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GAZA, PRONTA L’OCCUPAZIONE. OGNI SOLUZIONE IMPLICA LA DISTRUZIONE DI HAMAS

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“L’Idf è pronto ad attuare qualsiasi decisione sarà presa dal gabinetto di sicurezza politico-militare”.

La conferma è arrivata da una breve nota dell’ufficio del premier che ha sintetizzato martedì pomeriggio l’esito della riunione ristretta convocata da Benyamin Netanyahu sui piani per la continuazione della campagna militare nella Striscia.

Netanyahu sottoporrà la decisione di occupare interamente Gaza all’approvazione del governo oggi alle 18 ora locale.

L’ordine “del primo ministro è di conquistare i campi centrali della Striscia e Gaza City”, vale a dire proprio quelle aree dove l’intelligence militare ritiene che siano tenuti gli ostaggi, di cui solo 20 su 50 sarebbero ancora in vita. Zone dove finora l’esercito non ha mai colpito per non mettere in ulteriore pericolo la vita dei rapiti.

Il capo di stato maggiore Eyal Zamir – svela Ynet – “ha esposto diverse alternative e si è espresso contro l’opzione della conquista totale della Striscia, ma ha chiarito, sullo sfondo dello scontro con Netanyahu, che eseguirà qualsiasi decisione presa dai vertici politici”.

Sulla questione dei video shock dei rapiti Rom Breslavsky ed Evyatar David, ridotti pelle e ossa, ieri sera si è tenuta una sessione speciale urgente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu a New York, con l’intervento del ministro Gideon Sa’ar e da remoto del fratello di David.

Ostaggio

Da parte sua il capo di Tzahal ha preferito i fatti alle dichiarazioni: nella tarda serata di lunedì ha cancellato lo stato d’emergenza bellica in vigore dal 7 ottobre, che prevedeva l’estensione obbligatoria del servizio di riserva per i soldati di leva regolare di altri quattro mesi. Provvedimento che sul campo si traduce con diversi battaglioni in meno e con la presa d’atto che l’operazione ‘Carri di Gedeone’ è finita e i soldati devono riposare.
Finora, in 22 mesi di guerra, l’Idf si è sempre opposto all’ampliamento delle operazioni su tutto il territorio di Gaza, per il fatto che l’esercito sarebbe costretto a evacuare un milione di residenti per poter operare; la costruzione di un nuovo campo per la popolazione che richiederebbe mesi; la gestione di ogni necessità dei gazawi, che non rientra negli ambiti militari. I familiari dei rapiti hanno definito la decisone del premier sulla conquista di Gaza “una condanna a morte per i loro cari”.

Quali siano le reali intenzioni di Netanyahu è chiaro.

“Occuperemo la Striscia di Gaza. La decisione è stata presa”, annunciava già ieri un alto funzionario dell’ufficio del Primo ministro, collegando la decisione al fatto che “Hamas non rilascerà altri ostaggi senza una resa totale”.

L’operazione ha ricevuto il via libera di Donald Trump e non è improbabile che abbia registrato la non ostilità di Putin. Il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha infatti avuto un colloquio telefonico con il presidente russo per la seconda volta nell’arco di una settimana.

Martedì il presidente Donald Trump ha dichiarato che Washington ritiene che la questione di come Israele procederà militarmente a Gaza spetti a Gerusalemme. Alla domanda di un giornalista alla Casa Bianca: “Sosterresti che Israele… rioccupasse tutta Gaza come suggerito da alcuni funzionari israeliani?”, il presidente ha affermato di non essere a conoscenza di tali proposte, aggiungendo: “Non posso dirlo con certezza. Dipenderà da Israele”.

Il presidente ha invece sottolineato l’attenzione costante degli Stati Uniti per gli aiuti umanitari a Gaza, evidenziando un recente pacchetto di aiuti da 60 milioni di dollari. Ha osservato che sia Israele, sia gli Stati arabi contribuiranno alla distribuzione di cibo e sostegno finanziario, ribadendo che il suo obiettivo attuale è rispondere alle esigenze umanitarie nella regione.

