino. È attraverso tale assimilazione (homoiōsis theṓ) che l’uomo raggiunge la sua vera salute, che coincide con la felicità e con la sapienza.

VII. 3. La vita contemplativa come realizzazione suprema

Il vertice della via filosofica è la vita contemplativa, il bíos theōrētikόs che Aristotele definisce come la forma più alta di felicità umana. La contemplazione non è passività ma l’attività più perfetta, quella in cui l’intelletto umano si unisce all’Intelletto divino nella visione delle verità eterne. In simile “unione”, che i neoplatonici chiameranno hénōsis, l’anima realizza pienamente la propria natura divina. Obiettivo dell’énosi è infatti l’unione con ciò che è fondamentale nella realtà: l’Uno (Τὸ Ἕν), la Sorgente o la Monade.

La vita contemplativa non è necessariamente separata dalla vita attiva. Il filosofo che ha raggiunto la contemplazione non abbandona il mondo, ma vi agisce con una nuova qualità, come manifestazione dell’ordine divino. Egli diviene medico per gli altri, educatore, guida spirituale, poiché ha realizzato in sé quella salute che può comunicare attraverso la sua semplice presenza, oltre che attraverso l’insegnamento e la terapia.

Questa realizzazione suprema non è accessibile a tutti nel medesimo modo, giacché gli uomini differiscono per natura e per grado di preparazione. Ma il principio della via resta universale: ogni uomo, in quanto dotato di ragione, può e deve orientarsi verso la contemplazione secondo la misura che gli è propria. Anche chi non raggiunge i vertici della realizzazione metafisica può comunque partecipare alla vita filosofica attraverso la pratica delle virtù e lo studio della verità.

Epilogo: necessità e possibilità di una restaurazione

Nel presente scritto si è tentato di delineare, nei limiti della trattazione teorica, i princìpi fondamentali della medicina tradizionale occidentale nella sua forma più pura e integrale. Abbiamo mostrato come questa medicina sia inscindibile dalla filosofia platonica, dalla religiosità apollinea, dalla via contemplativa che conduce l’anima alla propria realizzazione divina. Abbiamo anche evidenziato la radicale differenza che separa tale medicina sacra dalle contraffazioni moderne che ne hanno usurpato il nome.

La restaurazione di questa vera medicina non è un’operazione intellettuale, ma un’impresa pratica che richiede la formazione di operatori adeguati, la costituzione di istituzioni appropriate, la creazione di un ambiente sociale nel quale la via filosofica possa essere nuovamente percorsa. Tutto ciò appare oggi estremamente arduo, forse impossibile, data la completa egemonia del paradigma materialistico e nichilista nella cultura contemporanea.

Eppure, la necessità di questa restaurazione si fa sempre più impellente. L’uomo contemporaneo è profondamente malato nella sua anima, più che in qualsiasi altra epoca. La sofferenza psichica ha raggiunto livelli epidemici; le patologie dell’anima si moltiplicano e si aggravano; nessuna delle terapie proposte dalla medicina e dalla psicologia ufficiali riesce a fornire risposte adeguate. L’uomo postmoderno cerca disperatamente una salute che non trova, perché la cerca dove non può essere trovata: nel benessere corporeo, nel piacere sensibile, nell’assenza di conflitto ottenuta attraverso la sedazione farmacologica o psicologica.

La vera salute può essere raggiunta solo tramite la via filosofica, attraverso quella conversione integrale che riconduce l’anima alla sua natura divina. Questa via richiede coraggio, disciplina, perseveranza. Essa implica la rinuncia ai falsi beni, il distacco dalle illusioni ordinarie, l’accettazione di quella ascesi che purifica l’anima dalle passioni disordinate. Ma siffatta via, per quanto ardua, è l’unica che conduca alla vera liberazione, all’autentica felicità, a quella salute che è insieme sophía, sapienza divina che rende l’uomo simile agli dèi immortali.

Il compito che ci attende non è dunque quello di riformare le istituzioni sanitarie esistenti, né di creare una nuova specializzazione medica o psicoterapeutica. Il compito è assai più radicale: testimoniare la possibilità di una vita diversa, incarnare nella propria esistenza i principi della medicina tradizionale, formare attraverso l’esempio e l’insegnamento coloro i quali sono pronti a intraprendere la via filosofica. È un’opera che non può essere compiuta dalle istituzioni, ma soltanto da individui che abbiano realizzato in se stessi quella trasformazione che intendono indicare agli altri.

La medicina tradizionale non è morta: essa permane come possibilità eterna, inscritta nella natura stessa dell’uomo in quanto essere razionale orientato al divino. Ciò che risulta necessario è riattualizzare questa possibilità, renderla nuovamente operativa, creare le condizioni nelle quali essa possa venire percorsa. Esattamente questo è il compito che la situazione presente assegna a coloro che hanno compreso la natura della crisi e non si accontentano delle false soluzioni proposte dalla modernità. La via è stretta e ardua, pochi sono coloro che la percorrono fino in fondo; ma essa sola conduce alla salus, a quella salvezza integrale dell’uomo che è il fine ultimo di ogni autentica medicina.

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