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LA SOCIETA’ E IL RITORNO DEI SIMBOLI

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Nell’ambito delle società umana, si rileva una modalità comportamentale la quale sembra mostrare che, allorquando un valore è più sottolineato, invocato e glorificato, nei fatti è meno presente, rispettato e praticato nella società stessa. Tutti parliamo di legalità, ma in realtà cerchiamo cavilli e collegamenti tra le leggi per ricavare qualche piccolo vantaggio o maggiore libertà o violazione dei diritti altrui, come ad esempio parcheggiare “per traverso” quando i posti sono in gran parte liberi. Predichiamo la pace come bene superiore, ma portiamo la guerra fin dentro i nostri condomini; girare in automobile assomiglia più ad un incontro di lotta libera che ad un semplice spostamento. Ci scagliamo contro le raccomandazioni e le assunzioni fatte per il tramite delle conoscenze, seppur convinti che non si ottiene nulla senza, sostenendo ovviamente che nessuno personalmente, compresi figli, nipoti o mogli sia mai stati assunto per raccomandazione. Siamo tutti d’accordo che il merito viene valorizzato troppo poco, ma quando nominano un altro al posto nostro, preferiremmo morire piuttosto che riconoscere che era più bravo di noi.

Evocare con forza i valori sociali ed etici assume i sapore di rito evocatorio, un desiderio per un mondo perfetto che tutti sappiamo essere inesistente ed impossibile. Del resto la narrazione ufficiale è da sempre un elemento di manipolazione del consenso. E’ normale che ogni epoca tenti di glorificare i valori e le idee predominanti in quel periodo, a discapito di altre, ormai fuori moda, spesso con un uso a dir poco distorto della realtà storica. Thutmose III fece cancellare il nome di Hatschepsut da templi e statue per glorificare se stesso, Nerone, nemico dei cristiani, divenne il simbolo dell’Imperatore pazzo una volta sconfitto. L’onore militare e la orgogliosa e limpida Virtus del cittadino romano fanno posto alla visione ovattata e sottomessa del cristianesimo, che introduce il concetto della sofferenza come valore espiatorio. Alla potestà del Senatus Populusque Romanus subentra il volere divino a legittimare il potere. Poi tutto si rovescia nuovamente, torna il popolo come attore diretto con il secolo dei lumi, fino alla esaltazione odierna della democrazia intesa come diritto di voto capitario indiscriminato, in cui il diritto al voto deriva dalla semplice appartenenza alla specie umana e non da capacità, conoscenze o meriti.

Questa manipolazione della comunicazione ha senza alcun dubbio subito una evoluzione drammatica negli ultimi tempi. Oggi viviamo in un mondo in cui la trasmissione di nudi fatti ha ceduto il posto alla diffusione di opinioni alle quali i fatti servono, opportunamente e spudoratamente manipolati, solo come supporto. La neutralità nel riportare un fatto, propedeutica alla formazione di un personale e libero giudizio della persona che riceve le informazioni, ha ceduto quasi totalmente il passo alla diffusioni di opinioni preconfezionate, ben stabilite e che lasciano poco o nulla spazio alla elaborazione intellettuale dell’ascoltatore. Non è chiaro se per sfiducia nelle capacità analitiche di chi ascolta o per zelo missionario, pare generalmente diffusa la convinzione che sia inutile o sgradito che l’ascoltatore diventi il fulcro della elaborazione delle informazioni. Si preferisce nutrirlo di affermazioni apodittiche, predigerite, preconfezionate, pronte all’uso come una scatoletta di insalata di riso del supermercato. Basta sentire una qualsiasi Tavola Rotonda televisiva: i tempi in cui un relatore pannellista parla liberamente sono inferiori a quelli in cui almeno due si sovrappongono ed interrompono. Del resto il “moderatore” raramente modera effettivamente, agendo da garante della libertà di tutti di esporre le proprie idee al giudizio dell’ascoltatore, ma si erge a docente, a voce della verità, usando il proprio potere di guida per imporre le proprie personali idee. Certi notissimi moderatori televisivi sono un esempio lampante: sono più i minuti in cui parlano loro che quelli concessi agli intervistati. In sostanza tutti arrivano ai tavoli non per acquisire informazioni ed arrivare ad una sintesi, ma per predicare e diffondere la propria personale “verità”. In questo non solo i giornalisti, ma anche i sedicenti scienziati, esperti e ricercatori, tanto di moda quanto spesso improbabili e francamente improponibili oggi, chiamati a portare la verità della scienza, si sono trasformati da informatori in missionari animati da sacro furore dogmatico.

I tavoli di discussione televisivi non hanno più il fine di informare l’uditore nel modo più neutrale e trasparente possibile, ma di convincerlo dell’una o dell’altra idea, di tirarlo dalla propria parte. Interruzioni degli interlocutori, sovrapposizioni finalizzate a rendere incomprensibili le parole, ripetizioni ossessive di pochi sempre uguali concetti da imprimere nella mente dell’ascoltatore dominano la trasmissione. Non pochi conduttori poi se ne servono con arte e competenza, per manipolare la discussione nel senso gradito a loro. Invece di favorire le parole dei relatori, si inseriscono, interrompono, affermano e diffondono idee proprie, derivate dalle ideologie a cui loro stessi aderiscono.

