
La Cina compra il mondo. E i nostri imprenditori? Stretti tra BCE e calcolatrici
Mentre l’Italia si arrabatta per difendere quel che resta del tessuto produttivo, la Cina continua a comprare il mondo. Porti, aziende tecnologiche, agroalimentare, energia: pezzo dopo pezzo, Pechino si sta costruendo una rete di controllo globale. E non lo fa con miracoli o alchimie finanziarie. Lo fa con una semplice arma: la stampa di moneta.
Il vero vantaggio cinese? La banca centrale
In Cina, la banca centrale non è un soggetto indipendente come la BCE. È uno strumento del Partito. Se serve liquidità per un’operazione strategica, la si crea. Se serve un prestito agevolato a un’azienda statale per comprare in Europa, si eroga. Punto.
La People’s Bank of China può emettere moneta a fini politici ed economici interni ed esterni, sostenendo le acquisizioni con una potenza di fuoco che i nostri imprenditori si sognano.
Esempi? Eccoli serviti
• Syngenta, multinazionale svizzera dell’agrochimica, comprata da ChemChina per 43 miliardi di dollari nel 2016.
• Porto del Pireo, uno snodo cruciale per il Mediterraneo, oggi è sotto controllo della cinese COSCO.
• Kuka, il campione tedesco della robotica, è stato acquisito da Midea nel 2017, tra mille imbarazzi a Berlino.
• Volvo, storico marchio automobilistico svedese, ora appartiene al gruppo cinese Geely. E va alla grande.
In Italia, gli imprenditori devono fare i conti con un sistema che non li sostiene né come singoli né come categoria. Se vogliono crescere, devono farlo:
• con capitali privati, spesso insufficienti,
• con debiti, spesso a tassi alti,
• o vendendo quote a fondi stranieri.
C’è chi resiste, certo. C’è chi riesce, con fatica, a costruire reti, come in Emilia-Romagna o nel Nord-Est. Ma nessuno in Europa ha le armi che ha la Cina: una banca centrale allineata, fondi pubblici illimitati, una strategia geopolitica che mette l’impresa al centro.
Le regole che ci legano
I nostri imprenditori vivono in un sistema dove:
• la BCE non può finanziare direttamente l’economia reale,
• le regole di Maastricht impongono vincoli di bilancio che strangolano la spesa pubblica produttiva,
• ogni investimento deve passare attraverso autorizzazioni, garanzie, vincoli, pareri.
Il risultato? Mentre la Cina finanzia le sue aziende strategiche, l’Italia discute se concedere 40 milioni a una PMI innovativa. Mentre Pechino costruisce imperi con la sua moneta, noi dobbiamo calcolare il rapporto deficit/PIL al decimale.
Quando un imprenditore italiano costruisce qualcosa di solido, spesso lo vende. Perché? Perché non ha strumenti per competere sul lungo periodo.
E così segmenti cruciali dell’agroalimentare, della moda, dell’automazione industriale finiscono in mani straniere. I capitali arrivano da Cina, Emirati, fondi USA.
La proprietà cambia, il know-how se ne va, e lo Stato guarda.
Servirebbe come il pane l’IRI.





