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SVEGLIA, O DIVENTEREMO TUTTI CINESI

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Sto osservando, sorridendo ma amaramente, lo sviluppo della politica interna. Quello che avevo pensato – e detto – potesse succedere, sta avvenendo. Ma è in particolare sulla politica internazionale che continuo a verificare la veridicità della mia accusa di una responsabilità immensa nel non avere – ancora oggi – colto cosa sta succedendo nel mondo. Lo so che i sogni infranti sono dolorosi: ma non accettarli non cambia di una virgola il loro destino e ritarda il decidere cosa fare in alternativa.
Veniamo al dunque. Improvvisamente qualcuno si accorge che non esiste più il mondo monocolorato degli USA e dell’Occidente. Che i BRICS + sono una realtà che ha contestato, ed è già vincente, questo predominio. Che ne predispone uno tutto targato di nuovo. Ancora non si è deciso di capire che, di conseguenza, la situazione americana e la sconfitta pesante del suo stesso essere – in economia, in politica, in potere militare, in potere monetario – va vista in tutta altra ottica di quella attuale e della sola valutazione delle bizze di Trump e dei suoi tentativi di regime. E così tarda una reazione “occidentale”. Indispensabile. Irrinunciabile. Irrimandabile.
«Il Resto del Mondo arriva in queste ore a Pechino, alla corte di Xi Jinping, per omaggiarlo in una serie di eventi con cui la superpotenza asiatica aspira a consacrare la propria centralità geopolitica. Il Resto del Mondo: cioè tutti fuorché noi occidentali». Lo scrive CorSera. E opportunamente ricorda che, prima della “parata della vittoria” (con la quale la stessa storia mondiale viene “messa in revisione”) del 3 settembre, Xi Jinping presiederà il 25° vertice del Consiglio dei Capi di Stato dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) 2025, uno dei più importanti appuntamenti di diplomazia tra capi di Stato e di governo dell’anno. Per chiarire, la SCO è una delle organizzazioni con cui «la Repubblica Popolare tesse la tela delle sue alleanze, disegna le mappe del nuovo ordine globale sino-centrico». Si affianca ad altre iniziative, tra le quali la correlata iniziativa di sicurezza GSI, che sono le più segnate dall’egemonia cinese.
Leader di oltre 20 Paesi e 10 organizzazioni internazionali parteciperanno a questo ultimo vertice. L’elenco è impressionante. Ci va anche l’ONU, e fa bene: sarebbe giusto, finalmente, capire cosa bolle in pentola. Anzi cosa è già brodo. La Cina userà il vertice come un’opportunità per illustrare un ordine internazionale post-americano con qualcosa che non è solo una proposta politica, ma una vera teoria. Quella che sfida le dottrine occidentali delle relazioni internazionali, come il realismo (o realpolitik) e il liberalismo. Quella che propone una sua visione del mondo in un’ottica fondata su parametri del tutto “nuovi” tra i quali un’idea della sicurezza opposta a quella occidentale (garantire la propria sicurezza, cercando di costruirla sull’insicurezza altrui e pensando alle alleanze in questa logica) e che invece propone la tesi della “indivisibilità della sicurezza” che «spinge la governance globale a passare dalla frammentazione all’integrazione sistemica». Capito cos’è?
Non giriamoci attorno: non è una risposta a Trump quella che si è apparecchiata. E’ un’operazione che è stata costruita in almeno 30 anni. E’ una proposta drammaticamente falsa nelle premesse, nella costruzione della filosofia che la sostiene, nel revisionismo storico che l’accompagna, nella illustrazione delle finalità che nascondono, all’ombra di una vera e propria cultura millenaria, la mai sopita tradizione dell’impero cinese, fatta di colonialismo e di vassallaggio in cambio di sicurezza. La proposta di un regime.
L’occidente è assente nella presenza fisica a questi summit. Ma è assente anzitutto in una proposta alternativa: che non esiste e neanche si è iniziata ad elaborare. E questo è un dramma: i fasti dei tempi passati, la pretesa antica superiorità culturale non possono essere il materasso sul quale sdraiarsi e dormire. Non è solo l’ immigrazione e la bomba demografica dell’Africa che devono farci pensare, non solo il radicalismo arabo e l’espansione della filosofia maomettana: è drammatica soprattutto la perdita di valori che non abbiamo sostituiti con altri dello stesso spessore che sta portando ad una perdita della cultura occidentale. In essa, la certezza del primato della democrazia. Tutti temi da noi “desaparecidi”.
Lo spettacolo di questi giorni, in occidente ed ancor più in Europa – dell’Italia neanche a parlarne – dice che ogni confronto è dedicato a fatti, certo meritevoli di attenzione, che sono però le briciole di un più grosso problema, maturato nella nostra ignavia. Che mette in discussioni chi siamo. E noi persi nel dire da dove veniamo.
Quel che va in scena in questi giorni è la richiesta cinese di comandare il mondo, accompagnato dalla disponibilità del “Grande Sud globale” a legittimarne obiettivi e persino la narrazione.
Questo è. Possiamo anche non crederci: ma in tal caso suggerirei di imparare il cinese, tanto per cominciare.

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  • Redazione

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