
Cadaveri come fertilizzante. L’essere umano ridotto ad un cumulo di carne e ossa da utilizzare in chiave ecologica, in base ad un’ecologia materialista e satanica, disumana e sacrilega, perfettamente in linea con le logiche di un’eutanasia diffusa e dell’eugenetica come metodi di riduzione della popolazione.
Mercoledi 13 scorso, il quotidiano La Verità riferiva che secondo il «British medical journal», divulgatore del contrasto al cambiamento climatico, è ora di abbandonare la sepoltura e di trasformare i cadaveri in «compost».
Millenni di ritualità per onorare i morti e per elaborare il lutto, finiscono nella miserabile, satanica idea di prendere il nonno e farne fertilizzante.
Uno dei maggiori esponenti del British medical journal, il dottor Richard Smith, ha proposto in un articolo del 17 marzo 2023 di compostare la salma di Benedetto XVI, opportunità “andata persa” e ha citato l’enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune, affermando che Francesco “di sicuro non perderà l’occasione di farsi compostare”. Francesco è finito in una tomba ben custodita da legno e marmo, alla faccia della casa comune e del British medical journal.
Più avanti, in questo articolo, ripubblico per intero quello di Richard Smith, che mi pare un classico esempio di dove ci possa condurre la follia dell’emergenza climatica, del green e del materialismo, che ha trovato, nell’enciclica di Jorge Mario Bergoglio un supporto che deve farci meditare sui messaggi di Francesco, per nostra fortuna ormai sepolti con lui.
L’insistenza dei britannici su temi come quello in esame va nella direzione del nichilismo, del materialismo più bieco, della desacralizzazione dell’essere umano, contrasta con il culto dei morti che esiste da quando esiste l’essere umano sul pianeta Terra e distrugge la consolazione che deriva dall’elaborazione del lutto.
Il culto dei morti è una pratica universale, che attraversa millenni e culture, riflettendo il rapporto dell’umanità con la morte, l’aldilà e la memoria collettiva.
Le prime evidenze di culto dei morti risalgono al Paleolitico Medio (circa 100.000 a.C.), con sepolture intenzionali come quelle dei Neanderthal, dove i corpi erano deposti con cura, talvolta con fiori o oggetti, suggerendo credenze in un’Aldilà o comunque un rispetto per i defunti.
Con l’avvento del Neolitico e dell’agricoltura, le sepolture diventano più complesse. Tombe megalitiche indicano rituali comunitari e una connessione tra i morti e la terra. I defunti erano spesso sepolti con corredi funebri (utensili, gioielli), segno di una credenza nella continuità dell’esistenza. La morte era probabilmente vista come un passaggio, con i defunti che assumevano un ruolo di protettori o intermediari con il divino.
Nei millenni il culto dei morti si è sviluppato nelle varie civiltà, con ritualità diverse, ma aventi un tratto comune: onorare la memoria del defunto, consentire a coloro che lo hanno stimato ed amato di elaborare il lutto e onorare il corpo in quanto proiezione materiale dell’anima e veicolo terreno del nucleo essenziale dell’essere umano, il Sé, per usare un termine della psicologia moderna.
Alcuni studiosi di etimologia collegano l’etimo di “umano” alla parola latina “humus”, che significa “terra” o “suolo”. Questo legame suggerisce l’umano è inteso come parte della terra, legato alla natura e ai suoi cicli, ma dell’essere umano il sostantivo è “essere” e l’aggettivo è umano.
Per quanto riguarda l’essere, senza voler entrare nella sua definizione nel corso della storia della filosofia, Aristotele lo definisce come “l’ente in quanto ente”, cioè ciò che accomuna tutto ciò che esiste, al di là delle sue proprietà particolari. L’essere è quindi la sostanza (ousia), ciò che rende una cosa ciò che è.
Accanto a ousia, ossia a sostanza, sinolo di materia e di forma, abbiamo “tί ἦν εἶναι” (tí ên eînai), espressione greca che si traduce letteralmente con “che cosa era l’essere” o “ciò che una cosa era” ed è un termine tecnico nella filosofia greca antica, spesso reso come “essenza”. In particolare, si riferisce all’essenza di una cosa, ovvero ciò che la rende quella cosa e non qualcos’altro. Mentre “ousia” (οὐσία) può riferirsi sia all’essenza che all’esistenza di una cosa, “tí ên eînai” si concentra specificamente sull’essenza, cioè su ciò che rende una cosa ciò che è.
