
Donald Trump sembrerebbe essere stato a tutti gli effetti il “cigno nero” di cui si parlava all’inizio del conflitto. Questa impressione però dipende alla mia errata lettura degli USA in quanto tali, ed è chiaramente frutto della mia non sufficiente conoscenza delle loro dinamiche interne attuali: ennesima dimostrazione del fatto che io sono un analista militare capace di analizzare i “nemici”, ma non uno politico capace di analizzare gli “amici”.
Il mio errore infatti risiede principalmente nel fatto di aver considerato gli Stati Uniti alla stregua di ciò che erano sotto Reagan, Bush padre e Clinton, vale a dire una guida determinata, più o meno competente e capace dell’Occidente e per certi versi del mondo intero.
La determinazione è infatti venuta meno, di pari passo con un calo vertiginoso di competenze e capacità. Si tratta però di una decadenza che non è avvenuta tanto a vantaggio del mondo esterno “emergente”, cioè sostanzialmente di quel dragone cinese perennemente dato come prossima potenza dominante ma a sua volta in crisi quasi perenne (ma questo è un altro discorso); no, la decadenza del potere politico centrale degli USA sta avvenendo principalmente a vantaggio di forze interne al sistema americano: i privati.
La crescita del potere privato ai danni del pubblico, a meno di essere marxisti convinti, non è necessariamente un fattore negativo; ma lo diventa se i privati in questione sono relativamente pochi e tendono ad acquisire poteri che altrove sono di livello statale. Il che è quanto sta avvenendo in America, dove non solo Musk (che pure è il più visibile fra loro), ma un numero rilevante di giganti della finanza e della tecnologia continuano ad accrescere il proprio potere di fronte a quello federale.
Il problema risiede nel fatto che queste persone, dotate di un potere tale da influenzare non solo le elezioni ma anche l’indirizzo politico dell’Amministrazione, non sono ispirate neppure in parte da un ideale, seppure discutibile: sono guidate esclusivamente dall’interesse personale.
Questo, quando si parla dell’indirizzo politico della Nazione egemone dell’Occidente e in una certa misura del mondo, è chiaramente un problema. La situazione peggiora ulteriormente se una di queste persone conquista in prima persona la Casa Bianca.
Questi moderni “oligarchi” (essendo pochi e potenti possiamo chiamarli così) hanno come linea guida l’interesse privato, e questo corrisponde in larghissima parte a quello economico; una volta assunte responsabilità di governo nazionale, identificano automaticamente l’interesse nazionale con quello strettamente economico e perdono completamente di vista gli aspetti etici che un Governo con responsabilità che oggettivamente travalicano i propri confini non dovrebbe non considerare.
Il famoso “soft power” americano è sempre stato basato proprio sul perseguimento di politiche con basi non tanto economiche quanto culturali e con obiettivi a lungo e lunghissimo termine che alla fine generavano anche un ritorno economico, quali il costante dominio del dollaro e la pervasiva penetrazione della lingua inglese (sempre più americana e meno britannica).
Ora che le politiche americane sono sempre più influenzate dagli interessi degli oligarchi, gli obiettivi perseguiti sono sempre più a breve termine e prettamente economici. Detto in termini brutali: l’America sta diventando sempre più “gretta”.
Non mi spingo oltre: non mi scordo di essere solo un analista militare, e cerco di tornare al mio punto, che è la strategia americana contemporanea.
Il mio errore, e a mia consolazione anche quello di molti altri a cominciare dai colleghi militari statunitensi, è stato pensare non solo che Trump, ma anche Biden fosse mosso da quegli stessi impulsi che avevano diretto la politica americana nell’ultimo ventennio del XX Secolo, e che caratterizzavano la grande strategia americana volta a preservare un’egemonia mondiale basata sul diritto internazionale (codificato essenzialmente sotto la guida americana) e sul commercio globale (regolato in base a norme di derivazione americana e sostanzialmente protetto dalla Marina Americana). Un’egemonia mondiale che garantiva un ritorno economico a lungo e lunghissimo termine che a sua volta sosteneva il benessere americano e che ovviamente aveva un costo elevato.