La versione ufficiale delle telefonate con Putin, come riferisce il Times of Israel, secondo fonti vicine a Netanyahu, che lo hanno dichiarato all’emittente pubblica Kan, è  che il primo ministro Benjamin Netanyahu sta lavorando per contribuire a ridurre le tensioni tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Secondo il rapporto, alcune delle telefonate di Netanyahu con Putin sono state riportate dai media, mentre altre sono rimaste segrete.

Non è improbabile che tra le parti segrete ci sia anche il consenso all’operazione di controllo totale della Striscia.  

“La sconfitta di Hamas a Gaza e la creazione delle condizioni per il ritorno degli ostaggi – ha affermato in proposito il ministro della Difesa Israel Katz – sono gli obiettivi principali della guerra a Gaza e dobbiamo intraprendere tutte le azioni necessarie per raggiungerli. Allo stesso tempo – ha aggiunto -, dobbiamo garantire la sicurezza delle comunità israeliane mantenendo una presenza permanente delle IDF in una zona di sicurezza periferica in punti strategici di Gaza, da cui si possano prevenire attacchi alle comunità e il contrabbando di armi a Gaza”.

“Una volta che la leadership politica avrà preso le decisioni necessarie – ha detto ancora Israel Katz -, il livello militare, come ha fatto finora su tutti i fronti di guerra, attuerà professionalmente la politica determinata. Il mio ruolo di ministro della Difesa responsabile delle IDF è quello di garantire che ciò avvenga, ed è ciò che farò”.

Nel frattempo si apprende che Israele riaprirà parzialmente il commercio privato con Gaza per ridurre la sua dipendenza dagli aiuti umanitari.

Si stima che al momento Israele controlli già il 75% di Gaza.

Gaza oggi

Gaza militarizzata

Nel caso Israele decida di occupare l’intero territorio di Gaza, con l’evidente obiettivo di eliminare definitivamente, politicamente, militarmente e fisicamente Hamas, può contare su alcuni elementi favorevoli, evidenziatisi negli ultimi mesi.

Il primo ministro palestinese Mohammad Mustafa, come ha riportato il Times of Israel, intervenendo alla conferenza dell’Onu sulla soluzione a due stati, ha detto che Hamas deve “deporre le armi”, “rilasciare gli ostaggi” e rinunciare al controllo di Gaza”. “Tutti i paesi hanno la responsabilità di agire ora per porre fine alla guerra contro il nostro popolo a Gaza e in tutta la Palestina, per garantire il rilascio degli ostaggi e i prigionieri e per assicurare il ritiro delle forze di occupazione israeliane”, ha affermato Mustaf, aggiungendo che l’Autorità nazionale palestinese (Anp) è pronta a coordinarsi con una forza araba per contribuire a stabilizzare Gaza dopo la guerra. Mustafa ha suggerito che Hamas trasferisca le sue armi all’Anp.

“Dobbiamo tutti lavorare per riunificare la Striscia di Gaza con la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, senza occupazione, assedio, insediamenti, sfollamenti forzati o annessioni”, ha affermato Mustafa. “Dobbiamo ricostruire Gaza con e per il nostro popolo, porre fine all’occupazione, raggiungere l’indipendenza palestinese e attuare la soluzione dei due Stati, in cui Palestina e Israele vivano fianco a fianco, in pace e sicurezza, per raggiungere la pace, la sicurezza e la prosperità nella regione”. 

Altro aspetto interessante è che gli sceicchi palestinesi di Hebron, in Cisgiordania, sono usciti allo scoperto con una lettera inviata al governo di Israele per proporre di staccarsi dall’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, costituirsi come Emirato e aderire agli Accordi di Abramo. Come dire: tornare a esercitare l’autodeterminazione sui propri clan, escludere l’amministrazione di attori ritenuti estranei, decidere autonomamente con chi stringere legami. Il desiderio è quello di costituire sulle antiche colline di Hebron un Emirato che “riconosca Israele come Stato del popolo ebraico, e Israele riconosca l’Emirato come rappresentante dei residenti arabi”. La rivelazione del Wall Street Journal, definita ‘sensazionale’ da più parti, è arrivata con la notizia di una missiva indirizzata al ministro dell’Economia israeliano Nir Barkat da cinque importanti sceicchi della zona di Hebron, ai quali si aggiungeranno in seguito altri 13, tutti guidati dallo sceicco Wadee’ al-Jaabari, noto anche come Abu Sanad. Il documento descrive l’accordo proposto come “equo e dignitoso”, e può sostituire gli accordi di Oslo, “che hanno portato solo danni, morte, disastro economico e distruzione”.