L’essere umano, pertanto, è in prima istanza un essere (essenza) che ha come predicato l’umano, ossia la sua determinazione terrestre. Se all’essere umano togliamo l’essere, lo rendiamo solo humus, lo materializziamo, gli togliamo la sua vera natura.
Se riduciamo l’essere umano al suo predicato e se sostantiviamo l’aggettivo, ne facciamo solo materia ed escludiamo tutto ciò che riguarda il suo essere. Operazione diabolica, ossia divisiva (dia-ballein), che in chiave gnostica si potrebbe definire arcontica.
Vediamo cosa ci dice la psicologia sul rapporto tra Io e Sé e sul processo di individuazione.
Il Sè, suggerisce M.L.von Franz, si cala nella materia per sperimentare l’Io, si annega nel mare dell’inconscio, sperimenta la complessità della materia (piacere, dolore, felicità, angoscia, paura, ecc.), aumenta la propria conoscenza attraverso l’esperienza.
Possiamo vivere a lungo senza mai porci domande, scivolando sulla vita, oppure fare di ogni esperienza un’occasione di conoscenza, ponendoci, mentre percorriamo la via, lunga o breve che sia, dell’esistenza terrena, la domanda: “Chi sono io?”.
Alla domanda la risposta è nel processo di individuazione, nel riconoscere chi veramente siamo. Il processo di individuazione, scrive M.L.von Franz, “consiste nel diventare sé stessi”. [1]
Il processo di individuazione è sentire la voce del Sé, “voce centrale dell’inconscio”: voce difficilmente non ascoltabile, in quanto “la spinta all’individuazione, essendo lo stimolo più forte esistente nell’uomo, riesce sempre ad aprirsi la strada in ogni essere umano”. [2]
Chi sono io? Un essere terrestre, fatto di solo corpo materiale, dotato di mente razionale, di sentimenti, emozioni o sono anche altro: un essere di luce che può vivere in un corpo di luce?
Se la risposta del processo di individuazione è che non sono solo un Io, ma anche un Sé, ecco che la nascita, l’entrata nella vita terrena, è il trasferirsi del Sé nella materia e la morte è il trasferirsi dal corpo materiale al corpo di luce, al diamante. A quel diamante che oggi, grazie alla scienza, può esistere come sostanza di luce (fotoni) e mantenere una forma eternamente.
Quando siamo in questa terra il Sé convive con l’Io e l’Io, se ascolta la voce centrale dell’inconscio, convive coscientemente con il Sé.
Questa convivenza cosciente è sorridere alla vita.
Nelle società moderne occidentali, l’industrializzazione e la secolarizzazione hanno ridotto l’enfasi sui rituali tradizionali, ma il culto dei morti persiste in forme come cimiteri, memoriali e commemorazioni personali ed è contemporaneamente la riaffermazione del sostantivo essere e il soddisfacimento del bisogno di elaborare il lutto.
Mettere il nonno in un digestore che lo trasforma in fertilizzante è opera non solo diabolica in rapporto all’intime relazione tra corpo, anima e Sé, ma anche opera diabolica (divisiva) nei confronti del rapporto tra esseri; è una lacerazione della relazione tra esseri, tra anime, tra corpi.
La ritualità per l’elaborazione del lutto è un insieme di pratiche, gesti e cerimonie che aiutano individui e comunità a processare la perdita di una persona cara, dando un senso al dolore e favorendo una transizione emotiva e spirituale.
I rituali offrono un quadro strutturato per esprimere emozioni, riducendo il senso di caos e impotenza; coinvolgono familiari, amici e comunità, creando un sostegno collettivo; segnano il passaggio dalla vita alla morte, aiutando a riconoscere la perdita e a integrarla nella vita quotidiana; collegano il defunto a una dimensione trascendente, offrendo conforto.
Il digestore che sostituisce l’inumazione e la cremazione è l’eliminazione di pratiche ancestrali che hanno un profondo significato simbolico, che riflette credenze profonde sul rapporto tra corpo, anima e cosmo.
L’inumazione, ovvero la sepoltura del corpo nella terra, è una delle pratiche funerarie più antiche e diffuse. Il suo significato simbolico può essere ricondotto a diversi elementi.
