
La maschera dello spionaggio francese in Algeria
La luce francese sta tramontando ormai inesorabilmente nel suo mondo ex coloniale; dagli stati saheliani dove splende sempre più luminoso il sole della Russia, e non solo, all’area del Maghreb costantemente più attratta dal Brics+ ritenuto il nuovo orizzonte, Ordine, planetario, ma aperti anche a relazioni internazionali purché non francesi.
Così anche l’articolato rapporto tra Francia e Algeria segnala elementi che minano le relazioni tra queste due nazioni, dove l’ex colonia nordafricana manifesta intolleranza crescente verso l’ingombrante storia con Parigi e ora anche verso ogni aspetto della sua presenza nel Paese.
Giovedì 14 agosto, i quotidiani algerini, il francofono L’Expression e l’arabofono El Khabar, ambedue filogovernativi, hanno pubblicato sulla loro prima pagina un articolo dedicato all’Istituto Francese di Algeri, accusato, senza la minima reticenza, di essere un covo di spie pagate da Parigi. L’eco di questa notizia è stato amplificato la sera stessa dal canale pubblico ENTV che nella edizione delle ore 20 del telegiornale ha riportato quanto scritto dai due quotidiani.
Secondo questi comunicati il centro culturale sarebbe utilizzato dalla Direzione Generale della Sicurezza Esterna francese con il fine di reclutare algerini a scopo spionistico. Questa accusa va probabilmente inserita anche nel quadro dell’arresto, avvenuto in Francia ad aprile di questo anno, da parte della giustizia francese, di un funzionario consolare algerino; arresto effettuato nel quadro di un’indagine giudiziaria francese su presunte responsabilità algerine nel rapimento dell’influencer Amir Boukhors nel 2024.
Comunque le accuse dei media algerini fanno riferimento all’apertura di un ristorante all’interno dell’Istituto Francese di Algeri, ma che in realtà è un’area riservata dove si organizzano incontri segreti tra agenti della Cancelleria e giovani algerini, che secondo i quotidiani citati sarebbero soggetti emarginati o ingenui; affermazione che personalmente mi fa sorgere dubbi in quanto per certi profili è richiesta una notevole abilità e scaltrezza, a meno che non siano utilizzati per “scopi terminali”.
El Khabar riporta il caso di Mohamed Amine Aissaoui, come conferma dell’utilizzo di queste segrete modalità di ingaggio; un ex jihadista dell’Isis tornato dall’Iraq che viene utilizzato come infiltrato in ambienti “interessanti” della politica algerina nel suo complesso. Aissaoui ha rilasciato una dichiarazione a dicembre 2024, narrando la sua storia di infiltrato, al soldo di Parigi, tra i meandri della politica algerina. Al ritorno dall’Iraq dopo il 2014 fu contattato dai servizi segreti francesi tramite una agenzia di cooperazione educativa operante all’epoca presso l’Istituto Francese di Algeri. La sua testimonianza trasmessa in televisione ha chiaramente scaturito indignazione e preoccupazione nella classe dirigente algerina e non solo.
Quindi, quello che emerge da queste notizie è che dietro le mura degli istituti francesi, non vengono distribuiti libri, ma “pizzini” e istruzioni specifiche.
Ricordo che l’Algeria emerse barcollante dopo 132 anni di colonizzazione francese (1830-1962); con fiducia ma anche con una maturità politica, si aprì in modo diverso alla Francia, alla quale venne concessa l’apertura di cinque sedi per ospitare gli istituti francesi di Algeri, Tlemcen, Orano, Annaba e Costantina. Lo scopo di questi centri era quello di favorire scambi culturali, e promuovere legami tra i due popoli, senza profitto da nessuna parte; insomma una concessione da parte algerina nella speranza di rafforzare un partenariato basato sulla parità di potere, sul rispetto, in un periodo quello della post-indipendenza, estremamente politicamente delicato. Tuttavia la Francia impantanata – come ancora oggi- nei suoi vecchi domini coloniali, ereditiera della macabra e sinistra Oas, Organizzazione armata segreta (Organisation armée secrète), gruppo paramilitare attivo tra il 1961-62 durante la guerra di indipendenza algerina (1954-1962), non rispettò né la generosità algerina né l’impegno preso. Quindi sulla linea dell’arroganza coloniale mai spenta, questi luoghi divennero miniere di interessi economici, ma soprattutto centri di influenza politica. Così la collaborazione culturale cedette velocemente il passo alla rendita economica e alla manipolazione.
Tra questi i corsi di francese, la certificazione DELF/DALF, ma soprattutto il test TCF, obbligatorio per ogni studente algerino che voglia recarsi in Francia per studiare. Risulta che queste sessioni di esami estivi portino nelle casse francesi oltre 20 milioni di dinari al giorno, circa 132 milio di euro. Un impegno economico con connotati da “pedaggio”, che incombe ovviamente sulle risorse personali degli algerini. Ma questa è la punta dell’iceberg, in quanto è verosimile che la realtà che è mascherata dietro questi corsi sia quella di avere informazioni, creare profili, reclutare contatti locali e inviare informazioni direttamente a Parigi. Così quello che la stampa algerina sostiene, a mio avviso non a sproposito, è che dietro a queste pseudo cooperazioni franco-algerine aleggiano interferenze, raccolta dati, manipolazioni e “segreti”. Così anche frequentare questo ristorante non è cosa semplice per l’algerino medio, infatti risulta che i prezzi siano smisurati al fine di selezionare la clientela e mantenere nei segreti “privé” segreti colloqui.
Tutto ciò ha ora allargato la frattura tra Algeri e Parigi, e quanto potrà costare all’Istituto Francese di Algeri l’evidente deterioramento dei rapporti tra Francia ed Algeria che ha raggiunto livelli senza precedenti?
Gli algerini vedono dopo queste “news” la loro generosità e la loro fiducia calpestata dalla “sindrome ex coloniale” francese; luoghi di cultura trasformati in basi di spionaggio, avamposti francesi del business, nicchie di evasione fiscale.
Una verità oggi resa nota, che suggella il tradimento francese che considerano parallelo alla grande ipocrisia e all’odio espressi nei confronti del popolo algerino.
Insomma una maschera dello spionaggio francese nascosta dietro le facciate ridipinte dei centri culturali e dei discorsi di cortesia.
Ma è noto che lo spionaggio è la linfa vitale occulta delle relazioni internazionali e il palcoscenico ex coloniale in generale, accoglie gli “sceneggiati” più articolati e tortuosi; il film “Casablanca” del 1942, con Humphrey Bogart e Ingrid Bergaman, ambientato in Marocco ex colonia francese si collocherebbe ancora benissimo su questo scenario.