All’interno della striscia è in aumento la contrarietà alla presenza di Hamas.

“Esorto i nostri fratelli di Hamas a dare ad altri la possibilità di governare Gaza. La prossima leadership non deve essere contro Hamas, abbiamo molte figure nazionali competenti che possono governare la striscia”.

Questo il monito che arriva dagli abitanti di Gaza e che riassume le proteste scoppiate contro Hamas, iniziate il 25 marzo 2025 e propagatesi in varie aree della Striscia di Gaza, che hanno raccolto centinaia, ed in alcuni casi migliaia, di manifestanti.

Nel 2019 ulteriori proteste hanno riguardato gli abitanti della Striscia di Gaza. Sotto lo slogan “We want to live”, il movimento popolare giovanile ha rappresentato una delle più significative espressioni di dissenso popolare contro il governo di Hamas, nonostante le forze di sicurezza siano spesso intervenute a disperderli, arrestando almeno mille manifestanti.

Questa situazione è stata ulteriormente esacerbata dalla crisi economica e dal blackout del 2023. Le città di Gaza City e Khan Younis hanno conosciuto le proteste più accese contro la cattiva gestione della situazione economica e occupazionale di Hamas. Durante le proteste sono stati denunciati gli alti standard di vita dei leader di Hamas all’estero ed è emersa la volontà di cambiamento della popolazione di Gaza.

Diverse persone hanno iniziato a fare resistenza passiva evitando così di provocare oltre misura le forze di Hamas. A Gaza alcune testate giornalistiche locali hanno iniziato ad etichettare i manifestanti più attivi come spie finanziate da Israele. Con questo pretesto, alcuni militanti di Hamas hanno eliminato i soggetti ritenuti più sovversivi.

Pur continuando ad attribuire ad Israele le condizioni misere in cui versano, i gazawi non hanno esitato a scaricare la loro rabbia su Hamas, rea di opprimere la Striscia da troppi anni, di non avere davvero a cuore il benessere e la salvezza del popolo palestinese, al contrario sacrificandolo alla causa dell’eliminazione di Israele. Per la prima volta dal 7 ottobre, si sono levate voci per contestare la leadership di Hamas, con messaggi molto forti che hanno addirittura evocato un cambio di regime: “Quando è troppo è troppo. Avete governato abbastanza a lungo; date una possibilità ad altri e lasciate che vengano”.

Audrey Kurth Cronin, Direttore del Carnegie Mellon Institute for Strategy and Technology ha evidenziato come  la strategia migliore per vincere un’organizzazione come Hamas passa attraverso la perdita di consenso e la ribellione popolare. Gli ingredienti ci sono tutti: un governo oppressivo che utilizza arresti e torture per opprimere il dissenso e la democrazia, servizi di sicurezza che minacciano i giornalisti e tracciano le persone tacciate di atti immorali, l’incapacità di migliorare le condizioni di vita dei cittadini, gli errori strategici e di calcolo, come l’assalto del 7 ottobre, perpetrato senza riuscire ad anticipare le reazioni dell’avversario. Non è un caso che, come appena evidenziato, il gruppo terrorista nel corso degli anni non abbia mai goduto di ampia popolarità e proprio per questo le manifestazioni di dissenso nei confronti di Hamas sono state esplicite nella richiesta di eliminare l’organizzazione terroristica dalla Striscia. Le manifestazioni sono state caratterizzate ancora una volta da slogan espliciti come “Fuori Hamas” e richieste per una governance civile e non armata, auspicando una riorganizzazione istituzionale in grado di rappresentare i bisogni reali della popolazione.

Hamas, come documentato da innumerevoli fonti indipendenti, ha implementato una strategia deliberata di militarizzazione della vita civile: tunnel sotto scuole e ospedali, utilizzo sistematico della popolazione come scudo umano, repressione della stampa e delle voci dissidenti.