In primo luogo il ritorno alla Madre Terra, dove la terra è vista come una madre ancestrale che accoglie e rigenera. Seppellire il corpo simboleggia il ritorno al grembo terrestre, un ciclo di rinascita o reintegrazione nella natura. La sepoltura in un luogo specifico (cimiteri, tumuli, necropoli) crea un legame tra i vivi e i defunti, rafforzando l’idea di continuità familiare o tribale. I luoghi di sepoltura diventano spazi sacri per il culto degli antenati. In molte culture agricole, l’inumazione richiama la semina.
La cremazione, ovvero la riduzione del corpo in cenere attraverso il fuoco, porta con sé significati simbolici altrettanto complessi, essendo il fuoco un agente di trasformazione universale. Bruciare il corpo simboleggia la liberazione dell’anima dalla materia fisica, purificando lo spirito per il suo viaggio verso l’aldilà o una nuova esistenza.
L’inumazione tende a enfatizzare la continuità e il radicamento (terra, corpo, comunità), mentre la cremazione sottolinea la trasformazione e la trascendenza (fuoco, spirito, liberazione).
Sia l’inumazione, sia la cremazione, sono pratiche cariche di significati simbolici che riflettono il rapporto con la morte, la natura e il divino.
Fatte queste considerazioni, peraltro sintetiche, sul rapporto tra Sé, anima, corpo e sull’essere umano in quanto connotato dal sostantivo “essere” al quale si aggiunge il predicato “umano”, vediamo cosa ci racconta il dottor Richard Smith in un articolo che ci fa capire fino in fondo la deriva delle menti britanniche.
Dopo aver esercitato la professione medica in Scozia e Nuova Zelanda, Richard Smith è entrato a far parte del BMJ (British medical journal) nel 1979 e ne è stato caporedattore dal 1991 al 2004. Ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato del gruppo editoriale del BMJ e di UnitedHealth Europe, ed è stato direttore della UnitedHealth Chronic Disease Initiative per la lotta alle malattie croniche nei paesi a basso e medio reddito. È anche presidente di Patients Know Best, un’azienda che raccoglie tutte le cartelle cliniche e socio-assistenziali dei pazienti e le mette sotto il controllo della UK Health Alliance on Climate Change e di Open Pharma. Professore a contratto presso l’Imperial College Institute of Global Health Innovation e Founder Fellow dell’Academy of Medical Sciences, è noto per il suo lavoro sulla morte e sul morire, e presiede la Lancet Commission on the Value of Death. Richard Smith è entrato a far parte del consiglio di amministrazione della Point of Care Foundation nel 2019, succedendo a Sir Adrian Montague come presidente.
Il 17 marzo 2023 Richard Smith pubblicava quanto segue: “Mentre scrivevo questo articolo, Papa Benedetto XVI veniva seppellito, ma avrei voluto che fosse stato compostato. La natura sarebbe stata rispettata, le emissioni di gas serra sarebbero state ridotte e, in poco più di un mese, il Vaticano avrebbe avuto un sacco di terra fertile da usare per coltivare qualcosa nell’orto dove il Papa defunto ha trascorso i suoi ultimi anni. La terra avrebbe potuto persino essere usata per coltivare cibo, magari carote per sfamare i poveri. Ma soprattutto, si sarebbe inviato un segnale al mondo che il compostaggio è il modo migliore per smaltire i defunti. Il Papa defunto, 95 anni, era dentro un’enorme bara di legno. Non so perché dovesse essere così grande, e non so se il suo corpo fosse imbalsamato, ma spero di no. Circa 50.000 persone si sono radunate per il funerale, e milioni di persone devono averlo seguito in televisione. Una volta terminati i funerali, il Papa defunto è stato sepolto in una cripta sotto la Basilica di San Pietro, che contiene già più di 90 Papi defunti. L’impatto ambientale del funerale è stato notevole. Non so se il compostaggio dei cadaveri sia consentito in Italia o nella Città del Vaticano, ma sospetto di no, dato che la Chiesa cattolica sembra essere contraria. Il compostaggio è ora consentito in sei stati americani e consente di risparmiare circa 1,4 tonnellate di carbonio immesse nell’atmosfera rispetto alla cremazione o alla sepoltura tradizionale. (Un volo di andata e ritorno da Londra a New York costa circa 1 tonnellata.) L’azienda Recompose ha