
Guardo con simpatia alle iniziative dei giovani che rifiutano di tenere la sessione degli orali negli esami di Stato. E’ una forma di protesta non violenta, la domanda di essere ascoltati, la richiesta di ammodernare sistemi e metodi di insegnamento e, di conseguenza, di valutazione che, così come sono, ci stanno portando ad essere “schiavi” senza saperlo.
Sono espressioni di autonomia intellettuale: e se questa definizione può sembrare troppo buonista, è comunque chiaro che non sono crimini. E’ una disubbidienza. Dunque un messaggio. I giovani, dicono alcuni psicologi, «stanno comunicando un concetto che deve comprendersi e accettare: le regole hanno un senso se servono per sostenere il benessere collettivo e il rispetto dei diritti umani. Se questo scopo delle regole viene meno, possono (e in alcuni casi devono) essere messe in discussione.» Ed anche «I ragazzi non hanno rifiutato un esame. Hanno rifiutato un sistema che li ha fatti sentire numeri, non persone. Che ha premiato la prestazione, non la crescita. Che ha chiesto molto e restituito poco in termini di ascolto, senso, umanità». Insisto: un denuncia di colossale ampiezza col valore aggiunto e fondamentale di farla senza violenza. E bisogna verificarne l’autenticità.
Non mi scandalizzo della risposta data da Valditara: ha avvertito che le regole non sono semplici ammennicoli del rapporto diritti/doveri. Ed è anche una difesa, come dire, preventiva del corpo insegnante. Che, non prendiamoci in giro, è messa così pesantemente sotto accusa.
Ma se ci si ferma a questo, si rischia solo di spegnere il sintomo senza curare la malattia. «Il vero tema è un altro: quale maturità chiediamo ai ragazzi, se non siamo noi per primi disposti a metterci in discussione? Se non siamo capaci di dire: forse abbiamo costruito una scuola che li prepara a superare test, ma non a reggere la vita.»
A proposito: ho virgolettato commenti di uno psicologo, il prof. Lavenia, presidente dell’Associazione Di.Te., (Dipendenze tecnologiche, GAP, Cyberbullismo). Perché, guardiamoci negli occhi, il tema vero è essere preparati per essere umani senza sudditanza all’intelligenza informatica, artificiale o meno. Riscoprendo il cogito ergo sum: che non è solo la nozione ma anche la capacità di elaborarla pienamente. Da umani che hanno coscienza e valori.
Ed infine, ancora Lavenia: «Ascoltare non vuol dire essere d’accordo. Vuol dire dare dignità a una voce.» E se è così, il messaggio è diretto anche a chi fa politica. E capisco anche perché stavolta non si è chiesto a Meloni di “venire alle camere”.