Tunnel

Questa logica strumentale del martirio collettivo ha avuto come unico esito il consolidamento del proprio controllo, a discapito della sopravvivenza della popolazione, e ha compromesso la stessa causa palestinese, e il dialogo con la comunità internazionale.

L’intento di coloro che protestano non è di assolvere Israele.

«Radere al suolo un territorio con oltre 2 milioni di persone per colpire circa 15.000 terroristi, al fine di raggiungere 23 ostaggi vivi e 35 corpi — che prego Dio vengano salvati e liberati al più presto — sembra qualcosa di ampiamente sproporzionato, incredibilmente irresponsabile», ha scritto  l’attivista palestinese Ahmed Fouad Alkhatib, il quale ha aggiunto: “Non fatevi ingannare, Hamas ha preso decisioni che ci hanno portati fin qui; Hamas è un partner malvagio nella distruzione dei sogni e delle aspirazioni del popolo palestinese».

Ahmed Fouad Alkhatib ha sottolineato anche le differenze abissali tra le condizioni del dissenso in Israele e quelle nella Striscia: criticare il governo israeliano comporta costi sociali; opporsi a Hamas significa mettere a rischio la propria vita. Nonostante ciò, i gazawi persistono nelle loro richieste di demilitarizzazione, assistenza umanitaria e sovranità civile.

La crescente dissonanza tra una parte significativa della società civile palestinese e l’apparato autoritario di Hamas si è inasprita a seguito dell’intensificarsi delle operazioni militari, dell’acuirsi delle condizioni umanitarie e della sistematica negazione di diritti fondamentali perpetrata dal gruppo islamico.

Le violazioni della libertà di stampa sono state documentate dal Committee to Protect Journalists (CPJ).

Secondo le testimonianze raccolte, le autorità di Hamas non esitano ad equiparare il giornalismo critico allo spionaggio, legittimando così la repressione e contribuendo a instaurare un clima di autocensura generalizzata. Il raro giornalismo indipendente a Gaza sopravvive in condizioni estreme, tra minacce dirette e l’omertà imposta dalla paura.

L’attivista Hamza Howidy figura di riferimento del movimento Bidna Naish, afferma che le manifestazioni rappresentano “una maggioranza”, che non è “silenziosa”, ma “silenziata”. Vengono escluse dal dibattito internazionale le voci dissidenti, che invece andrebbero protette e valorizzate proprio per la loro capacità di sfidare il pensiero dominante.

Il movimento Bidna Naish (in arabo “Vogliamo Vivere”) è un’organizzazione di dissenso palestinese nata nel 2019 nella Striscia di Gaza, fondata da attivisti come Hamza Howidy. Si oppone al dominio di Hamas, denunciandone la gestione autoritaria, la corruzione e la violenza, e chiede un cambiamento politico per migliorare le condizioni di vita dei gazawi. Il movimento promuove una visione di pace, con obiettivi come la fine della guerra, la liberazione degli ostaggi e la creazione di un governo alternativo che consenta la convivenza con Israele. È attivo sia a Gaza, sia in esilio, nonostante repressioni e arresti da parte di Hamas, e ha guadagnato attenzione internazionale, come dimostrato da interventi al Senato italiano nel 2025. Propone soluzioni come un’Autorità Palestinese transitoria sostenuta da forze arabe per la ricostruzione e il disarmo di Hamas.

Ahmed Fouad Alkhatib scrive che  «i cosiddetti giornalisti “indipendenti” di testate filo-palestinesi come The Intercept, DropSite News, Zeteo, Democracy Now, Al Jazeera, The Guardian, Amnesty International o Human Rights Watch non documentano la brutalità di Hamas contro manifestanti o giornalisti palestinesi a Gaza» e aggiunge che  «Hamas promuove solo una manciata di reporter altamente selezionati per raccontare la guerra esclusivamente da una prospettiva antisraeliana e che non osano mai criticare l’organizzazione. Gli altri, devono autocensurarsi per sopravvivere».

L’occupazione di Gaza, pertanto, potrebbe anche avere l’appoggio di chi vuole liberarsi definitivamente dell’oppressione del gruppo terroristico.

Nel frattempo si vanno consumando rotture tra Hamas e gli Stati arabi, che guardano con interesse alla sua eliminazione.

