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ISRAELE DI FRONTE A SCELTE DIFFICILI

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Proteste in Israele con una mobilitazione senza precedenti

Lo sciopero nazionale del 17 agosto e le manifestazioni diffuse in tutto il Paese hanno segnato una svolta nella dinamica politica interna israeliana. La presenza stimata di mezzo milione di persone a Tel Aviv e centinaia di migliaia in altre città ha trasformato le proteste da episodiche a strutturali. Il Forum delle Famiglie degli Ostaggi si conferma catalizzatore del dissenso: non si tratta solo di una battaglia politica, ma di un movimento sociale capace di erodere la legittimità della linea di Netanyahu.

La repressione moderata (arresti e idranti) segnala che la polizia sta cercando di contenere senza alimentare lo scontro, ma se le proteste continueranno e cresceranno, non si potrà escludere un aumento della violenza interna. Prospettive interne: Possibile spaccatura nel Likud tra falchi fedeli a Netanyahu e figure più pragmatiche, preoccupate per la perdita di consenso. L’opposizione potrebbe sfruttare la mobilitazione di piazza per forzare l’ipotesi di elezioni anticipate o almeno un rimpasto di governo.

Il rischio maggiore per Netanyahu è che la protesta si trasformi in una contestazione permanente, riducendo la sua capacità di manovra diplomatica e militare. Gaza – crisi umanitaria e pressione militare. Il raid sull’ospedale Al-Ahli con almeno 7 morti si aggiunge a un bilancio umanitario già catastrofico: oltre 62.000 palestinesi uccisi e centinaia di migliaia di sfollati. La strategia israeliana sembra puntare a un logoramento progressivo: attacchi mirati su strutture civili strategiche, pressione umanitaria (fame, carenza di acqua ed elettricità), combinati con preparativi per una nuova offensiva terrestre.

Una nuova offensiva su Gaza City rischia di trasformarsi in una battaglia urbana prolungata, con perdite altissime e conseguenze politiche devastanti. Lo spostamento forzato di civili verso sud potrebbe essere interpretato come pulizia etnica, acuendo le accuse internazionali e aprendo la strada a procedimenti giudiziari a livello ONU o Corte Penale Internazionale. Hamas, pur logorato, ha interesse a mantenere il conflitto aperto per rafforzare la sua posizione negoziale e politica, sfruttando la sofferenza civile come strumento di pressione internazionale.

L’accettazione da parte di Hamas di una tregua di 60 giorni rappresenta un momento di svolta. La proposta prevede scambio di prigionieri, rilascio parziale degli ostaggi, sospensione delle ostilità e incremento degli aiuti umanitari. Israele si è impegnata a dare una risposta entro venerdì 22 agosto, ma la coalizione di governo è divisa: Gli ultranazionalisti (Smotrich, Ben-Gvir) minacciano di far cadere il governo in caso di tregua. L’opposizione centrista (Lapid, Gantz) spinge invece per accogliere almeno una pausa umanitaria.

Accettare la tregua significherebbe per Netanyahu guadagnare tempo e attenuare la pressione interna, ma al costo di incrinare la tenuta della sua coalizione. Rifiutare significherebbe consolidare l’appoggio dell’ala radicale, ma esporre Israele a isolamento crescente e a un aggravarsi delle proteste interne. Una terza opzione è una tregua parziale,accettata come “soluzione tecnica”, che permetterebbe a Netanyahu di non apparire debole e allo stesso tempo gestire il rilascio graduale degli ostaggi. Offensiva su Gaza City e impatto politico-militare Netanyahu e i vertici militari parlano di “offensiva finale” per conquistare Gaza City, considerata l’ultima roccaforte urbana di Hamas.

Diversi sono gli scenari possibili.

Scenario A: offensiva totale: Israele lancia l’attacco terrestre, causando decine di migliaia di nuovi sfollati e un’ondata di condanna internazionale. Rischio di incrinare le relazioni con USA e UE, mentre paesi arabi potrebbero sospendere contatti diplomatici.

Scenario B: offensiva limitata: Operazioni mirate per colpire leadership di Hamas, evitando un assalto su larga scala. Meno rischi politici, ma probabile scarsa efficacia nel lungo termine.

Scenario C: rinuncia temporanea: Netanyahu accetta una tregua e congela l’offensiva. Ciò aprirebbe un percorso negoziale, ma esporrebbe il premier ad accuse di resa da parte della sua stessa coalizione.

La comunità internazionale è sempre più critica, con accuse di uso della fame come arma di guerra e violazioni del diritto internazionale umanitario. Va aggiunto che il 7 ottobre 2023 viene poco rammentato, comprese le barbarie di Hamas.

Washington resta l’attore decisivo; l’amministrazione americana ha finora protetto Israele in sede ONU, ma la prosecuzione della crisi umanitaria rischia di rendere politicamente insostenibile questo sostegno. UE e ONU: spingono per una tregua immediata e potrebbero inasprire misure diplomatiche o economiche contro Israele se l’offensiva proseguirà.

L’Egitto e Qatar si muovono come mediatori, ma Arabia Saudita e Giordania hanno minacciato di interrompere i processi di normalizzazione se l’escalation continuerà.

Israele è ora sospesa tra due strade opposte: diplomazia e tregua, salvare vite, raffreddare le proteste interne e preservare rapporti internazionali, al prezzo di divisioni interne nella coalizione di governo, oppure tentare di annientare Hamas con una battaglia sanguinosa a Gaza City, rischiando però isolamento globale, frattura interna e destabilizzazione politica.

La mobilitazione popolare e la pressione internazionale rappresentano oggi fattori nuovi e decisivi. Netanyahu è stretto in una morsa: qualsiasi scelta rischia di indebolirlo, ma il costo di non scegliere potrebbe essere ancora più alto, lasciando Israele in una spirale di guerra senza uscita e con crescente instabilità interna.

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  • Redazione

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