
di Vito Schepisi
Il 7 Ottobre non è stato per caso e non è stato un episodio isolato
E’ facile parlare di Palestina ed ignorare la presenza di Hamas e dei suoi misfatti.
I palestinesi a Gaza sono governati da Hamas che è un movimento armato con vocazione terroristica.
A Gaza, Hamas non è niente di diverso da un partito politico che ha introdotto un regime totalitario, senza opposizione, autoritario e violento.
L’eccidio del 7 ottobre è stato l’innesco premeditato d’una aggressione che doveva condurre ad una azione conseguente.
Pensare che sia stato solo un atto sconsiderato ed irresponsabile è un errore.
Nessuno poteva pensare che la vile azione potesse restare senza una risposta pesante, posta l’efferatezza, la bestialità, le dimensioni ed il fatto che siano state aggredite, con una violenza ed una brutalità senza precedenti, persone inermi (tra cui donne vecchi e bambini), civili e famiglie.
Anche gli ostaggi, sia per il numero, e sia per il “prezzo” del riscatto che ne sarebbe conseguito, oltre all’effetto mediatico del ricatto che si sarebbe sviluppato, sono stati funzionali ad un disegno dettagliatamente premeditato.
E la ragione non può esimersi dal valutare che sia stato un disegno che doveva servire a scatenare diffuse situazioni di scontro.
Un conflitto che si sarebbe allargato, come s’è visto, ben oltre il suo contesto geografico.
Le responsabilità, pertanto, sono più larghe di quelle d’un fenomeno locale circoscritto.
Si sapeva già, ed ora s’è capito ancor più, che Hamas non è solo un’organizzazione terroristica che si muove in un contesto circoscritto, è anche un riferimento politico che si specchia in radicati e globali sentimenti antisemitici.
Non è stato per caso e non è stato un episodio isolato.
La violenza non ha confini ed è la manifestazione visibile d’un sentimento ideologico e di odio.
Fa parte d’un più largo e diffuso contesto socio-politico di violenza e intolleranza.
Un contesto abbastanza ramificato in Italia ed in Europa.
La valenza della democrazia e del sistema pluralista, dopo la caduta del Muro a Berlino – e lo sguardo su ciò che c’era dietro – La valenza della democrazia e del sistema pluralista, dopo la caduta del Muro a Berlino nel novembre del 1989 – e lo sguardo su ciò che c’era dietro – aveva contribuito a far cadere (come era stato nel 1945 per il nazi-fascismo) il mito del comunismo come fenomeno di riscatto del popolo e dei lavoratori.
La differenza è stata che, mentre al nazifascismo la storia ha chiesto il conto, non altrettanto è stato per fatto per il comunismo: sono, infatti, ancora là, e sempre con la stessa idea d’incendiare il mondo, a mestare sul fuoco (alimentato dal populismo e da coloro che Lenin chiamava “utili idioti”) che arde sotto la cenere delle difficoltà sociali.
C’è una diversità di fenomeni geopolitici che se si muovono separati nei diversi contesti territoriali, anche a prescindere dalle motivazioni locali che ne influenzano l’azione.
Un filo conduttore!
Sono collegati, consapevolmente o meno, in una visione aggressiva e reazionaria.
Ciò che è avvenuto dopo una delle più bestiali azioni di terrorismo, persino più agghiacciante di quella dell’11 settembre alle Twin Towers di New York, ha dell’irrazionale.
Da lì è partita una campagna antisemita con l’obiettivo di ribaltare le responsabilità.
Ed il tutto mentre è ancora trattenuto un numero alto di ostaggi, senza che si sappia quanti ancora vivi o morti per gli stenti e le brutalità.
Dove sono quegli organismi che si muovono per i diritti umani?
E la stessa ONU, oltre alla Croce Rossa, che non pretende di visitare gli ostaggi; che non pretende che ci siano gli interventi medici; che s’astiene dal denunciare i ricatti e le condizioni inumane di detenzione; che non condanna questa partita d’orrore, giocata sulla pelle di civili che non hanno colpa di nulla.
Sembra che d’una quarantina di ostaggi che mancano all’appello ne siano vivi solo una ventina.
Il tempo gioca sempre a favore dei criminali, tant’è che oggi c’è chi ribalta sulle vittime le responsabilità di ciò che è accaduto.
Una danza macabra e disgustosa su cui è calato il silenzio, mentre s’infuoca la piazza mossa dagli aguzzini.
Il “linguaggio di Hamas” sembra che sia addirittura diventato il linguaggio rumoroso d’un mondo che si scatena contro la civiltà, il diritto, la democrazia: la conferma che, in un mondo che va alla rovescia, chi grida di più continua sempre ad avere ragione.





