
“Quanto è costato il 7 ottobre?” – il costo che non si riesce a calcolare
La verità scomoda è che una cifra univoca oggi non esiste in pubblico. Quello che possiamo ricostruire sono le voci di costo: addestramento, logistica, droni commerciali modificati, alianti, esplosivi, razzi e propellenti, intelligence, comunicazioni, e – soprattutto – anni di pianificazione. Fonti istituzionali confermano che il canale di finanziamento più rilevante è stato (ed è) l’Iran, con stime che, a seconda dei periodi, vanno da 70–100 milioni fino a circa 350 milioni di dollari l’anno diretti a Hamas e ad altri gruppi palestinesi: è denaro che, una volta nel circuito, finanzia tanto l’apparato militare quanto la resilienza organizzativa che rende possibili attacchi complessi.
È importante però non confondere talune cose. Il costo dell’operazione del 7 ottobre è una minima parte rispetto al capitale organizzativo accumulato negli anni: reti, quadri, infrastrutture sotterranee, canali di trasferimento fondi, società-schermo, “benefattori” e raccolte pseudo-caritative. Il punto non è un bonifico singolo, è il sistema che ha reso possibile l’evento.
Il sostegno finanziario e tecnico-militare iraniano è il pilastro più documentato. Washington e analisi del Congresso riportano incrementi fino a 350 mln $/anno in talune fasi. Dal 2022 gli Stati Uniti hanno sanzionato un “Hamas Investment Office” e una costellazione di società in Turchia, Sudan, Algeria, Emirati, ecc., stimando asset per oltre 500 mln $ nei periodi di picco.
Questo portafoglio fa da polmone, diversifica, ricicla, remunera quadri all’estero e, quando possibile, riversa fondi verso Gaza.
Per anni Hamas ha ottenuto entrate tassando beni e commerci (inclusi carburanti e aiuti), e imponendo dazi alle merci che entravano via Egitto/Israele. Stime approssimate parlano di decine di milioni al mese, con alcune valutazioni molto più alte. È denaro di “governo”, che però alimenta anche l’ala militare.
Doha ha versato centinaia di milioni per stipendi pubblici, famiglie indigenti e carburante (talora 30 mln $/mese), con l’assenso – variabile negli anni – di Israele. Ufficialmente non “a Hamas”, ma in un ambiente in cui il controllo di Hamas sugli snodi civili generava rendite indirette (tasse, cambi, preferenze distributive).
Nei fatti una zona grigia tra umanitario e politica di contenimento, con raccolte fondi e pseudo-carità all’estero: dagli USA al Regno Unito, fino a Turchia e Golfo. Network “caritatevoli” collegati a Hamas sono stati colpiti ripetutamente da sanzioni coordinate (ott.–dic. 2023; gen. e mar. 2024; ott. 2024; giu. 2025). Un caso-simbolo è “Gaza Now” e partner/fiduciari britannici, sanzionati congiuntamente USA–UK.
Esiste anche un canale digitale ma – dopo sequestri e designazioni – risulta più circoscritto e ad messo in difficoltà, come ad esempio con le sanzioni e azioni legali su BuyCash e altri MSB.
Il denaro di Hamas non viaggia solo tra Gaza e Teheran, transita per capitali finanziarie, hub logistici, mercati immobiliari e societari dove è possibile mimetizzarsi tra milioni di transazioni legittime.
Londra è uno snodo globale: diritto flessibile, finanza sofisticata, grande ecosistema NPO. Dal 2021 l’intera Hamas è proscritta (non più solo le Brigate Qassam) e dal 2023–2025 il Regno Unito ha co-sanzionato reti di fund-raising con gli USA, rafforzando congelamenti e asset freezes (OFSI). In parallelo, la Charity Commission ha moltiplicato interventi disciplinari verso enti che deviano scopi o amplificano contenuti pro-Hamas.
La consapevolezza c’è, la reputazione conta, ma la procedura legale è lenta e probatoria.
Dopo il 7 ottobre, cicli di sanzioni mirate hanno colpito facilitatori in Turchia, Qatar, Sudan, Algeria, oltre a istituti finanziari di comodo e ONG di facciata. Documenti FinCEN e la Strategia USA contro l’Illicit Finance danno a banche e fintech indicatori di rischio su transazioni legate all’ecosistema iraniano e a reti “charity-abuse”.
A Gaza la rete di tunnel – la “metro di Gaza” – è stata per anni infrastruttura logistica e finanziaria: merci, cash, uomini. Le stime sulla lunghezza variano (dichiarazioni Hamas fino a ~500 km; valutazioni israeliane fino a 350–450 miglia/km in certi report; l’IDF ha spesso evitato numeri ufficiali). In ogni caso, è una rete estesa, parte militare, parte fiscale: ogni valico, ogni condotto, è opportunità di rendita. Perché chi paga lo fa? (fede, calcolo, ideologia, “realpolitik”)
Stati e donatori ideologici vedono Hamas come resistenza, con il finanziamento che diventa atto identitario.
Per taluni attori regionali, sostenere stipendi/servizi può comprare quiete e influenza, tenendo sotto controllo crisi umanitaria e ricadute interne.
Alcuni “benefattori” e società d’investimento vicine a Hamas guadagnano con fee, margini su cambi, appalti e immobili. Le sanzioni 2022–2024 hanno proprio colpito questi ingranaggi.
Quando l’Occidente finanzia l’umanitario ma non può toccare Hamas, il differenziale (tasse, controllo dei flussi) diventa rendita per chi governa di fatto la Striscia. È una stortura strutturale dei teatri dove un gruppo armato coincide col “governo”.
Perché le istituzioni occidentali “non riescono a prendere posizione” netta contro i flussi? Non è (solo) viltà. È una sorta di contraddizione derivata dai principi riguardanti libertà civili e sicurezza: in UK/USA/UE esistono soglie probatorie, tutela della libertà di espressione/associazione e spazi legali per le NPO.
Dimostrare che un euro “a Gaza” sia material support a Hamas richiede catene documentali complesse. Gli standard FATF sull’abuso delle NPO nei fatti limitano gli interventi autenticamente umanitari e “premiano” i canali illeciti.
Chiudere i rubinetti in modo indifferenziato può peggiorare la crisi e alimentare e alimentare una ulteriore radicalizzazione.
Ecco perché, anche dopo sospensioni, molti paesi hanno riattivato fondi umanitari (es. al sistema ONU) con controlli più severi.
Londra, come altri hub, avversa casi concreti (sanzioni, warning, inchieste), ma evita posture che criminalizzino l’intero settore non-profit o comunità diasporiche.
Le banche/fintech devono usare gli indicatori di FinCEN e dei risk assessment nazionali (2024) per elevare il controllo su schemi di bypass (MSB, crypto, prepagate, P2P).
I partner regionali che inoltrano fondi a Gaza devono accettare le regole di trasparenza (monitoraggio terzo) e clausole anti-rendita: aiuti che minimizzano possibilità di tassazione parassitaria o utilizzo da parte di un attore armato.
Nei fatti il problema riguarda flussi off-shore, portafogli occulti, finte donazioni, tassazioni opache, come pure tunnel che sono insieme geologia e contabilità
Se chiedi “Quanto è costato il 7 ottobre?” La risposta onesta è: è costato gli anni in cui il sistema del denaro non ha preteso piena luce. E se domandi “Perché l’Occidente esita?” La risposta è: perché tiene insieme libertà, diritto e soccorso, e ogni scelta drastica ha un prezzo umano. Ma la strada c’è: colpire le persone-chiave e i veicoli finanziari, e proteggere la linfa umanitaria con regole dure quanto chiare.