Quanto questo costo fosse sostenibile non sta a me stabilirlo: il punto è che – a torto o a ragione – sotto l’influenza degli oligarchi e la pressione di una fetta crescente dell’opinione pubblica americana da questi influenzata, la politica americana è andata riorientandosi in senso isolazionista e verso quella “grettezza” precedentemente menzionata.
Questo riorientamento non è solo proprio di Trump: in misura minore lo era anche di Biden… E qui sta il punto.
Fin dall’inizio, la politica americana verso il conflitto in Ucraina è stato molto meno “determinata, competente e capace” di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi in base ai precedenti storici. L’Ucraina avrebbe in particolare dovuto essere letteralmente inondata di armamenti americani di riserva, obsoleti dal punto di vista di Washington ma perfettamente idonei ad affrontare forze armate russe sempre meno avanzate tecnologicamente, e il personale militare ucraino più qualificato – in particolare ufficiali di Stato Maggiore e piloti da caccia – avrebbe dovuto essere addestrato e istruito in America.
Questo non solo avrebbe garantito la sconfitta militare del Regime russo e quindi la sua caduta, ma a lungo termine anche il collasso dell’avversario strategico per eccellenza, e quindi il raggiungimento di una supremazia nucleare assoluta che a sua volta avrebbe consentito sia una posizione militarmente dominante sulla Cina e sul resto del mondo, sia la possibilità di una successiva drastica riduzione delle spese militari e un massiccio disarmo nucleare che a sua volta avrebbe elevato gratuitamente la posizione morale americana sull’Occidente e sul mondo intero. Tanto Ronald Reagan che Bill Clinton non avrebbero esitato un momento a cogliere una tale opportunità di consolidare l’egemonia americana.
Di qui la convinzione diffusa – mia in primo luogo – che l’America avrebbe fornito carri armati e soprattutto aerei in gran numero a partire dalla metà del 2023, e quindi in tempo per la famosa controffensiva abortita da parte ucraina.
Invece in Biden hanno prevalso prudenza, tendenza al basso profilo e al risparmio immediato e soprattutto abdicazione all’egemonia del Mondo Libero, proprio come richiesto dagli oligarchi e dall’opinione pubblica da essi influenzata all’interno di entrambi gli schieramenti politici americani. La deriva isolazionista, infatti, è comune a tutti e due, anche se appare più accentuata sul versante repubblicano nella sua coloritissima versione MAGA. Insomma: il problema americano era già conclamato sotto Biden.
La vittoria di Trump e la sua ascesa al potere hanno solo esacerbato un problema già radicato nella politica americana. Con lui in sostanza è cambiata – completamente – la retorica, ma la sostanza non si è discostata più di tanto dalla direzione assunta da Biden negli anni precedenti. Di fatto, al di là di continui annunci ad alto impatto mediatico e di sporadiche e brevi interruzioni mirate, il sostegno americano all’Ucraina in termini di “beni e servizi” (armi e intelligence) è rimasto lo stesso di prima.
Oggi appare assestarsi esattamente sulle posizioni da noi previste su queste pagine FB quattro mesi fa, e che apparivano del tutto ovvie in base alle priorità della politica MAGA: aiuti americani invariati e perfino accresciuti, semplicemente non più a fondo perduto ma a pagamento, e sull’unghia. Chi paga, non importa: purché gli USA ne ricavino un utile.
In termini strategici questo significa in buona sostanza che con Trump l’America continuerà a fare quello che faceva prima con Biden (e quindi non abbastanza per risolvere la situazione ma solo per mantenere lo status quo); ma lo farà non per difendere un principio etico superiore o per difendere la propria egemonia mondiale, bensì per profitto. Quindi la gratitudine dei beneficiari non andrà più agli Stati Uniti, bensì a chi pagherà.
Trump sta svendendo il “soft power” a lungo termine ereditato dai suoi predecessori in cambio di una manciata di dollari immediati.
Ditemi voi se non è il caso di parlare di “grettezza”.