COVID, Green, Ucraina … una accelerazione drammatica del monopensiero incontrastabile, in cui chi la pensa diversamente viene contrastato non con i fatti, ma trascinato verso una condanna morale. Chi non è d’accordo non è solo un uomo che sbaglia, ma un ignorante nemico della società, un incapace, una persona in malafede: insomma, il giudizio morale sostituisce quello tecnico in pieno stile religioso dogmatico.

Il risultato è una crescente conflittualità che penetra nei più intimi meandri della nostra vita. Non si educano i giovani a diventare cittadini consapevoli capaci di ascoltare, pesare, valutare e farsi una idea, ma si crea una situazione sociale da guerra religiosa, in cui la fede nella propria verità di gruppo sostituisce il ragionamento. Ovviamente seguendo lo schema esposto prima: si invoca il libero pensiero, si valuta a parole la necessità di crescere figli critici dal pensiero proprio, e contemporaneamente si riempie la testa del popolo di frasi fatte, valori preconfezionati da consumare direttamente dalla scatola, verità scritte in qualche sacro libro tanto indiscutibile da sacrificare la propria vita per ubbidire all’esegeta santone di turno.

Del resto la Piazza non vuole ragionare, ma avere idee preconfezionate semplici e comprensibili, per cui scaldarsi e scaricare tutta l’energia emotiva accumulata in una vita sempre meno lanciata con fiducia verso il futuro ma ricca di insoddisfazioni, problemi e difficoltà. Vediamo così applicate le tecniche della pubblicità mercantile: chi sale su questo palcoscenico cerca di caratterizzare il proprio personaggio in un processo di branding pubblicitario. Si veste sempre nello stesso modo, usa frasi fatte, si presenta con modi “alternativi” stereotipati facilmente legabili al proprio personaggio. Il vestire eclettico e persino la scarsa cura dell’igiene personale vanno tutti bene col solo fine di creare un elemento di attenzione in cui radicare il ricordo dell’ascoltatore. Vengono ripetute ossessivamente poche ma facili e sempre uguali parole alla moda del momento. Queste parole chiave vengono poi immerse in frasi convolute, largamente incomprensibili e senza alcun senso, che servono non per essere comprese, ma solo per creare una parvenza di ragionamento, di atto intellettuale, di pensiero e pertanto di credibilità apparente. Il metodo è quello del bazar, anche se il prodotto offerto in vendita non è un tappeto, ma una opinione passata per verità, venduta in concorrenza con il venditore della bottega a fianco.

Siamo passati dalla discussione ragionata alla predica fideistica e in questo processo di commercializzazione delle idee, di questo vociferante e folcloristico bazar delle opinioni, sono ormai totalmente e tassativamente assenti due elementi importanti: il ragionamento e la veridicità.

A dire il vero questo procedere è da sempre tipico della politica moderna democratica in cui l’unico fine della comunicazione è il recupero di voti. Si nota però ultimamente che questa recita si è orami estesa a tutti gli argomenti della vita pubblica, trascinando scuola, sicurezza e sanità sul proprio palcoscenico.

Un quadro oscuro di ignoranza e manipolazione? In parte sì. Purtuttavia c’è speranza. Un antico detto popolare ricorda che gli alberi non crescono fino in cielo e in tutto questo clamore e vociferare da mercato del pesce un attento osservatore può notare segnali di cambiamento, oggi qualcosa si sta muovendo.

Come ogni esagerazione, il sistema ha raggiunto livelli percepiti come non più tollerabili da alcuni tra i suoi stessi sostenitori. La propaganda, le distorsioni di parte, le palesi falsità trovano come contraltare la libertà con cui le informazioni possono circolare nei moderni mezzi di comunicazione. Si parla tanto di “fake news”, gridando al rischio della disinformazione popolare. Ma il popolo ha capito molto bene quello che sta succedendo e sale la resistenza popolare contro le verità assolute imposte dal sistema di pensiero unico predominante. Tutti sanno, anche perché ne fanno direttamente parte e se ne servono, che i social media non sono affidabili. Ma ora hanno capito che anche i mezzi di comunicazione tradizionali come giornali e televisione non sono da meno, non costituiscono alcuna garanzia di veridicità.

La gestione della pandemia è ormai concordemente considerata sbagliata sotto il profilo epidemiologico medico e lesiva dei diritti della persona. Il Cambio Climatico si è coperto di ridicolo e viene scherzosamente chiamato in aiuto anche se la torta non è lievitata bene. I guitti delle talk show vengono seguiti non per avere informazioni ma per passare una mezz’ora a ridere in leggerezza. I cosiddetti esperti sono visti come piccoli emuli del grande Gino Bramieri. La credibilità dei giornalisti stellati è scesa sotto quella del “tiktocker” che pubblica i filmati del proprio rione o viaggio. Ormai presentare sempre lo stesso condominio bombardato e citare sempre gli stessi numeri di morti (che da una parte sono sempre donne e bambini, dall’altra militari feroci) è diventato un macabro rito che nessuno ascolta ma tutti commentano.

