
La posizione dell’emiro del Qatar: fermezza, denuncia e ricerca di legittimità internazionale.
L’attacco israeliano a Doha rappresenta, nella narrazione ufficiale del Qatar, non solo un’aggressione diretta al proprio territorio sovrano, ma un precedente che rischia di destabilizzare l’intero Medio Oriente. L’emiro Tamim bin Hamad Al Thani ha definito l’azione di Tel Aviv come un atto di terrorismo di Stato, espressione utilizzata anche dal primo ministro Mohammed bin Abdulrahman Al Thani.
Con questa definizione, il Qatar intende spostare il discorso dal terreno militare a quello del diritto internazionale, cercando di posizionarsi come vittima di una violazione flagrante della sovranità nazionale e del diritto umanitario. L’emiro, con parole che sottolineano la minaccia alla sicurezza regionale e globale, costruisce un doppio messaggio: da un lato, lancia un monito alla comunità internazionale, affinché riconosca che nessun paese può considerarsi al sicuro da attacchi unilaterali giustificati con la “lotta al terrorismo”; dall’altro, invoca una risposta regionale collettiva, proponendo implicitamente un rafforzamento della solidarietà araba e islamica contro Israele.
Questa strategia risponde a due necessità immediate del Qatar: difendere la propria immagine di hub diplomatico (sede di mediazioni delicate, inclusi i negoziati per Gaza e gli accordi con i talebani) e salvaguardare la propria legittimità interna di fronte a un’opinione pubblica araba sempre più sensibile alla questione palestinese.
L’attacco israeliano a Doha è presentato dagli israeliano stessi come un’operazione chirurgica, parte della più ampia campagna denominata “Giorno del giudizio”, con l’obiettivo dichiarato di eliminare i vertici politici e negoziali di Hamas.
La scelta di colpire fuori dai confini palestinesi segnala una strategia di proiezione extraterritoriale già sperimentata da Israele in passato (si pensi agli attacchi in Libano o Siria), ma qui portata all’estremo: colpire in piena capitale di un alleato degli Stati Uniti, centro della diplomazia internazionale, amplifica il senso di “onnipresenza” israeliana e la volontà di dimostrare che nessun luogo è sicuro per Hamas.
Tuttavia, questa stessa azione rischia di ritorcersi contro Israele: l’attacco in un’area diplomatica di Doha mette in difficoltà non solo il Qatar, ma anche gli Stati Uniti, che vi hanno una delle basi militari più strategiche (Al-Udeid). In altre parole, l’operazione mina la percezione di Israele come alleato affidabile, capace di coordinarsi con Washington.
Il ruolo di Donald Trump appare bivalente e politicamente calibrato. Da un lato, egli insiste sul fatto che la decisione sia stata interamente di Netanyahu, cercando così di scaricare la responsabilità e tutelare i rapporti con l’emiro. Dall’altro, definisce l’eliminazione di Hamas come “obiettivo lodevole”, un messaggio che strizza l’occhio alla base pro-Israele negli Stati Uniti. La promessa fatta al Qatar ”Non succederà più” va letta come un tentativo di rassicurare un alleato cruciale (ricco di gas, mediatore internazionale e ospite di basi strategiche americane) senza però alienarsi completamente il sostegno israeliano.
Trump si pone quindi come ponte tra le parti, trasformando quello che definisce “incidente sfortunato” in un’occasione per rilanciare il suo ruolo di “pacificatore”, un’immagine utile anche sul piano interno.
Giorgia Meloni ha espresso solidarietà al Qatar e riaffermato la contrarietà a ogni escalation. Questo riflette la tradizionale postura europea, più attenta alla stabilità regionale e meno disposta ad avallare operazioni unilaterali israeliane fuori dai teatri di guerra dichiarati.
L’attacco a Doha rischia di compattare ulteriormente le opinioni pubbliche contro Israele, fornendo al Qatar un’occasione di rafforzare la propria leadership simbolica, come difensore della sovranità araba.
E’ prevedibile che il Qatar porti la questione al Consiglio di Sicurezza, denunciando l’attacco come una violazione dell’art. 2 della Carta ONU, rafforzando così il proprio ruolo di attore legittimista e multilateralista.
La posizione dell’emiro del Qatar si muove lungo tre assi principali: difesa della sovranità nazionale, denuncia l’attacco come terrorismo di Stato e violazione del diritto internazionale.
L’emiro propone nei fatti una risposta collettiva araba e islamica, trasformando la propria vulnerabilità in leva politica, riaffermando il Qatar come attore imprescindibile nei processi di mediazione, anche in relazione agli Stati Uniti.
Se Israele intendeva indebolire Hamas colpendo a Doha, l’effetto collaterale potrebbe essere quello di rafforzare politicamente l’emiro Al Thani, trasformandolo in simbolo di resistenza e di legittimità sovrana di fronte all’azione forte di un alleato occidentale che potrebbe apparire fuori controllo, ammesso che non sia qualcosa di diverso dietro le quinte.