Il Cairo ieri ha affermato che le accuse di inazione del leader di Hamas Khalil al-Hayya hanno teso i rapporti, mentre un alto funzionario egiziano avverte che Israele potrebbe rioccupare Gaza tra colloqui in stallo e pressioni dopo i video degli ostaggi.

Un alto funzionario egiziano ha riconosciuto martedì che le relazioni tra Cairo ed Hamas si sono deteriorate a causa dello stallo dei colloqui di cessate il fuoco, in seguito alle critiche pubbliche di un importante leader di Hamas con sede in Qatar.

Diaa Rashwan, capo del Servizio di informazione statale egiziano, ha dichiarato in un’intervista a tarda notte con la TV egiziana Al Ghad che i legami con Hamas si sono deteriorati negli ultimi giorni, dopo che Khalil al Hayyaa, un alto funzionario di Hamas, ha accusato l’Egitto di non aver fatto abbastanza per prevenire la fame a Gaza.

E qui arriviamo ad un altro dei punti di attrito tra la popolazione e i terroristi di Hamas.

I leader di Hamas, come Ismail Haniyeh e Khaled Meshal, risiedono in Paesi come Qatar e Turchia, dove conducono una vita agiata, lontana dai conflitti di Gaza. Fonti riportano che a Doha, in Qatar, vivano in hotel di lusso o residenze confortevoli, mentre in Turchia, in particolare a Istanbul, godono di protezione e libertà di movimento, grazie al sostegno del governo di Erdogan, che non considera Hamas un’organizzazione terroristica.

Si stima che alcuni di loro abbiano accumulato ingenti fortune, con patrimoni che, secondo media arabi come Al-Majalla, potrebbero raggiungere miliardi di dollari, derivanti da aiuti internazionali, contrabbando attraverso i tunnel di Gaza e altre attività. Ad esempio, Musa Abu Marzuk e Khaled Meshal sarebbero associati a ricchezze personali di 2-4 miliardi di dollari, anche se queste cifre non sono verificabili con certezza.

Il Qatar e la Turchia giustificano la loro ospitalità come parte di un ruolo di mediazione diplomatica, con Doha che ha ospitato l’ufficio politico di Hamas dal 2012 per facilitare negoziati indiretti con Israele, ma ora questo alibi è destinato a cadere.

L’occupazione della Striscia, come si può ben capire, non dovrà fare i conti solamente con la parte di superficie, essendo Gaza percorsa nel sottosuolo da chilometri di tuttel.

Rete di tunnel

La sanificazione del territorio di gaza implica, pertanto, la completa distruzione della rete di tunnel. Operazione non facile ma necessaria.

La rete di tunnel sotterranei nella Striscia di Gaza, spesso chiamata “metropolitana di Gaza”, è un complesso sistema di gallerie utilizzato principalmente da Hamas e altri gruppi palestinesi per scopi militari e logistici.

I tunnel si estendono sotto gran parte della Striscia di Gaza, un territorio di circa 360 km², con una lunghezza stimata tra i 500 e i 720 chilometri, secondo diverse fonti. Alcuni tunnel attraversano i confini con Israele e l’Egitto, mentre altri sono interni al territorio di Gaza.

Molti tunnel transfrontalieri si dirigono verso il territorio israeliano, specialmente vicino a località come il kibbutz di Sufa o il valico di Erez, a circa 400 metri dal confine. Questi tunnel sono stati usati per attacchi a sorpresa o per tentativi di infiltrazione.

A Rafah, al confine meridionale con l’Egitto, i tunnel sono stati storicamente utilizzati per il contrabbando di beni, armi e materiali. Questi tunnel collegano la città egiziana di Rafah con il campo profughi palestinese di Rafah.

I tunnel sono spesso costruiti sotto zone densamente popolate, con ingressi nascosti in case private, moschee, scuole, ospedali e altri edifici civili, rendendo difficile la loro individuazione e distruzione.

Le principali aree di concentrazione sono: Khan Younis, una roccaforte di Hamas nel sud di Gaza, con circa 160 km di tunnel; Jabaliya e Beit Hanoun, nel nord della Striscia, dove sono stati scoperti tunnel significativi, come uno lungo 500 metri a Beit Hanoun e un altro di oltre 4 km vicino al valico di Erez; Shujaiya, un quartiere strategico vicino al confine con Israele, con tunnel che si affacciano su kibbutz come Nahal Oz e Kfar Aza.

