Fossi in Decaro non mi candiderei.
Nella Regione (che è anche la mia e nella quale sto in questo momento, prima di tornare a Rimini) dove un assessore regionale, pupillo di Emiliano, per rimanere libero, deve dimettersi sia da assessore che da consigliere regionale eletto con grande suffragio, io fossi Decaro, non mi candiderei.
Da parlamentare europeo con un importante ruolo in Europa, poi.
Basterebbe questo. Ma c’è di più.
Gli chiedono di candidarsi a presidente con altri due presidenti in consiglio.
Attenzione, non due Goria, cioè presidenti semi tecnici di passaggio, no.
Due presidenti che hanno fatto la storia della Regione e vogliono continuare a farla.
Uno, Emiliano, che è diventato politico perché magistrato e vuole rimanere politico attivo perché pur essendo magistrato non vuol tornare a fare il magistrato attivo. Come attività.
E’ un ragionamento un po’ confuso ma chiaro. Credo.
L’altro, un po’ si annoia. Checco Zalone è un po’ che non fa un film per colmare la sua assenza, un film per tenere il vendolismo in aleggiamento perpetuo, e quindi, lui si sente assente.
I figli crescono. Gli amori passano. Non accetta di non essere gradito da chi lui non gradisce. E quindi fa un suo film.
La trama fa ridere. Più di Zalone. Checco mi perdoni.
E’ questa: carrroo Decarrroo, torno io, perché solo con me può tornare la civiltà dell’olio d’oliva, pur senza gli ulivi, sterminati dalla Xilella, la versione pugliese del “genocidio”…
Capite?
Meh…Decaro, stai a Bruxelles, stai. Senti a me…




