
Per capire quali siano le condizioni per arrivare ad una pace che chiuda il conflitto tra Russia e Ucraina è necessario fare i conti con cosa pensa la Russia o, meglio, con cosa pensano i russi. Soprattutto cosa pensano i russi di sé stessi.
Concordo pienamente con quanto ha affermato il generale Paolo Capitini nel corso della live di Parabellum https://www.youtube.com/live/k0TFQ13iaf8, ossia che per la Russia quella in atto è una guerra esistenziale.
Quando una guerra è percepita come esistenziale, non c’è sanzione, non c’è sacrificio che possa distogliere la tensione derivante dalla lotta per la sopravvivenza.
Non a caso Putin e i suoi funzionari definiscono le “cause di fondo” del conflitto come una serie di questioni storiche e di sicurezza e sostengono che queste non sono negoziabili per Mosca e sono il presupposto da riconoscere per ogni trattativa di pace.
L’interlocutore principale per rimuovere le cause di fondo è costituito dagli Stati Uniti d’America, perché a determinare le “cause di fondo” sono stati in gran parte gli States dopo la fine dell’Unione Sovietica.
Inutile girarci attorno. Solo gli Usa possono rimuovere le “cause di fondo”.
Che i russi siano disposti a tutto pur di mantenere viva e sicura Santa Madre Russia, la Terza Roma, lo dimostrano le avventure di Napoleone e di Hitler.
La storia non ha insegnato nulla ai globalisti neocon, i quali, dopo la caduta dell’Unione sovietica, hanno pensato di poter conquistare la Russia e anche di poterla smembrare in vari Stati. Il tentativo maggiore, che ha poi prodotto la reazione che ha portato alla comparsa sulla scena politica di Vladimir Putin, è stato l’assalto alla diligenza nel periodo di Eltzin.
A questo tentativo, fallito, si è aggiunto l’accerchiamento della Nato, dovuto al progressivo ingresso di Paesi ex Patto di Varsavia, nonostante le assicurazioni date a Gorbaciov.
La Russia vede l’allargamento dell’Alleanza Atlantica come una minaccia esistenziale. Putin ha ripetutamente chiesto garanzie scritte che l’Ucraina non entri nella Nato e che l’espansione si fermi.
Veniamo alla questione dell’invasione della finanza.
La Russia di Eltsin è stata “invasa dalla finanza” attraverso un processo di privatizzazione rapida e selvaggia, che ha portato alla nascita degli oligarchi russi e all’instabilità economica, con il coinvolgimento di investitori e istituzioni finanziarie occidentali. Questo periodo è stato caratterizzato dalla liberalizzazione economica, che ha causato un crollo della produzione industriale, una forte inflazione, povertà diffusa e la crisi finanziaria del 1998.
Nel 1992, il programma di privatizzazione aveva distribuito voucher ai cittadini, inizialmente concepiti come un’opportunità di partecipazione alle nuove imprese. A causa dell’inflazione e della crisi economica, molti cittadini hanno venduto i loro voucher. Amministratori d’azienda e investitori intraprendenti hanno così accumulato questi voucher, acquisendo il controllo di grandi imprese, specialmente nei settori energetico e delle esportazioni, dando vita agli oligarchi. Le aziende russe non erano pronte alla concorrenza dei mercati occidentali e molte sono fallite, portando a una forte inflazione e a una crisi economica che ha colpito duramente la popolazione. La Russia ha inoltre subito una devastante crisi finanziaria nel 1998.
Secondo alcuni osservatori, la finanza occidentale ha avuto un ruolo nell’aggravare la situazione, a volte vista come una subordinazione economica della Russia all’Occidente durante l’era Eltsin, evidenziata anche dalla sua successiva dimissione a causa di problemi di salute e corruzione.
In quel periodo le imprese statali, cruciali per l’economia, sono state trasferite nel settore privato, spesso a scapito di settori strategici e dell’interesse pubblico e la nascita degli oligarchi, con il loro potere economico e politico, ha alterato l’equilibrio del potere in Russia, creando un sistema fortemente influenzato da pochi e potenti individui.
Lo stato di agonia russa nel periodo di Eltsin ha beneficiato i governi occidentali. Sono state, infatti, le banche europee e americane a ricettare i soldi degli oligarchi contribuendo a portare il Paese sull’orlo del fallimento.
