
Gli ex progressisti. Schlein, l’abbraccio populista e il ritorno al passato antioccidentale della sinistra
«Il potere politico nasce dalla canna del fucile.»
— Mao Zedong
«Un popolo che non è guidato dalla ragione, ma dalla passione, si rovina da sé.»
— Senofonte, Elleniche, VI, 3
Introduzione: il paradosso della sinistra italiana
La sinistra italiana, per decenni cuore pulsante delle battaglie per i diritti civili, la giustizia sociale e l’integrazione europea, sta oggi attraversando una fase di profonda regressione culturale e politica. Non è soltanto l’effetto collaterale del populismo dilagante, né l’ennesimo ciclo di ripiegamento identitario: ciò che stiamo osservando è un ritorno a un antioccidentalismo che sembrava definitivamente archiviato con la fine della Guerra Fredda.
Dalla simpatia per Putin e Xi Jinping, agli ammiccamenti verso Trump, fino a una crescente diffidenza verso l’Unione europea e la NATO, la sinistra italiana appare in una fase di mutazione genetica. Questo scivolamento verso posizioni sovraniste e minoritarie ha messo in crisi non soltanto l’identità originaria del Partito democratico, ma anche l’intera idea di riformismo che avrebbe dovuto costituire la sua bussola fondativa.
Le radici storiche: quando l’antioccidentalismo era ideologia
Nel Novecento, una parte consistente della sinistra italiana – erede del Partito comunista – si è sempre nutrita di diffidenza verso l’Occidente, considerato espressione del capitalismo, dell’imperialismo e della subordinazione culturale. Tuttavia, figure come Palmiro Togliatti e Enrico Berlinguer avevano sviluppato un approccio strategico e ponderato, capace di combinare difesa dei diritti sociali con un atteggiamento realista verso le democrazie occidentali e l’Europa.
Togliatti aveva introdotto la celebre “via italiana al socialismo”, basata su democrazia parlamentare e autonomia dal blocco sovietico, mentre Berlinguer aveva promosso il Compromesso storico e una politica europea di dialogo e distensione, senza rinunciare ai principi di uguaglianza e giustizia sociale. Questi leader guardavano all’Occidente non come nemico assoluto, ma come contesto in cui riformare la società dall’interno.
Oggi, invece, la nuova sinistra sembra aver abbandonato quella prudenza politica. Il passato antioccidentale torna in chiave puramente ideologica, senza realismo, senza strategia e spesso senza una reale comprensione del contesto internazionale.
Il ruolo di Elly Schlein: tra idealismo e populismo
L’ascesa di Elly Schlein alla guida del Pd è stata accolta con entusiasmo da chi sperava in un ricambio generazionale e culturale. Giovane, donna, cosmopolita, impegnata sui diritti civili e sull’ambiente: il suo profilo sembrava incarnare la modernità progressista. Tuttavia, la sua leadership ha progressivamente abbracciato un linguaggio e un’impostazione politica che strizzano l’occhio al populismo grillino e all’anti-establishment.
Il Pd schleiniano, invece di rafforzare la vocazione riformista e governista, ha preferito rincorrere il Movimento 5 Stelle sul terreno dell’assistenzialismo e della retorica anti-sistema. In questa prospettiva, le alleanze con Conte, Fratoianni e Bonelli non appaiono soltanto tattiche, ma il segnale di un cambio di paradigma: il campo largo non come piattaforma di governo, ma come fronte “contro” l’Occidente neoliberale, l’Europa “dei mercati” e la NATO “della guerra”.
Il risultato è che il Pd sta perdendo progressivamente la sua funzione di partito nazionale di governo, trasformandosi in una forza minoritaria, più attenta alla testimonianza ideologica che alla costruzione di alternative reali.
Dalla geopolitica all’assistenzialismo: il nuovo vocabolario della sinistra
La nuova sinistra sembra aver sostituito l’antico linguaggio del progresso e delle riforme con un lessico di contrapposizione permanente. L’Europa non è più il contesto in cui crescere e modernizzare il Paese, ma diventa “l’Europa dell’austerità”. La NATO non è più garanzia di sicurezza, ma “strumento di guerra”. Gli Stati Uniti non sono più il partner strategico, ma “l’impero del capitalismo”.
Parallelamente, sul piano interno, la politica economica si riduce alla difesa di misure assistenzialistiche e simboliche: dal reddito di cittadinanza al salario minimo concepito più come parola d’ordine che come riforma strutturale. Tutto questo contribuisce a consolidare un’immagine di sinistra che non propone soluzioni di governo, ma enuncia slogan contro il “sistema”.
Il rapporto ambiguo con le potenze autoritarie
Un altro elemento che rivela il ritorno a un antioccidentalismo di maniera è il rapporto ambiguo con le potenze autoritarie. Se la condanna dell’invasione russa in Ucraina è stata netta sul piano formale, non sono mancati distinguo, reticenze e soprattutto un atteggiamento giustificazionista.
Allo stesso modo, verso la Cina di Xi Jinping si mantiene un atteggiamento indulgente, spesso motivato da considerazioni commerciali ma giustificato con l’argomento del “multipolarismo”. Persino nei confronti di Trump – un leader che rappresenta l’apice del populismo reazionario – non mancano aperture tattiche, soprattutto quando la sua figura viene presentata come contropartita al “globalismo liberal”.
Si tratta di un atteggiamento che mina alle radici la credibilità internazionale della sinistra italiana e che rischia di marginalizzare il Paese nelle dinamiche geopolitiche europee e globali.
Dove la sinistra storica ci insegna la via del riformismo
Il confronto con Togliatti e Berlinguer mostra quanto sia distante il percorso attuale. Mentre la sinistra storica sapeva mediare tra ideali e realtà, costruire coalizioni funzionali e tutelare l’Italia in Europa, la nuova sinistra tende a ideologizzare ogni scelta, sacrificando efficacia politica e credibilità nazionale.
Il PD odierno, pur raccogliendo l’eredità storica del Pci, sembra dimenticare la lezione più importante: il riformismo è forza, non debolezza, e la politica è arte del possibile, non solo denuncia dell’imperfezione altrui.
Conclusione: tra forza e rovina
Le epigrafi di Mao e di Senofonte illuminano perfettamente la traiettoria della sinistra italiana. Da un lato, il richiamo al potere come forza nuda, che riduce la politica a scontro permanente; dall’altro, l’antico avvertimento: quando la politica abbandona la ragione per abbandonarsi alla passione, la rovina è inevitabile.
La sfida della sinistra italiana non è inventare nuovi slogan contro l’Occidente, ma tornare a interpretare la sua vocazione originaria: costruire una società più giusta dentro l’orizzonte della democrazia liberale, dell’Europa e dell’Alleanza atlantica, apprendendo le lezioni di Togliatti e Berlinguer. Senza questo ritorno al realismo riformista, ogni battaglia sarà solo testimonianza, e ogni vittoria elettorale un fuoco fatuo.





