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LA RICERCA DELL’IMMORTALITA’ E IL RIFUTO DELLA MORTE

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Quanto sappiamo di essere vivi

Recentemente la stampa ha dato un certo risalto ad un fuori onda tra il presidente cinese Xi Jinping ed il suo omologo russo Putin sulla possibilità di vivere, se non in eterno, certo molto più di quanto sembri possibile oggi. In realtà questo rappresenta da sempre il sogno più comune dell’umanità, promesso dalle religioni, dagli antichi miti, dalle sapienze tradizionali. Eppure, se andiamo un passo oltre la superficie delle cose, questa voglia di immortalità assume aspetti a volte paradossali.
Quanto sappiamo di essere vivi?

Nel film di Oliver Stone dedicato al gruppo musicale The Doors, ad un certo punto il personaggio di Jim Morrison, il carismatico leader della band, sale sul tetto di una macchina e chiede alla folla dei fans: «Chi sa di essere vivo?». Lui si proclama un dio, Dioniso nello specifico, e dunque la domanda è pertinente. E allora non si può parlare di immortalità, in qualunque modo la si intenda, sia essa dell’anima o del corpo, dell’Io personale o del Sé universale, se non si prova a rispondere a questa domanda: quanto sappiamo di essere vivi? A sua volta la questione rimanda al livello, o meglio ai livelli, di coscienza che ci caratterizzano, e al quanto e al quando ne siamo consapevoli; in altre parole il sapere di essere vivi non è affatto un problema quantitativo ma qualitativo.

Quella di Morrison, infatti, era più una esortazione che una semplice domanda, un modo per svegliare la coscienza a se stessa, una provocazione che assume la forma di una metafora. La risposta, infatti, non può che prendere la forma di un paragone, di un «come», preposizione introduttiva di ogni metafora, navicella di senso che di volta in volta approda su molteplici sponde, ma che sono bagnate dallo stesso grande mare dell’Essere. Ecco, allora che la metafora, essenza della poesia, e dunque della poiesis, della creazione continua, è l’unica capace di catturarne l’intrinseca dinamica: la vita è rimaneggiamento di senso, scoperta di analogie, e questo la cambia continuamente rendendola al tempo stesso proteiforme, come l’antica divinità omonima, e sempre uguale a se stessa.

Proteo

Quando Menelao, reduce da Troia e bloccato dai venti sull’isola di Faro, cerca un oracolo che gli sveli la via del ritorno, la ninfa Eidotea lo indirizza al Proteo, divinità pre-olimpica, saggio conoscitore delle profondità marine e del destino degli uomini. Menelao, aiutato da alcuni compagni, riesce a catturare il dio mentre dorme e seguendo le indicazioni della ninfa, lo tiene stretto nonostante egli muti continuamente forma, sino a stabilizzarlo ed a fargli rispondere alle sue domande. Sembrerebbe che Menelao abbia vinto, poiché ha avuto la sua risposta, ma in realtà egli voleva solo una conferma, o almeno una verità che gli servisse al ritorno non a capire il perché della sua situazione, del suo stesso esistere in quel momento.
In fondo è la spiegazione che Giorgio Agamben nel suo Cosa è reale, propone come motivo della “sparizione” di Ettore Majorana che, seguendo il principio di indeterminazione di Heisemberg, si sottrae alla ricerca sull’energia atomica poiché, non solo aveva compreso dove si andasse a parare, ma perché rifiutava, da scienziato puro ed indagatore della realtà ultima della materia, il fatto che la scienza volesse appunto “determinala” in uno stato non per comprenderla ma per manipolarla.

E dunque, senza andare oltre, la risposta alla domanda di Jim Morrison, al quanto sappiamo di essere vivi, non è assolutamente scontata o, almeno, non è certo definitiva dato che il livello di consapevolezza del proprio esistere, e di conseguenza della capacità di autodeterminarsi, cambia in noi momento per momento, come Proteo appunto, e spesso solo una necessità esterna di spinge a fissare la nostra consapevolezza di vivere se questa serve ad uno scopo contingente. Ma è questa la vera risposta alla domanda di Jim?