In quel periodo si ha anche l’esplosione della mafia russa, alleata di Cosa Nostra. Molti boss erano parlamentari, imprenditori, sindaci, proprietari di giornali e televisioni.
Senza questo livello politico l’oligarchia criminale russa non avrebbe potuto escogitare quella che è a tutt’oggi la più grande frode della storia. Nata da una alleanza tra i “magnifici 7” stipulata, guarda caso, a Davos durante il World Forum per sostenere Eltsin alle elezioni.
L’alleanza dei “Magnifici 7” a Davos si riferisce a un episodio cruciale della storia economica russa post-sovietica, noto come lo schema dei “prestiti contro azioni” (in inglese loans-for-shares).
Questo meccanismo, una vera e propria frode sistemica, ha coinvolto un’alleanza di sette oligarchi russi – i cosiddetti “Magnifici 7” – che si è concretizzata durante il World Economic Forum di Davos nel 1995.
L’obiettivo era sostenere la rielezione del presidente Boris Eltsin, in cambio di un controllo dominante sulle risorse strategiche del paese.
Negli anni ’90, la Russia post-URSS era in una profonda crisi economica: il PIL si era dimezzato, l’inflazione galoppava e lo Stato era sull’orlo del default. Boris Eltsin, presidente dal 1991, era profondamente impopolare e rischiava di perdere le elezioni presidenziali del 1996 contro il leader comunista Gennadij Zjuganov. Per risollevare le sorti della campagna, Eltsin e i suoi consiglieri si rivolsero a un gruppo di emergenti miliardari russi, noti come oligarchi, che avevano accumulato fortune attraverso privatizzazioni caotiche.
Nel gennaio 1995, durante il World Economic Forum di Davos – un evento che riuniva leader globali, banchieri e imprenditori – si formò un’alleanza informale tra sette di questi oligarchi. L’accordo, mediato da figure come Anatolij Čubajs (ministro della privatizzazione), prevedeva un patto esplicito: gli oligarchi avrebbero finanziato la campagna di Eltsin (con donazioni e copertura mediatica positiva attraverso i loro imperi editoriali) in cambio di un accesso privilegiato alle aste di privatizzazione delle principali aziende statali russe, come quelle del petrolio, del gas e dei metalli preziosi.
Questo gruppo divenne famoso come i “Magnifici 7”.

Questi sette controllavano banche, media e risorse che rappresentavano circa il 50% del PIL russo emergente.
L’alleanza a Davos non era solo un patto interno: attirò anche l’interesse di investitori occidentali (banche USA e UE), che videro opportunità speculative, contribuendo indirettamente al collasso economico russo attraverso prestiti e riciclaggio di capitali.
Lo schema, varato dal governo Eltsin nel dicembre 1995, era formalmente un programma di privatizzazione per “salvare” le aziende statali dalla crisi.
Il meccanismo base: lo Stato, privo di liquidità, “prestava” alle aziende statali (come Yukos o Norilsk Nickel) i propri titoli azionari come garanzia. Gli oligarchi offrivano prestiti in contanti allo Stato per “coprire” questi debiti, ma le aste erano truccate: solo loro partecipavano, con offerte bassissime e senza concorrenza reale.
Esempi concreti: Berezovskij e soci prestarono 110 milioni di dollari per il 51% di Sibneft (valore reale: 5 miliardi di dollari); Chodorkovskij pagò 160 milioni per il controllo di Lukoil (valore: oltre 6 miliardi); Potanin ottenne Norilsk Nickel (il più grande produttore mondiale di nickel e palladio) per 170 milioni, contro un valore di mercato di 1 miliardo.
Nel 1996, lo Stato dichiarò di non poter rimborsare i prestiti. Gli oligarchi, come clausola contrattuale, si appropriarono permanentemente delle azioni, diventando azionisti di maggioranza senza sborsare il valore reale. Questo trasferì quasi la metà della ricchezza industriale russa (petrolio, gas, metalli) nelle mani di questi sette uomini.
Le aste si svolsero tra il 1995 e il 1996, proprio durante la campagna elettorale. Gli oligarchi usarono i loro media per bombardare l’opinione pubblica con propaganda anti-comunista, contribuendo alla rielezione di Eltsin (vittoria al 54% contro Zjuganov).
