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Ombre nel Mar di Corea: la missione dei SEAL tra realtà e narrazione

Il New York Times ha riportato una presunta operazione dei Navy SEAL del 2019 che sembra costruita per catturare l’immaginazione del lettore: un sottomarino nucleare avvicinato alle coste nordcoreane, due mini-sottomarini “bagnati” con incursori immersi in acqua a 4 °C per due ore, l’obiettivo di piazzare un dispositivo elettronico per spiare Kim Jong-un durante i colloqui con Donald Trump, fino allo scontro con un peschereccio di civili. Una trama che a un’analisi tecnica solleva più perplessità che conferme.

Dal punto di vista strategico, infiltrare forze speciali in Corea del Nord proprio mentre Washington cercava una storica apertura diplomatica sarebbe stato un azzardo quasi suicida. Se scoperta, la missione avrebbe distrutto i negoziati e rischiato di innescare una crisi nucleare. A fronte di questo, il beneficio di un singolo apparato di ascolto appare marginale.

Sul piano operativo, gli elementi non tornano. Un sommergibile a propulsione nucleare lungo oltre 150 metri difficilmente può avvicinarsi inosservato a una costa blindata come quella nordcoreana. Inoltre, nessun comando americano approverebbe un’operazione “alla cieca” senza droni, sorveglianza in tempo reale o ridondanza nei sistemi di comunicazione: l’assenza di queste componenti contrasta con la dottrina delle forze speciali USA, fondata sul controllo e sulla minimizzazione del rischio.

Il presunto scontro con un peschereccio di civili è il punto più fragile della narrazione. Che i SEAL abbiano aperto il fuoco per errore, e poi occultato i corpi, stride con le regole d’ingaggio, estremamente rigide proprio per evitare incidenti internazionali incontrollabili. L’episodio viene reso ancora meno credibile dall’asserita “invisibilità” dei pescatori agli occhiali per la visione notturna, dettaglio che tecnicamente non regge.

Il richiamo a una missione del 2005, mai confermata, serve a dare continuità ma non aggiunge elementi di prova. In realtà, le operazioni più delicate restano classificate per decenni e raramente emergono con dettagli tanto cinematografici, se non con un obiettivo politico preciso.

Ed è questo il punto centrale: la vicenda appare più come un racconto costruito a posteriori che come la cronaca di un’operazione realmente condotta nei termini descritti. Una narrazione che sembra funzionale non tanto a spiegare la Corea del Nord, quanto a minare la credibilità di Donald Trump e della sua apertura verso Kim Jong-un. Il risultato, però, è una ricostruzione goffa, che rischia di rivelare più l’intento politico che la realtà dei fatti.

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  • Redazione

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