La mente bicamerale

Le nostre fragili certezze si rivelano ancora più relative se pensiamo a come sia cambiata quella che chiamiamo comunemente coscienza nel corso dell’evoluzione della specie, così mutando la percezione che abbiamo di noi stessi. A questo proposito è utile richiamare l’interessante riflessione elaborata da James Jaynes nel saggio Il crollo della mente bicamerale e la nascita della coscienza. La sua tesi postula che, prima della scrittura, comparsa circa nel 3000 a. C., la coscienza soggettiva come la percepiamo oggi, cioè il livello attuale di consapevolezza di un soggetto che riflette su se stesso ed agisce di conseguenza, che applica il Cogito ergo sum cartesiano in poche parole, esisteva solo in forma crepuscolare, derivata.

Nell’antichità, infatti, l’umanità era orientata nel suo agire, ma anche nel suo sentire, da ordini divini, presagi, fenomeni naturali, sogni e visioni: una polisemia simbolica generata dall’ampia gamma del numinoso. Jaynes sostiene dunque che, prima che la scrittura cominciasse a cristallizzare gli elementi del pensiero, l’umanità arcaica, preistorica, avvertisse non una forma di coscienza individuale, bensì una indefinita, multiforme e misteriosa trama tessuta dagli dèi gettata non solo intorno a loro ma distesa su tutto il mondo. Una condizione dunque in cui la realtà era totalmente irretita da quella «trama [armonia] nascosta più forte di quella manifesta», come la descrive Eraclito l’Oscuro (Frammento 54, D.K.).

«I personaggi dell’Iliade non hanno momenti in cui si fermano a riflettere sul da farsi […]. Quando Agamennone sottrae ad Achille la sua amante, è una dea ad afferrare il Pelide per la chioma ed ammonirlo a non colpire Agamennone. È ancora una divinità che sorge poi dalle spume del mare e lo consola […] e una dea sussurra ad Elena di togliersi dal cuore la nostalgia di casa […]. Sono dèi che guidano gli eserciti in battaglia, che parlano ad ogni guerriero nei momenti decisivi […]. Sono dèi che danno inizio alle contese tra uomini […]. Insomma gli dèi prendono il posto della coscienza […]. Gli dèi sono quelle che noi oggi chiamiamo allucinazioni […]. L’uomo dell’Iliade non ha una soggettività come noi; non ha piena consapevolezza della sua consapevolezza del mondo, uno spazio mentale interno su cui esercitare l’introspezione. Per distinguerla dalla nostra mente cosciente soggettiva, chiamiamo allora questa forma mentale mente bicamerale».

Possiamo anche affermare, seguendo le costanti del pensiero mitologico, che questa dipendenza valesse anche per la percezione dello spazio tempo: in illo tempore, infatti, come ci ricorda Mircea Eliade, il divenire non era scandito solo da Kronos, ma anche da Kairos, il tempo dell’opportunità. Non è questa la sede per affrontare la distinzione-complementarietà tra i due numi che governavano il tempo degli antichi, ma anche così risulta evidente che allora ci si muovesse in un complesso spazio temporale molto diverso dal nostro e che, di conseguenza, ciò avesse un’influenza profonda sugli stati di coscienza. Ancora oggi, nell’epoca degli orologi atomici, sappiamo bene come, ad esempio, il tempo dei sogni possa addirittura essere retrogrado, andare cioè dalla fine all’inizio, come ci ricorda Pavel Florenskij nel suo saggio sull’iconostasi, Le porte regali.

La coscienza di sogno

«Poco dormire, molto sognare, è la formula concisa di questa compressione delle visioni oniriche. Il tempo nel sogno può durare ore, mesi, secoli, millenni. In questo senso nessuno dubita che il dormiente, isolato dal mondo visibile esterno, e passando con la coscienza nel secondo sistema, acquista anche una nuova misura del tempo in forza della quale il suo tempo trascorre con incredibile velocità […]. Non tutti però hanno meditato sulla possibilità che il tempo trascorra ad una velocità infinita e perfino rovesciato su se stesso, che, col passaggio alla velocità infinita, il suo corso prenda il senso inverso. Ma intanto davvero il tempo può essere istantaneo e fluire dal futuro al passato, dagli effetti alle cause, teleologicamente, e ciò avviene appunto quando la nostra vita passa dal visibile all’invisibile, dal reale all’immaginario».