Lo schema accelerò la deindustrializzazione e la corruzione. Il PIL russo crollò del 50% tra 1991 e 1998, con iperinflazione e povertà diffusa. Gli oligarchi accumularono fortune (Chodorkovskij divenne l’uomo più ricco di Russia), ma lo Stato perse il controllo sulle risorse strategiche.
I Magnifici 7 divennero un “governo ombra”, influenzando politiche estere e interne. Berezovskij, ad esempio, si autoproclamò “re dei media”.
Nasce da questa situazione l’ingresso sulla scena di Vladimir Putin, il quale, salito al potere nel 2000, ha smantellato il sistema degli oligarchi.
Putin ha arrestato Chodorkovskij (2003, Yukos nazionalizzata), esiliato Berezovskij (morto nel 2013) e costretto gli altri a cedere quote statali o fuggire.
Il World Economic Forum (WEF) è stato fondato da Klaus Schwab nel 1971 con il nome originale di European Management Forum e con sede a Ginevra. Gli incontri si tengono a Davos.
Impensabile che Vladimir Putin possa fidarsi degli europei ed è normale che voglia avere assicurazioni da parte degli Usa. Assicurazioni che, a quanto pare, gli States di Donald Trump gli stanno dando.
È del tutto evidente che Vladimir Putin, uomo del Kgb che ha stretto un’alleanza di ferro con la Chiesa ortodossa, giunto al potere per chiudere la fase dell’assalto alla Russia inventato a Davos, non abbia il minimo di fiducia in tutto ciò che ha a che fare con gli europei che dalla Montagna Incantata continuano a farsi ispirare.
L’altra questione che riguarda le “cause di fondo” è l’espansione della Nato.
La NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) è un’alleanza militare fondata nel 1949, ma la sua espansione significativa è avvenuta dopo il 1991, in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e della Guerra Fredda.
Dal 1991 al 2025, la NATO è passata da 16 membri a 32, integrando principalmente ex stati del Patto di Varsavia, repubbliche sovietiche baltiche e paesi nordici.
Questa espansione è avvenuta in “onde” successive, con l’obiettivo di promuovere la stabilità, la democrazia e la sicurezza collettiva in Europa orientale.
Di seguito, una mappa che riassume le principali ondate di espansione Nato.

La Russia si è sentita accerchiata e la possibilità che anche l’Ucraina potesse entrare nella Nato avrebbe interdetto di fatto a Mosca l’agibilità del Mar Nero.
Anche in questo caso l’interlocutore affidabile non può essere che Trump.
Le “assicurazioni” (o promesse) date a Michail Gorbaciov riguardo alla non espansione della NATO verso est, infatti, non sono state mantenute dai neocon repubblicani e democratici.
Piccolo riassunto storico: nel 1989 cade il Muro di Berlino, nel 1990 si discute se la Germania riunificata possa entrare nella NATO. L’URSS teme che la NATO si avvicini ai suoi confini. Gorbaciov cerca garanzie che l’Alleanza non si espanderà oltre la Germania.
Il 2 febbraio 1990, James Baker (Segretario di Stato USA) dice e a Gorbaciov: “Se la Germania riunificata rimane nella NATO, non sposteremo la NATO di un pollice verso est.” (Verbali desecretati del Dipartimento di Stato USA, 2017). Il 10 febbraio 1990 Helmut Kohl (Cancelliere tedesco) a Gorbaciov: “La NATO non si espanderà verso est, né oltre i confini della Germania riunificata.” Altri leader occidentali (Mitterrand, Thatcher, Manfred Wörner – Segretario NATO) esprimono posizioni simili: la NATO non approfitterà della debolezza sovietica.
Non ci fu alcun trattato scritto, ma se si vuole che ci sia reciproca fiducia è necessario che alle parole seguano i fatti.
Ora, la parola chiave si chiama fiducia.
Nessuna fiducia può avere la Russia nei confronti del burosauro Unione Europea, guidato da un consesso di funzionari. Difficile avere una qualsiasi fiducia nei confronti di molti Stati europei che ad ogni piè sospinto parlano di sanzioni.
La parola fiducia corre sul filo Mosca-Washington.
Solo un vero accordo tra la Russia e Usa può chiudere la fase bellica ucraina e stabilizzare la sicurezza europea.
Il resto è una montagna di chiacchiere.





