Home Opinioni IL DIRITTO DI SCIOPERO NON DEVE ESSERE UN’ARMA CONTRO I CITTADINI

IL DIRITTO DI SCIOPERO NON DEVE ESSERE UN’ARMA CONTRO I CITTADINI

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“La tua libertà finisce dove comincia quella degli altri.”
— John Stuart Mill

Treni in ritardo di ore, centinaia di corse cancellate, stazioni affollate di persone esasperate e senza alternative. L’ultimo sciopero nel settore ferroviario si è trasformato, ancora una volta, in un blocco totale del Paese. Pendolari lasciati a piedi, lavoratori in ritardo, turisti costretti a cambiare programmi all’ultimo momento. In molti casi, senza alcuna informazione tempestiva e con l’assistenza ridotta al minimo.

È legittimo scioperare. È un diritto costituzionale, uno strumento fondamentale di pressione sociale e politica. Ma quando questo diritto si esercita in modo cieco, colpendo indiscriminatamente milioni di cittadini che nulla possono fare per cambiare lo stato delle cose, allora la protesta perde la sua forza originaria e rischia di diventare controproducente.

Il bersaglio dichiarato dei sindacati, in particolare della CGIL e del suo segretario Maurizio Landini, è la politica industriale nel settore trasporti, il mancato rinnovo dei contratti, le condizioni di lavoro nel comparto ferroviario, la cronica carenza di investimenti strutturali. Temi assolutamente centrali, su cui è giusto sollevare il dibattito. Ma ciò che si è visto nelle ultime ore è stato ben altro: una paralisi pressoché totale dei servizi ferroviari, che ha colpito indiscriminatamente i cittadini. In particolare, i pendolari che ogni giorno usano i treni per recarsi al lavoro — spesso a causa dell’assenza di alternative efficienti — e i turisti che contribuiscono al motore economico del Paese.

Chi deve prendere un treno per un colloquio, per accompagnare un parente all’ospedale, per tornare a casa dopo un turno di notte, non può essere ostaggio di un sistema che si inceppa ogni volta che si alza la voce, senza mai offrire uno sbocco.

È indubbio che Ferrovie dello Stato sia in un momento critico: guasti frequenti, tagli al personale, linee regionali abbandonate, corse sovraffollate, manutenzione carente. La differenza tra i treni ad alta velocità (costosi e puntuali) e quelli regionali (vecchi e in ritardo) è il simbolo di un’Italia a due velocità. Ma proprio per questo serve una strategia diversa. Scioperare come prima reazione, senza una progettualità vera, è un vicolo cieco.

CISL e UIL, pur condividendo molte delle rivendicazioni, hanno scelto di non aderire allo sciopero, preferendo il dialogo e la trattativa. Hanno criticato apertamente l’impatto eccessivo della protesta sui cittadini, chiedendo maggiore responsabilità e suggerendo percorsi alternativi di mobilitazione. Secondo i loro vertici, la battaglia sindacale si deve vincere con il consenso, non con la rottura. Anche molti sindacati autonomi hanno assunto un atteggiamento più equilibrato, partecipando solo parzialmente alla mobilitazione o limitandone l’impatto.

Questa diversità mette in luce una frattura crescente all’interno del mondo sindacale italiano: da una parte chi insiste su metodi di lotta tradizionali, dall’altra chi cerca di coniugare protesta e responsabilità. Il sindacalismo italiano conserva una struttura ancora ideologizzata, eredità di un passato in cui i sindacati erano attori politici, spesso più concentrati sul conflitto che sull’efficacia della rappresentanza.

Al contrario, nei principali Paesi europei esistono modelli diversi e più equilibrati:

  • In Germania, i sindacati siedono nei consigli di sorveglianza delle imprese: un modello partecipativo, dove lo sciopero è ultima risorsa.
  • Nel Regno Unito, scioperi nei servizi pubblici richiedono una consultazione formale e una soglia minima di partecipazione.
  • In Francia, le mobilitazioni sono ampie, ma generalmente seguono un’agenda unitaria, non frammentata come in Italia.
  • Nei Paesi nordici (Svezia, Danimarca), i sindacati partecipano alla formazione delle politiche del lavoro con uno stile negoziale e responsabile.
  • In Olanda, le sigle FNV e CNV operano in un sistema basato sulla concertazione sociale: gli scioperi sono mirati e brevi, preceduti da lunghi tentativi di mediazione.
  • In Belgio, il dialogo sociale è obbligatorio e gli scioperi devono garantire servizi minimi. L’informazione all’utenza è un dovere giuridico.
  • In Spagna, i sindacati UGT e CCOO prediligono consultazioni tecniche e pressione negoziale prima di scioperare.
  • In Grecia, sebbene i sindacati abbiano avuto un ruolo molto attivo durante la crisi, oggi lo sciopero viene usato con più attenzione strategica per non destabilizzare ulteriormente il Paese.

Questo confronto dimostra che è possibile un sindacalismo forte ma costruttivo. Un sindacato moderno dovrebbe essere un ponte tra lavoratore e impresa, non un muro tra i cittadini e i servizi. Dovrebbe proporre soluzioni, non solo denunciare problemi.

Lo sciopero ferroviario di questi giorni ha riportato alla luce una fragilità più profonda: l’incapacità del sindacalismo italiano di evolvere. In Italia non manca la rabbia, manca la visione strategica. La protesta è sacrosanta, ma deve essere mirata, efficace e sostenibile, non cieca e dannosa.

Un sindacato che blocca i treni senza offrire soluzioni non rafforza la propria voce, la indebolisce. Perché perde l’alleanza con la società civile, con i giovani, con i lavoratori precari, con chi avrebbe più bisogno di essere rappresentato.

La credibilità sindacale non si misura dal rumore, ma dai risultati. E quando i risultati non arrivano, forse è il metodo a dover cambiare.

Riformare il sindacalismo italiano non significa ridurre i diritti, ma rinnovare i doveri. Vuol dire accettare che il mondo del lavoro di oggi ha bisogno di nuove idee, nuovi strumenti e soprattutto di un’etica della responsabilità collettiva.

Uno sciopero può accendere i riflettori su un problema, ma se non è accompagnato da un progetto concreto, rischia di essere solo un blackout sociale. E in un Paese che già viaggia a velocità diverse, fermare tutto senza distinguere né tutelare rischia di essere l’ennesimo errore a spese dei più fragili.

Autore

  • Redazione

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