Così, nella crescente generale consapevolezza del grande palcoscenico mediatico da bazar mediorientale, tanto rumoroso quanti fasullo e incredibile, qualcuno, silenziosamente, ha ripreso a parlare senza gridare. Qualcuno evita le prediche che invocano la fine del mondo in ogni momento. Qualcuno ha ripreso a parlare poco e sottovoce, servendosi invece di atti pacifici, apparentemente poco mediatici, poco pubblicitari ma dal grande valore simbolico. Qualcuno è uscito dal bazar televisivo e giornalistico per rientrare nella sala delle riflessioni, per proporre valori con i propri atti, piuttosto che gridare offrendo la propria merce con affermazioni apocalittiche.

Sicuramente il personaggio più interessante in questo processo di recupero dei significati appare oggi essere Papa Leone XIV. Dopo un periodo di forte coinvolgimento politico della Chiesa che a torto o a ragione ha generato profonde divisioni, la attuale condotta vaticana è stata caratterizzata dal silenzio, interrotto solo da poche ma misurate parole di unione, convergenza e tranquillità. Se a qualcuno certamente manca l’impatto mediatico e conflittuale precedente, molti sono stati colpiti da questa assenza di palcoscenico e si sono fermati per osservare, riflettere. Sicuramente è cambiato il modo di comunicare, il linguaggio ha dismesso i paramenti della scena politica per riprendere in mano alcuni antichi strumenti affinati nei duemila anni di vita della Chiesa, tra cui in prima linea i simboli.

I simboli non gridano. I simboli non interrompono. I simboli non si vestono in modo provocatorio per farsi ricordare. I simboli on salgono sul palcoscenico, non cercano applausi e non scelgono da che parte stare. I simboli non distruggono o impongono autolesionistiche “felici decrescite”. I simboli parlano sottovoce, a chi li vuole ascoltare. I simboli hanno significati certi che propongono a tutti coloro che vogliono vederli ed ascoltarli e in questa loro costanza creano la forza certa, sicura e necessaria a fondamento della speranza nel futuro, del pensiero positivo.

Se nelle dichiarazioni pubbliche Leone XIV è mediatore pacato e attento, rifuggendo da affermazioni d’effetto o divisive, nella simbolistica esprime concetti chiari e ben comprensibili.

Dopo il recupero della simbolistica delle vesti del soglio di Pietro, in cui ogni indumento, ogni accessorio ha il suo significato preciso allo stesso momento antico e attualissimo, il ritorno a Castel Gandolfo è un ulteriore importantissimo messaggio di pacificazione e unione all’interno della Chiesa. Il messaggio chiaro è quello di voler rinunciare ad ogni platealità pauperista e antisistema dal chiaro valore politico contingente, per concentrarsi sui fatti e sulla crisi drammatica dei valori che attanaglia l’occidente nato dalla storia tri-millennaria dell’Europa. Unico continente piegato dalla propria depressione, debolezza etica e morale, l’Europa si sta lentamente suicidando dopo che due guerre tanto assurde quanto inutili, come disse Benedetto XV°, ne hanno distrutto le radici. Un Europa che si vergogna della propria gloria storica per esaltare ogni cosa venuta da fuori, fosse anche una pur simpatica barbarie esotica, come grande successo della cultura mondiale. Una Europa distrutta non da altri ma da se stessa, dalla sua debolezza che ormai rasenta il ridicolo. Un Europa dove in piena crisi di potere mondiale ad altissimo rischio di deflagrazione bellica, i massimi vertici discutono su come distruggere la industria automobilistica europea con argomenti green largamente dimostrati inconsistenti e alla fine impone di legare i tappi alle bottiglie.

Di contro, lentamente, ma con passo certo e costante, questo Papa ha iniziato un viaggio attento e costumato, che promette molto ed infonde speranza. Lontano dalle grida dei mercanti nel tempio, vestiti di moraleggianti buonismi fatti di falsità e ipocrisie, questo lento ma certo incedere indica una alternativa gestionale e concettuale significativa e interessante. Leggendo con le dovute cautele e tempi i simboli finora noti, possiamo dire che Leone XIV si presenta, nella sostanza e nel metodo, come una speranza intelligente sul futuro, come possibilità di uscire da vecchie ideologie, slogan, contrapposizioni e divisioni incapaci di vedere questi nuovi, veri pericoli che incombono sull’Europa e sul mondo. Presenta una opportunità di lasciarsi finalmente alle spalle le ideologie e divisioni dottrinali che hanno caratterizzato il novecento per cambiare registro, rimettere in gioco le forze realmente ancora esistenti e costruire un futuro espansivo in cui religione e scienza possano coabitare pacificamente escludendo ogni fondamentalismo gridato e praticato. Un mondo in cui l’uomo torna a valere per quel che è, non per quel che vende, possiede o riesce a far credere. Dove i mercanti ritornano nei loro simpatici negozi di tappeti nei Bazar ed escono dalle polverose e spesso oscure sale della politica, che richiedono ben altre capacità e virtù, oggi largamente latitanti.

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  • Redazione

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