adattato il metodo utilizzato per gli animali con la professoressa Lynne Carpenter-Boggs della Washington State University, in modo da poterlo utilizzare per il compostaggio di cadaveri umani. Il corpo viene messo in una scatola con trucioli di legno e altro materiale di compostaggio. La scatola viene riscaldata a 55 °C, il che stimola i microbi termofili a svolgere il loro lavoro e distrugge farmaci e agenti patogeni. Il terreno fertile è disponibile in un mese. Recompose costa circa 7.000 dollari, una cifra paragonabile alla media statunitense di circa 8.000 dollari per una sepoltura o 7.000 dollari per una cremazione. La concorrenza di nuove aziende, un numero maggiore di persone che scelgono il compostaggio e una tassa sulle emissioni di carbonio dovrebbero rendere il compostaggio più economico. La Chiesa cattolica avrebbe potuto senza dubbio permettersi i 7000 dollari, ma la BBC riferisce che i vescovi cattolici si sono opposti al compostaggio, sostenendo che i corpi umani non dovrebbero essere trattati come “rifiuti domestici”. Non sono un teologo, ma non capisco queste obiezioni. La Chiesa crede che l’anima sia separata dal corpo, e non è forse l’anima che va in paradiso, all’inferno o in purgatorio? La Chiesa crede ancora nella resurrezione del corpo? Non credo, ma anche se ci credesse, un sacco di terra non è preferibile a un cadavere o a uno scheletro in decomposizione? Il risparmio di 1,4 tonnellate di carbonio derivante dal compostaggio di Papa Benedetto XVI farebbe poca differenza per la crisi ecologica, ma il messaggio e il simbolismo del suo compostaggio sarebbero enormi. La Chiesa cattolica ha 1,3 miliardi di fedeli, con circa nove milioni di persone che muoiono ogni anno. Il compostaggio di quei nove milioni eviterebbe enormi quantità di gas serra e genererebbe un terreno fertile. E il compostaggio del Papa potrebbe avere un’influenza più ampia sui 60 milioni di persone che muoiono ogni anno. Penso all’influenza di Caterina la Grande, la regina dei vaccini, che fece vaccinare i suoi figli, o alla regina Vittoria che scelse il cloroformio durante il parto nonostante un teologo uomo fosse contrario a causa delle “forze naturali e fisiologiche che la Divinità ci ha ordinato di godere o di soffrire”. (Il “noi” ovviamente in questo caso non include gli uomini.) L’opportunità di fare il compost con questo Papa è andata persa, ma ci saranno altre figure di alto profilo che potrebbero dare l’esempio in futuro. L’enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune è uno dei documenti più impressionanti al mondo sulla crisi ecologica. Di sicuro non perderà l’occasione di farsi compostare. Re Carlo III è un altro probabile candidato”.
Niente terra che accoglie il corpo, niente fuoco che lo dissolve, ma il collocamento in un contenitore con materiali organici, consentendo ai microbi di scomporlo in “terreno ricco di nutrienti” in 30-45 giorni. Il terreno risultante può essere “utilizzato per piantagioni”. In pratica, il corpo viene posto in un contenitore con materiali organici, come trucioli di legno e erba medica, dove i microrganismi naturali lo decompongono, trasformandolo in un materiale simile al terriccio da giardino. I resti finali vengono restituiti ai familiari come compost.
Il compostaggio umano è visto come un’alternativa più ecologica alla sepoltura tradizionale e alla cremazione, che possono avere “un impatto ambientale significativo”.
Come si può ben capire, il compostaggio umano è uno dei tanti tasselli del puzzle che va sotto la denominazione di contrasto al cambio climatico, con le sue derivazioni green e di sostenibilità.
L’essere umano, ridotto solo al suo predicato, è assimilato ad uno scarto da trattare in modo “ecologico”, dopo che la sua vita, per supportare le esigenze della finanza della City, è stata sottoposta alle follie green, climate change, cancel culture, gender fluid, eugenetiche e di incitamento all’eutanasia.
Il tutto made in England, sin dai tempi di Malthus, dei teorizzatori dell’eugenetica, delle teorie fabiane rese note da Orwell.
[1] M.L.von Franz, L’individuazione nella fiaba, Bollati Boringhieri
[2] M.L.von Franz, L’individuazione nella fiaba, Bollati Boringhieri