Nel corso del tempo sarebbe poi avvenuto il progressivo lascarsi di questa trama intessuta di numinoso; attraverso la scrittura, la voce degli dèi, i loro comandi ed ingiunzioni, le visioni divine, i presagi tratti dall’osservazione dei fenomeni naturali, dal movimento degli astri, dal volo degli uccelli, insieme al responso degli oracoli e via enumerando, si sarebbero progressivamente denaturati per trasformarsi, «tecnicizzarsi» direbbe Furio Jesi, da miti vissuti in favole e leggende, in personaggi letterari e cinematografici, in eroi dei fumetti, depositandosi così nel fondo di quel patrimonio culturale e cultuale collettivo che oggi chiamiamo civiltà: il filtro attraverso cui interpretiamo il mondo e noi stessi.

Sulla base di questa evoluzione, oggi schematicamente rappresentata dalle diverse funzioni dei due emisferi celebrali, possiamo dire che il processo ha così finito per rendere permeabile la distinzione tra l’emisfero in origine prevalente, il destro – ancora oggi legato all’intuizione creativa – e sinistro, sede del pensiero cosiddetto razionale, attualmente il più utilizzato, creando progressivamente i passaggi che consentivano la demitizzazione del sentire. Tuttavia la permanenza di intuizioni e comportamenti “irrazionali”, come pure di certi livelli di coscienza diffusi in aree corporee non direttamente localizzate nella corteccia celebrale, o stati di coscienza superiori o inferiori, pensiamo all’estasi o ai comportamenti inconsci, hanno spinto alcuni teorici a postulare oramai l’obsolescenza del cervello attuale ed una sua “revisione- semplificazione” anche per quello che concerne i livelli della coscienza. Questo è uno dei filoni che vengono utilizzati dal cosiddetto immortalismo tecnologico per digitalizzare la coscienza e renderla così caricabile (mind uploading) su appositi supporti.

Qualità e quantità di coscienza

Torniamo infine, dopo queste digressioni, a proporre di introdurre una possibile distinzione tra quantità e qualità della coscienza. Una questione antica che l’umanità si è posta da sempre, dai tempi delle voci divine, sino alle neuroscienze odierne, cercandone i confini pur nell’immensità di un qualcosa che alcuni, come Eraclito, davano per incommensurabile: «I confini dell’anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie; così profondo è il suo logos» (Frammento 45, DK). In questo senso chiameremo “anima” la parte qualitativa della coscienza, poiché è proprio questa corrispondenza con l’anima che segna, a nostro avviso, la distinzione tra qualità e quantità della coscienza e dunque, lo vedremo, tra una immortalità quantitativa ed una qualitativa.

È importante evidenziare, a questo proposito, come molti studiosi delle questioni legate alla psiche, Gustav Jung in primis, lamentano questo progressivo allontanamento dal numinoso come fonte di un malessere profondo, esistenziale appunto dell’umanità contemporanea che potrebbe portarla all’autodistruzione. Dice Jung a conclusione del suo saggio Presente e futuro.

«Noi viviamo nel kairos, una metamorfosi degli Dei, ossia dei principi e dei simboli fondamentali. Questa esigenza del nostro tempo, che davvero non abbiamo scelto coscientemente, è l’espressione dell’uomo interiore ed inconscio che si trasforma. Di questo mutamento gravido di conseguenze, dovranno rendersi conto le future generazioni, sempre che l’umanità voglia salvarsi dall’autodistruzione che la minaccia per la potenza della sua tecnica e della sua scienza».

E allora, secondo lo studioso della psicologia del profondo, è proprio il progressivo decadimento degli elementi numinosi e, in conseguenza, la correlativa perdita di sensibilità individuale e collettiva rispetto alla relazione con l’anima intesa come parte del divino, che prelude a quel superamento in senso puramente tecnologico della coscienza umana “totale”.

È interessante notare che, al contrario, nel mondo antico, arcaico, vigeva il principio della continua metamorfosi dei simboli, in altre parole era intuitivo il principio dell’unità analogica tra tutte le manifestazioni e dunque della possibilità che le cose potessero, per passaggi successivi ed affinità, «simpatia» direbbe Paracelso, trasmutarsi l’una nell’altra. Questo principio ermetico è anche alla base della possibilità di una coevoluzione della coscienza umana con quella elementare, e dunque anche del superamento della morte, non nell’immortalità del singolo corpo ma nell’unità del sé individuale attraverso la coscienza della materia, con quello che le antiche tradizioni orientali chiama il Sé universale.

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  • Redazione

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