Esistono diversi tipi di tunnel, con funzioni specifiche: tunnel di attacco, progettati per infiltrazioni in Israele o per operazioni militari; tunnel di contrabbando, usati per importare beni, armi e materiali dall’Egitto, specialmente a Rafah; tunnel operativi e di stoccaggio, utilizzati per nascondere armi, munizioni, centri di comando e per spostare miliziani senza essere individuati; tunnel difensivi, utilizzati per proteggere i combattenti e come rifugi durante i bombardamenti.

I tunnel sono spesso profondi dai 20 agli 80 metri. Sono costruiti con cemento armato, dotati di elettricità, ventilazione, fognature e, in alcuni casi, binari per il trasporto di materiali. Alcuni sono abbastanza larghi da consentire il passaggio di veicoli. Gli ingressi sono multipli, spesso nascosti in edifici civili, con porte blindate per ostacolare l’accesso. I tunnel per i comandanti sono più avanzati, con finiture piastrellate e maggiore comfort, mentre quelli per gli operativi sono più spartani.

La costruzione dei tunnel è iniziata negli anni ’80, inizialmente per il contrabbando di beni dall’Egitto, durante l’occupazione israeliana di Gaza. Dopo che Hamas ha preso il controllo della Striscia nel 2007, la rete si è ampliata significativamente, assumendo un ruolo strategico militare. L’embargo imposto da Israele ed Egitto ha incentivato l’uso dei tunnel per aggirare le restrizioni.

La costruzione ha richiesto oltre 6.000 tonnellate di cemento e 1.800 tonnellate di metallo, spesso deviati da aiuti destinati alla popolazione civile.

I tunnel sono anche usati per attacchi a sorpresa contro Israele, come nel caso del rapimento del soldato Gilad Shalit nel 2006, per nascondere ostaggi, come ipotizzato dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, per spostare uomini e armi senza essere individuati dai droni o dall’intelligence israeliana.

I tunnel, motivo per il quale dovranno essere eliminati con qualsiasi mezzo, facilitano la comunicazione e il movimento interno, rendendo Hamas un “nemico invisibile”.

L’esercito israeliano (IDF) ha intensificato gli sforzi per localizzare e distruggere i tunnel, utilizzando tecnologie avanzate, droni e unità specializzate come la Yahalom Unit. Durante l’operazione “Guardian of the Walls” (2021), sono stati distrutti circa 100 km di tunnel. È stata completata una barriera sotterranea lunga 65 km, profonda decine di metri, per contrastare i tunnel transfrontalieri. Tuttavia, meno della metà dei tunnel sarebbe stata distrutta, e la loro neutralizzazione potrebbe richiedere anni.

Per Hamas i tunnel rappresentano un vantaggio tattico e psicologico, permettendo di eludere la superiorità tecnologica e militare di Israele. Sono considerati un’arma strategica per la guerra asimmetrica. Per Israele la rete di tunnel è una delle principali minacce alla sicurezza, utilizzata per attacchi, rapimenti e per mantenere il controllo di Hamas su Gaza. La loro distruzione è una priorità militare, ma comporta rischi elevati.

L’Egitto ha distrutto o allagato molti tunnel al confine con Rafah per limitare il contrabbando.

L’allagamento, probabilmente, è il mezzo più rapido e sicuro per eliminare chiunque si annidi nella rete sotterranea.

Ora resta solo da vedere cosa deciderà Israele oggi e come si svolgeranno le operazioni.

Una cosa è sicura. Senza la totale eliminazione politica e militare di Hamas nessuna pace nel Medio oriente sarà possibile, anche per il fatto che l’organizzazione terroristica cerca di rendersi l’unico interlocutore per la soluzione della questione palestinese, eliminando da un eventuale tavolo gli stessi Stati arabi sunniti.

La questione, oltre all’operazione di totale occupazione della Striscia, ha un risvolto internazionale impegnativo, in quanto va eliminata ogni connivenza di Qatar e Turchia con Hamas.

Qui il gioco è nelle mani di Washington.

 

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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