Home Opinioni PROLEGOMENI AD OGNI FUTURA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

PROLEGOMENI AD OGNI FUTURA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

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di Vito Sibilio

A margine e complemento di quanto ho avuto l’onore di pubblicare su queste colonne in merito alla riforma dell’ordine giudiziario e della giustizia in Italia, ritengo di dover condividere col lettore alcune riflessioni maturate in me grazie al proficuo confronto con chi, con acume e attenzione, ha letto il mio precedente articolo.

La prima cosa che va puntualizzata è che, indipendentemente dal modo di scegliere i magistrati, sia giudicanti che inquirenti, i candidati dovranno essere sempre ottimamente preparati e referenziati. Ora, un tempo un laureato in Giurisprudenza poteva almeno tentare il concorso in magistratura, mentre oggi ha bisogno di almeno altri due anni di studio, personale o dottorale, per sentirsi veramente all’altezza. Bisogna riflettere sul fatto che la magistratura è sempre o quasi sotto organico, nonostante i concorrenti alle selezioni pubbliche siano migliaia e migliaia. Perciò, delle due l’una è vera: o i concorsi sono troppo difficili o le università non formano abbastanza bene. Una soluzione mediana andrebbe cercata con scuole specifiche di formazione che colmino veramente, e sottolineo veramente, quel gap esistente tra la laurea e le competenze concorsuali.

La seconda cosa verte sull’autocoscienza dei magistrati, in Italia ma anche nella Ue e in parte persino negli Usa. Il giudice oggi troppo spesso crede di poter realizzare la giustizia sociale, ricevendo un mandato mistico evidentemente non si sa bene da chi, in quanto egli è tenuto ad emettere sentenza in nome del popolo del quale è al servizio. La giustizia sociale è un tema di bruciante attualità e un obiettivo da tenere costantemente presente nell’attività legislativa e politica ed è sacrosanto che il giudice si sforzi di realizzarla, ma ciò deve avvenire nel quadro della normativa esistente, che non va sottoposta a lifting interpretativi tali da strapparne il tessuto e farne perdere la coerenza.

Faccio un esempio volutamente polemico: perché un ministro che tiene sotto il sole dell’alto mare, su di una imbarcazione battente bandiera straniera, dei potenziali richiedenti asilo deve andare sotto inchiesta per violazione di un ipotetico diritto, e un altro che taglia i servizi ospedalieri, costringendo un malato oncologico o cardiovascolare a fare centinaia di chilometri per curarsi, non deve andarci, come se il diritto alla salute non avesse la necessità di concretizzarsi nelle modalità di una assistenza immediata e relativamente facile? Perché non dovrebbe andare sotto inchiesta un ministro che decurta le pensioni o gli stipendi rendendo poco dignitosa la vita di un cittadino medio, peraltro modificando i cosiddetti diritti acquisiti in nome del pareggio di bilancio o dell’abbassamento dello spread tra titoli nazionali e stranieri?

Non sono, queste, violazioni patenti delle basi elementari della giustizia sociale, non sono una sovversione di quel principio sacrosanto per cui lo Stato è al servizio della persona, almeno nella sfera dei diritti? Eppure ogni giorno l’idea che un magistrato debba promuovere la giustizia sociale in un solo modo si afferma a discapito di mille altri, altrettanto validi se non di più, che invece rimangono nel limbo di quanto non è mai accaduto. Il giudice va ricondotto, disciplinarmente e culturalmente, al recinto della norma vigente, interpretata correttamente, per poter svolgere la sua funzione e contribuire, anche e non esclusivamente, alla giustizia perequativa.

La terza puntualizzazione parte dall’avverbio che ho appena usato, ossia “culturalmente”, e dipende proprio dal fatto che la giustizia sociale è, contrariamente a quanto sembri, un concetto molto opinabile, suscettibile di diverse letture, in base al paradigma ermeneutico di riferimento. In conseguenza di ciò, l’Università dovrebbe essere un luogo in cui queste diverse letture dovrebbero confrontarsi e lasciare maturare nella coscienza collettiva ed individuale la sensibilità e l’equilibrio necessari per fronteggiare le sfide del presente, sapendo che le cose degli uomini non sono mai perfette ma sempre perfettibili.

E invece l’Accademia ha sposato quasi esclusivamente le teorie della vulnerabilità che, un poco come le teorie di genere, sono proteiformi ma concordi nel volersi imporre per scardinare il principio di base dell’ordinamento giuridico classico e moderno, ossia l’uguaglianza di tutti innanzi alla legge. Il giusfeminismo, le teorie giuridiche di genere, le Race Critical Theories, il diritto ecologico, ossia le filiazioni della giurisprudenza neosessantottina, ad oggi definita woke, non sono rimaste mere scuole di pensiero, legittimate ad essere presenti nel dibattito, ma sono diventate l’unica chiave di lettura, ad esempio, delle teorie dell’organizzazione normative, o il solo modo per attualizzare le filosofie del diritto. I corsi relativi sono assai frequenti nei percorsi di studi degli studenti, che sono liberi di scegliere un buon numero di esami, ma in un paniere che propone loro offerte tra loro simili ed interscambiabili.

Si tratta di teorie in cui i problemi di riferimento sono letti nell’ottica del marxismo del Sessantotto, che alla contrapposizione rivoluzionaria tra capitalisti e proletari ha affiancato quella tra uomo e donna, tra nativo e immigrato, tra etero e omosessuale e tra uomo e ambiente. In tal modo avviene una completa colonizzazione ideologica dello studente, non perché non esistano i problemi in oggetto, ma perché le soluzioni non sono solo quelle confezionate. In questo modo è la laicità dello Stato ad essere messa in discussione, proprio nelle sue strutture educative, perché essa non è soltanto l’opportunità di non avere una religione costituzionale, ma anche e soprattutto la necessità di non sposare, di fatto o di diritto, una sola filosofia politica, giuridica, economica e sociale.

La par condicio, tante volte invocata per i mezzi di comunicazione di massa, va realizzata innanzitutto negli istituti di studi – di ogni ordine e grado – dando voce, se necessario e provocatoriamente anche col Manuale Cencelli, a indirizzi di pensiero diversi, garantendo così il vero pluralismo. E nessuno adduca a giustificazione del conformismo dominante che gli studi fervono solo in una direzione, quasi che gli intellettuali stiano solo da una parte, perché una giusta elargizione di fondi a scuole differenti di pensiero le farebbe rifiorire tutte. Del resto abbiamo visto di recente come la promozione del wokismo sia andata di pari passo con lo scorrere del fiume di denaro che veniva da USAid, finalmente smantellata dall’Amministrazione americana. Se vogliamo una formazione più equilibrata dei nostri laureati in giurisprudenza e quindi dei futuri potenziali magistrati, bisogna promuovere un autentico pluralismo di pensiero nel percorso della loro formazione.

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  • Redazione

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